Di Beatrice Fagan
L’ultima volta che ho acquistato una copia di Internazionale non è stato per l’attualità, ma per la narrativa: quel numero era dedicato agli scrittori e alle scrittrici del Messico. Nell’editoriale di apertura (“Storie” n. 1646, 23 dicembre 2025) Guadalupe Nettel scriveva una ferocissima dichiarazione d’amore per il suo paese: «Amare un mostro – perfino il più malvagio, perfino il più brutto – è possibile, e quando succede non lo si ama a metà, ma alla follia».
Che si tratti di violenza di genere, guerra dei narcos, repressione dell’identità indigena, il Messico sembra essere continuamente attraversato da ferite che trovano nella letteratura uno dei principali luoghi di elaborazione. Penso al Messico spettrale e post-rivoluzionario di Juan Rulfo in Pedro Páramo, o quello corrotto e femminicida su cui Roberto Bolaño costruiva il cuore scabroso di 2666. In un momento in cui il panorama messicano è sempre più ricco di voci femminili, oggi è interessante guardare a come le donne stiano raccogliendo questa eredità per ridefinirla, costruendo narrazioni che esplorano la violenza attraverso il rapporto tra corpo, terra e memoria. Autrici come Fernanda Melchor, Cristina Rivera Garza e Brenda Navarro sono solo alcune delle esponenti di una generazione in cui il corpo delle donne e il territorio vengono rappresentati come spazi di conquista, sfruttamento, appartenenza e resistenza. All’interno di questa traiettoria si colloca anche Clyo Mendoza, nata a Oaxaca, classe 1993, indicata da Guadalupe Nettel come una delle giovani voci più promettenti della narrativa messicana contemporanea. Nel suo esordio Furia (Polidoro Editore) l’autrice indaga la dimensione ereditaria della violenza e del trauma, cercando di comprendere come possano sedimentarsi nella memoria familiare e iscriversi nel sangue, fino a essere tramandati come una maledizione.

All’inizio del romanzo, il cadavere di un bambino è il luogo di incontro di due uomini, esponenti di fazioni opposte della rivoluzione messicana: Soldato 1 e Soldato 2. Il terrore di scorgere negli occhi dell’altro un assassino, li conduce ad abbandonare le armi e scappare da una guerra che li ha privati dei ricordi. Ha così inizio il viaggio che li porterà a ripercorrere una memoria frammentata, attraversata da crepe e spazi vuoti, in un grande ed inquietante deserto messicano. Non appena comincia il loro cammino, Mendoza risparmia i loro corpi dal peso dell’anonimato e dona loro un nome: Juan e Lázaro. È qui che entra in gioco l’immaginario mitico del romanzo. La genealogia familiare si intreccia con superstizioni, leggende e tradizione popolare. Un mercante di fili rifugiatosi nella città di Boca del Perro, Vicente Barrera, è il capostipite di una stirpe segnata da innumerevoli e spietate razzie in tutto il paese. L’uomo desidera i corpi delle donne con la stessa fame delle bestie, e nelle sue viscere risiede la rabbia che erediterà ai suoi figli. Nell’universo simbolico creato da Mendoza, gli uomini che hanno ceduto alla ferocia sono inchiodati al destino di finire i propri giorni legati a una catena a ringhiare come cani. La loro presenza animale ricorre costantemente nel romanzo. In un’intervista con Pablo Concha per Latin American Literature Today l’autrice spiega di guardare ai cani come a dei maestri perché accettano la propria animalità, al contrario degli uomini che tentano continuamente di reprimerla. La condanna dei padri è quindi una metamorfosi degradante che perseguiterà coloro che non sono riusciti a confrontarsi con la propria natura.
