Di Giammarco di Biase
Immagino che per parlare di Hannah Sullivan e del suo Tre poesie (Crocetti 2026, traduzione di Riccardo Frolloni e Carmen Gallo) ci sia prima bisogno di cantarla.
Mi spiego bene, scrivere qualcosa sulla sua poesia significa prima leggerla e rileggerla varie volte e molto spesso, ma soprattutto invocarla agli altri. Avevo (quando l’ho letta) e ho adesso un estremo bisogno di fare reading, anche da solo con l’ombra all’armadio, di far attraversare le sue parole con un’altra voce. In questo caso la mia, o anche quella di qualcun altro che gioca nella mia stessa squadra. Ho avuto modo di fare questo esperimento, rilegarla alle cene, ai pranzi con amici, in macchina mentre ho bisogno di un passaggio o appena conclusa una passeggiata. Anche al mare, al porto, dove la viabilità è più accesa dal cattivo tempismo del cielo di questi brutti giorni di inizio aprile. Prendere l’ombrello, lanciarmi in un angolo di mondo ancora poco nebulizzato. È raro che io faccia questo con la poesia degli altri: mi chiudo nella mia stanza, leggo sempre i soliti, sempre gli stessi autori. Ogni poeta ha i suoi feticci e li ripassa smaniosamente sul suo corpo, addirittura si direbbe che si faccia a gara per capire chi è più ossessionato, chi è più spinto nell’affollare le proprie icone compiendo una violenza sui libri e i materiali filologici quasi non da poco, fantasmica. Ho letto, soprattutto, la prima lunga poesia della Sullivan, almeno a una decina di miei compagni di scuola (mi piace chiamarli così, quelli che poetano o che sperano di sopravvivere con la poesia senza uno straccio di lavoro). E, mi sono reso conto fin da subito che la Sullivan aveva questo impatto sugli altri profondo, una scossa. Molti, non appartenenti al gusto della scuola americana, anche in fatto di prosa e non solo in poesia, li ho trovati ritti, appassionati e agguerriti con il proprio ego penzolante. Con la croce fissa di volerla continuare a ripetere, ascoltare.

Anche loro vittime di una mutazione pur scrivendo in tutt’altro modo e venendo da altri mondi (perché i mondi dei poeti sono moltiplicati e strani, davvero strani e poco raccomandabili). Soprattutto, quando i poeti sono trafitti da un certo tipo di vanità: dire quello è più bravo di un altro solo se è lontano secoli perché oggi nessuno è più bravo e così via dicendo.
Hannah Sullivan è (permettetemi) una vera e propria cantrice, un po’ come Leonard Cohen, come un rapper o Lana del Rey. Noi in Italia facciamo operazioni diverse, ci lacrimano gli occhi quando dobbiamo inserire in un verso un negozio, una catena fitness o alimentare, la via principale della nostra isola o del nostro paesino di montagna (perché sì, la maggior parte dei poeti buoni vivono sempre in posti rintracciabili). Quello che rende il canto, canto specifico in tutti i sensi è l’idea di una narrativa corrotta dalla topografia. I semafori, ma anche l’uso dei distributori self service per strada per arrangiarsi fuori pasto, l’abuso dei social (che sono pur sempre una sorta di strada, mappatura) sono delle sentinelle, come dei fuochi fatui. Hannah Sullivan è pari ad altri artisti giganti che hanno attraversato la poesia così come hanno attraversato sapientemente la musica. Adesso non fatemi citare Omero, vi prego (ma ci torneremo perché sono uno scheggiato, o forse no).
Nel primo canto di Tre poesie assistiamo a una quotidianità dirompente, iper-contemporanea, sganciata attraverso i nomi degli alcolici, i nomi delle strade, gli amici expat indolenziti dalle notti sfrenate, assistiamo ad una donna che attraversa la sua casa, quindi l’America, come farebbe un cantautore (ricordiamo il Nobel alla letteratura per Bob Dylan sempre ripubblicato recentemente da Crocetti). In questa poesia canto e canzone diventano perfettamente la stessa cosa, come cantore e cantautore. E lo ritroviamo soltanto qui, fidatevi, in questo squarcio bellissimo di post-verità. Ikea, cerette, pollerie, bancarelle, strade macchiate dalla povertà e rinvigorite da una ricchezza che piega gli occhi dei passanti, baschi gettati per aria, cappelli presi per mano per meglio formulare un complimento altrimenti taciuto, altrimenti sboccato. C’è tutta l’americanità in Hannah Sullivan, un certo tipo di liberalismo dimenticato, la bandiera sempre si muove sopra le teste come in una pagina di David Foster Wallace.

