Rituali funebri per lutti senza morte – Di Daniela Montella

Riconoscere il morto
mentre è vivo nel mondo


Per riuscirci, enumerare le cose, dare loro un nome. Dare loro una collocazione. E anche per sé stessi prendere uno spazio, occuparlo, vivere. Nella breve raccolta vincitrice della seconda edizione del
Premio Nazionale Radici Urbane – Sezione B – La silloge del futuro, intitolata Rituali funebri per lutti senza morte, Daniela Montella si dichiara parte lesa e regina, si serve della prosa poetica per ritornare intera dopo aver subito una ferita, nonostante essa. Inventa un rituale che le consente di ritrovare un controllo. E, nel farlo, ciò che davvero conta è l’intenzione, la sola capace di caricare i pensieri e i gesti di significato. Un modo per ricordarsi chi è e rimettersi al centro della propria storia. 

Qui, il lutto – pur senza alcuna salma – è la materia stessa della scrittura. E l’acqua è pensata come elemento essenziale del rito: lavaggio, cancellazione, purificazione. Per rendere l’idea del dolore – della traccia che lascia in profondità – l’autrice si avvale di immagini vivide nella loro geometria scalena. La carne senza l’osso, la tristezza senza oggetto o la pietra consumata dalla marea sono la metafora di una sparizione in vita con la quale diventa ancor più difficile fare i conti. “Porto il lutto e non sei morto”, scrive Montella, quasi trascinandosi un peso, esprimendo una esigenza di liberazione.

Poi tocca un tema: quello del trauma che passa con il sangue, al momento della nascita. La poesia diventa, quindi, occasione per confrontarsi con il proprio codice genetico, con le lesioni avute in eredità. Coincide – sembrerebbe, quasi – con la biologia.
“Somiglio a mia madre nella fedeltà al danno”, dice l’autrice, con il coraggioso intento di condividere con chi legge una vicenda personale ma diffusa, familiare ma di tutti – o, forse, tutte – singola ma collettiva. Daniela Lucangeli, psicologa, docente e divulgatrice, nei suoi discorsi sull’epigenetica, racconta di come le emozioni, i ricordi, le sofferenze dei genitori e degli avi si imprimano nel DNA modificandolo per sempre: in questa breve opera succede lo stesso: il lutto della figlia è il medesimo della madre, si tramanda faticosamente. Questi testi appaiono, quindi, come il vertice di un passato comune, purtroppo somigliante nell’amore riposto in chi non è in grado di amare
a sua volta. Intorno a questo ragionamento (a questa esperienza amara), vengono anche in mente i versi di Marilena Renda (vincitrice del Premio Strega Giovani Poesia nel 2025), che in Cinema Persefone (Arcipelago Itaca) affronta il concetto di amore come gioco a perdere, come rischio, desiderio, forma di ripensamento del sé. Il personaggio di Persefone, nel suo libro ha finalmente una biografia che chiede di essere menzionata: “se dite la mia storia/ non trascurate la violenza/ che non è stata raccontata/ ma che pure c’è stata”. Si fa, anche lei, messaggera di una parabola violenta, spesso difficile da dire a voce alta, da ammettere nella sua durezza. 

Infine, l’esito della riflessione. La raccolta termina quasi chiudendo un cerchio. L’ultima prosa, in cui si mette per iscritto un lento tornare al mondo, è la testimonianza di una cavità che si colma, e, quindi, anche della gioia di condividere questo traguardo. È, persino, l’espressione di un senso di gratitudine. Aprire finalmente gli occhi su ciò che è accaduto e riempire il vuoto al quale si è stati costretti – causato da altri – è una chiara presa di coscienza. È, in fondo, sentirsi di nuovo e appieno nell’esistenza.

Di Annachiara Atzei




Rituali funebri per lutti senza morte
Di Daniela Montella

 

 

I – Inventario degli oggetti 

il morto va riconosciuto anche se è vivo nel mondo.
guardare bene, dire sì, è lui 

e sostenere la contabilità. 

un certo numero di vocali sul telefono. due minuti, tre minuti, cinque. la tua voce appoggiata a Pavese, a Manganelli, ai gatti incontrati per  strada, al tuo vecchio maestro. fotografie. appunti sparsi di uno  spettacolo mai fatto. un compleanno. un abbraccio inconvertibile in  prova materiale. 

cose laterali messe al centro, al posto tuo, nella tomba vacante che porta  il tuo nome.

 


II – Veglia dell’assenza 

Mi popoli il cranio. Ti infili nelle crepe dei tempi morti. Piccolo ricordo  ostinato e vagante. Ti sistemi mentre aspetto nel treno bloccato.  Intrusione dietro al pensiero in piedi al gate. Viaggiare rende normale  la separazione.  

Nel tube di Londra continuo. Elizabeth line, scale mobili, il soffio  sporco dell’aria sotterranea. Oxford Street, Algate East, Towerhill. Ti  penso nella sospensione necessaria per andare da un posto all’altro. C’è  qualcosa di animalesco in questa fedeltà al vuoto. La veglia è una  pratica da non-luoghi; si fa tra corpi in transito.  

Una volpe mi taglia la strada a Whitechapel. Comparsa laterale, corpo che scarta, attraversamento. Pelo sporco di città. Sapere perfettamente come sparire. Tu.  

Bisogna aspettare i dispersi oltre ogni logica. Distribuirli nei tempi  morti tra il gate e il binario, tra l’ultimo accesso al telefono e il metterlo  via. Li si veglia in transito, perché non hanno tomba e non hanno  indirizzo. Questa è la forma che prende l’assenza quando non ha ancora  imparato a stare ferma.