Se il trauma viene tramandato ai figli attraverso il sangue, le donne sono le portatrici delle credenze ancestrali e della tradizione ed è attraverso rituali, amuleti e gesti apotropaici che tentano di interrompere la trasmissione della violenza ereditata nel corpo. Per farlo infilano ai bambini i vestiti al contrario, insegnano loro a trattenere il respiro davanti ai cadaveri e si strofinano misteriose foglie sui genitali ancora incinte. Attraverso i suoi personaggi femminili, Mendoza affronta uno dei temi centrali del femminismo latino-americano indigeno: custodi della terra e della riproduzione della comunità, le donne sono le depositarie dei saperi ancestrali, responsabili della loro conservazione e trasmissione alle generazioni future. In questo senso, se gli uomini incarnano la continuità della violenza, le donne custodiscono il mistero della sopravvivenza. La dimensione politica e di genere trova spazio all’interno di una prosa poetica che procede per associazioni. Non sorprende che Mendoza si definisca “un’infiltrata” che si serve delle convenzioni stilistiche del romanzo per far sperimentare la poesia a coloro che normalmente non lo farebbero. La sua scrittura scivola lungo le pagine come a incarnarsi continuamente in sé stessa. Le immagini si fanno portatrici della narrazione, il lettore cammina insieme ai protagonisti in uno spazio infestato da fantasmi, in una dimensione liminale e tesa tra la vita e la morte. Leggere diventa, come in poesia, un atto di sottomissione al potere gravitazionale delle parole, alla temporaneità del senso, che nell’attimo in cui è dichiarato, subito svanisce, come una scia di saliva assorbita dal deserto. Le visioni che accompagnano il racconto sprigionano un erotismo aspro, che sgorga dalla carne dei personaggi così come dalla bianca polpa dei frutti che appaiono come allucinazioni. Lo stile profondamente corporeo e visionario di Mendoza trova proprio nelle descrizioni dei frutti una delle sue espressioni più potenti, costruendo un lessico che attinge al vegetale per raccontare l’umano: la polpa diventa carne, la buccia epidermide, il succo sangue, le lacerazioni ferite.
«La polpa bianca di quegli sparuti frutti del deserto
era ben matura intorno alle ferite aperte dal sole, c’era un sapore speciale nelle piccole
pieghe di carne che separavano la parte marcia da quella fresca, in quel punto preciso
la dolcezza della maturità li rendeva più squisiti».
Dove maturazione e decomposizione convivono, la materia diventa più vulnerabile e, insieme, più viva. La verità risiede negli spazi liminali, per questo le feritoie, i luoghi di confine, sono per Mendoza dei portali da attraversare per compiere una trasformazione ed espiare il peccato. Le donne incarnano delle guide che indicano i sentieri da percorrere per attraversare le soglie, i loro corpi sono sia contenitori di memoria che delle finestre su molteplici mondi. In un universo in cui la vita si mescola continuamente alla morte, l’unica speranza per i vivi diventa continuare a cercare queste fessure, questi varchi aperti su realtà sempre pronte ad inghiottirci. Trovare la verità, in uno di questi mondi, potrebbe tuttavia rivelarsi una condanna molto più terribile della morte.
Clyo Mendoza, nata a Oaxaca (Messico) nel 1993, è una giovane poeta e romanziera che si sta affermando come una delle nuove voci dissidenti del panorama letterario latinoamericano. Con una laurea in Lettere Ispaniche è vincitrice nel 2017 del prestigioso premio Sor Juana Inés de la Cruz per la poesia (la più giovane a ottenerlo) con la sua raccolta Silencio, ha pubblicato in diverse antologie poetiche (Poetas parricidas, 2014, Tiembla, 2018, Los reyes subterráneos: Veinte poetas jóvenes de México, 2015); un’altra opera poetica intitolata Anamnesis è apparsa nel 2016. Ha beneficiato di varie borse di studio tra cui quella del FONCA (Messico) e della Fundación Antonio Gala (Spagna). Furia è il suo primo romanzo, finalista del premio Finestres de Narrativa en Castellano 2021.
In copertina: Horacio Quiroz, El romance de Xochipillia