La poesia e la canzone americana qui sono la stessa cosa, ripeto, si fondono perché quando immagini un cantiere operoso o forti grattacieli Hannah Sullivan li menziona tutti con nomi propri. Con la lettera maiuscola. Anche un gel o uno strumento da falegnameria, anche gli antidepressivi sono tutti chiamati con i loro nomi così come la marca di un prodotto ipoallergenico o la transumanza di cibi grassi nello sfintere. I poeti d’America, come i prosatori (inutile fare nomi grandi) così come tutti i cantautori del continente danno alle cose il nome proprio che hanno perché la tenda comprata in un negozio ha pari dignità di un cielo o di un treno che passa.
L’importanza sta soprattutto in questo, cioè che tutti gli spettri del capitalismo sono materialismi impulsivi, seducenti per il verso dell’autore. Ogni cosa è illuminata, la lista dei barman, la lista dei bar, la lista dei bicchieri. Ciò che rende grande una sofferenza o ricorda un bacio dipartito è sicuramente un prodotto liofilizzato o un’oliva dimenticata nel Martini. Gli oggetti entrano così in scena e diventano un pretesto per coalizzarsi con la pelle di chi è protagonista. Lo ripeto qui, l’oggettuale e l’impotente che procede pari all’agente (maschio o femmina che sia) della scena. Tutto è chiaro, tutto è prefisso per l’evocazione, ogni casualità ha i suoi spettri di gomma o di pietra. Mi verrebbe da pensare a Fisher, se ci fosse ancora del tempo per scrivere questo articolo. Ma la poesia di Hannah Sullivan decide che l’America può cantare anche l’ipermercato. Ed è l’oggetto che attraversa l’uomo, non l’uomo che lo attraversa. Un rituale di ontologismi. Tutto è fenomeno, tutto viene a schiamarsi. Una specie di sacramentale invasione. Hannah Sullivan ha il potere di specchiarsi nel capitale, nel consumismo come nessun altro, senza mai toccarlo ma facendosi possedere corpo e mente da una sfera cangiante di vuoto e di temperatura (tutto ciò che è nasce senza vita ma lambisce il crinale delle esistenze). Reca ai marchi, al mutismo elettivo (e non selettivo) degli oggetti i suoi bisogni primordiali, scopare, fare sesso altrimenti con amore, il suo coito commerciale, la sua testimonianza che non finisce ancora di stupirci.
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Cosa sopravviverà di noi?
Larkin pensava che la risposta potesse essere “amore”,
ma non riuscì a dimostrarlo.
“La cartella delle bozze era il posto più interessante.”
“Eri sempre tu, alla fine”.
“Ha cercato di dirtelo a modo suo”.
Brevi catene di carbonio nella polvere,
questa è la risposta pratica.
Vecchi computer, pacemaker, perni nelle gambe.
Fibre di DNA rivelano la causa del decesso.
Mail che abbiamo inviato e bozze che non abbiamo
inviato.
Ciò che abbiamo detto e ciò che avremmo dovuto.
I video porno scaricati rivelano
inclinazioni che sconvolgono i nostri amici:
bavagli di cotone, corda che taglia le pieghe
di studentesse giapponesi ventenni.
Ma niente di abbastanza sporco da interessare gli estranei.
Vecchi amanti incrociano le gambe, ripiegano il giornale,
studiano l’immagine residua nel finestrino della metro.
Nessuno ricorda tutto di qualcuno.
Lavarsi veloci le ascelle alle sei, un’ondata di profumo,
danzare nei collant, due macchie di sangue.
Un dito tira peli vagabondi, smaglia l’elastico.
Neve nella seconda settimana di dicembre.
Ma com’è che c’era il tuo odore dopo,
sulle mie mani?
In copertina: SUPERMARKETTE, un progetto che nasce nel 2023 da un’idea di Maurizio Tentella, fondatore e direttore creativo di Spacedelicious