 

III – Lavacro  

Venga l’acqua. Venga alta e scura con la forza cieca delle cose addolorate. Venga a sfondare la città. Puliscila dalla memoria del mio  passaggio. Lavacro del corpo. Le creuze sono nervi scoperti, i caruggi  un intestino fitto e scuro. Le piazze carie di dolore, il porto una bocca  affogata. La voglio disfatta, trascinata via per gli angoli, rovesciata nelle  tue stesse viscere. Ogni strada che ho abitato deve essere percorsa  dall’onda, ogni vicolo scorticato, ogni porta toccata dal mare, ogni  ringhiera consumata dal sale. Chiedo il lavacro, la cancellazione, l’atto  di pulizia suprema. Abbattere il teatro della perdita. Tornare estranea.  Vieni, pioggia, rifalla nuova. Devasta. Sommergi. Purifica. Lavami  Genova dalla pelle e restituiscimi intera.

 


IV – Sepoltura del nome 

Il male è passato dentro, ha rosicchiato, ha scavato un vuoto animale,  una fame senza immagine. Il dolore ha smesso di essere nobile. 

Di te il tempo ha consumato quasi tutto: lineamenti, voce, odore, peso  vivo del corpo. La carne del ricordo si perde per prima. Il nome resta  duro, liscio, ostinato. Ricordare è perdere la carne e tenere l’osso. 

La mattina, nel breve silenzio tra la sveglia e il ritorno al mondo, il tuo  nome tocca la mente e la increspa tutta. Poi si ritira lasciando la  stanchezza dell’acqua passata. La marea consuma la pietra. Forse farà  lo stesso col tuo nome e rimarrà una tristezza senza oggetto. Un piccolo  avvallamento dell’aria, un vuoto mansueto all’ora della sveglia. Lo  stesso vuoto che l’onda lascia ritirandosi.

 


V – Vedova di plastica 

Per dimenticarti, lavoro. Occhi allo schermo, accumulo. Spalle  doloranti e piene di mondo. Atlante. Il destino addosso. L’infernale  terrore di essere la sola responsabile di me stessa. Non mi guardo, copro  gli specchi, rifuggo la luce, esco di notte. Non scrivi mai. Sola con me.  Ti fingo presente. Fantoccio, feticcio. Scorro i vocali. Due minuti, tre  minuti, cinque minuti. Le tue disanime sul teatro. I ricordi del tuo  vecchio maestro. I gatti che incontravi per strada. Compro fiori finti per  il telefono. Il backup di WhatsApp è il mio cimitero. Porto il lutto e non  sei morto. Mi identifico nei fiori. Una vedova di plastica.

 


VI – Genealogia del danno 

Prima si svuotano le tasche, poi la casa. Scontrini, fazzoletti e chiavi  vanno sul tavolo. Solo dopo si passa alle stanze, ai cassetti e gli armadi.  Andare a fondo nelle case che ci hanno cresciute. Somiglio a mia madre  nella fedeltà al danno, nella pazienza come virtù, nell’attaccamento a  un corpo vuoto. Amare l’anaffettivo. Ferita ereditaria.  

I traumi si passano con il sangue. Nel mio codice genetico ho inciso il  confondere  

l’amore con l’attesa,  

il desiderio con la subordinazione,  

la resistenza con il ridursi.  

Il tuo vuoto era familiare. Ti ho amato come si fa con le vecchie ferite.

 


VII – Rituale del ritorno

Torno nel ventre materno. Nella cavità calda di una città che pulsa.  Napoli apre le viscere all’aria e io cerco il mio futuro nei muri. Cuori e  bestemmie, amori e rancori, politica e fame. Tutto è sopravvissuto a  qualcosa.  

Leggo:  

SORELLANZA, SORELLANZA, SORELLANZA. 

I motorini sfregano l’aria, le finestre chiamano, le risate rimbalzano e  tutto si mette al posto della tua voce. La vita non si ordina, si attraversa.  

I muri danno una direzione: 

SORELLANZA, SORELLANZA, SORELLANZA.

 

VIII – Autodifesa

La mia ferita è un confine. Una dogana fatta di carne, memoria e istinto.  Qui si controlla chi entra. Qui si respinge. Qui si dichiara merce  inammissibile tutto ciò che porta la tua lingua, il tuo passo, la tua forma  di domanda. Ho smesso di pensare alla guarigione come a una pace  composta. Riconosco e difendo il mio strappo. La memoria dopo  l’umiliazione non ha niente di nobile: è scura e spigolosa e viscida.  Delimita. Mi costituisco parte lesa e regina. Questo territorio è offeso e  sovrano. Questa rottura è la mia legge.

 


IX – Risollevamento 

Mille mani hanno strappato il buio in cui mi ero sepolta. Mani sulla  schiena e sulle braccia. Sul collo e tra i capelli. Mani sulle mie, attorno  a un bicchiere. Mani di cucina, sigaretta, quaderno, volante e carezza.  Reggendomi a loro trovo l’equilibrio. Distribuisco il peso. Mi reggono e fanno argine. Coro fisico che mi rimette in piedi. Rinascere è un  compito collettivo.

 


X – La comunione della gioia 

Dopo il digiuno si mangia piano. Anche la gioia torna così: a dosi  minime e ingredienti terrestri. La felicità è una tavola condivisa. Pane  caldo. Sentirsi. Non avere paura della gratitudine. Stare di nuovo dentro  al mondo.

 


 

 

Daniela Montella  è una drammaturga, copywriter e vignettista. Ha pubblicato racconti su riviste come “Split”, “The Florence Review” e “Crapula Club”.


 

In copertina: Una statua dormiente a Palazzo Borromeo, Isola Bella

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