Quando parliamo di diritti, parliamo soprattutto di concetti e narrazioni che abbiamo nel tempo introiettato, ma non c’è dimensione del pensiero o angolo di storia che non possa essere decostruito e problematizzato con rigore, con la pazienza che deriva dallo studio diretto delle fonti (senza quelle il discorso sarebbe puramente derivativo).
Ne L’Atene dei diritti (Laterza), Mirko Canevaro, professore ordinario di Storia greca all’Università di Edimburgo, Fellow della Royal Society of Edinburgh e socio dell’Academia Europaea, rimette in discussione uno dei miti più radicati del discorso pubblico contemporaneo: l’idea che i diritti soggettivi appartengano in esclusiva alla modernità europea. Attraverso un confronto serrato con le fonti greche, da Aristotele ai tribunali dell’Atene classica, lo studioso mostra come il linguaggio della dignità, del riconoscimento e della tutela del soggetto fosse già operante nella prima grande esperienza di autogoverno popolare.
Ne emerge una rilettura che non solo ridimensiona l’eccezionalismo occidentale, ma riapre il nodo (direi oggi decisivo) del rapporto tra diritti e democrazia, tra sovranità popolare e tutela dell’individuo. In un momento in cui i diritti sono evocati, contestati o strumentalizzati da più fronti, tornare alle categorie con cui li pensiamo diventa un esercizio non erudito, ma civile.
Intervista a cura di Giulia Bocchio
G.B.: L’idea che i diritti soggettivi siano un’invenzione moderna è uno dei miti fondativi dell’Occidente. In che senso ritiene che questo mito vada decostruito?
M.C: È interessante che tradizioni storiografiche anche molto diverse convergano su questo punto: i diritti soggettivi, e nella loro forma più alta i diritti umani, sarebbero un’invenzione occidentale. C’è chi ne colloca l’origine nel Medioevo, chi nella prima modernità, chi nell’Illuminismo o nella Rivoluzione francese; altri ancora sostengono che un vero linguaggio dei diritti umani emerga solo negli anni Settanta del Novecento. Queste posizioni si fondano spesso su un presupposto etnocentrico: l’idea che l’Occidente possieda un tratto distintivo che altre civiltà non avrebbero conosciuto. Si immagina così un mondo “senza diritti”, in cui la normatività sarebbe fondata esclusivamente sul dovere e su un principio d’ordine. La distinzione è decisiva. Esistono società che giustificano i diritti come derivati da un dovere imposto dallo Stato o dalla comunità, e società che invece fondano i doveri sul diritto dell’altro, anche nei confronti dello Stato. Le prime tendono a essere organicistiche o autoritarie; le seconde si avvicinano di più ai modelli liberali. Il mondo greco è stato spesso usato come contro-esempio, come un passato “senza diritti” utile a rafforzare l’idea della specialità occidentale. Io cerco di problematizzare questa lettura.
G.B.: Nel mondo greco il tema dei diritti si intreccia con quello della partecipazione politica. Possiamo dire che esista un legame strutturale tra diritti e democrazia, o le due cose possono anche divergere?
M.C.: Partirei da un dato: ad Atene i diritti che noi chiameremmo politici – deliberare in assemblea, sedere in tribunale, ricoprire cariche pubbliche – erano concepiti come timai, cioè onori, prerogative, manifestazioni della dignità del cittadino. Erano intesi sullo stesso piano del diritto all’integrità fisica o alla proprietà: non una categoria separata, non con una priorità diversa, ma parte del pacchetto di pretese e rivendicazioni legittime. Aristotele definisce il cittadino come colui che partecipa alle timai, e le cariche politiche sono un caso specifico di queste timai. Partecipazione politica e diritti rientravano dunque nello stesso universo concettuale. Una lunga tradizione, da Benjamin Constant a Karl Popper, ha però descritto la democrazia antica come dominio del legislatore: libertà come potere di decidere insieme, ma senza protezione dei diritti individuali. In questo racconto, le garanzie dei diritti non deriverebbero dalla democrazia stessa, ma dalla componente liberale della liberaldemocrazia, che introdurrebbe limiti e contrappesi al potere della maggioranza. Il mio libro ribalta questa impostazione. Con il caso ateniese mostro che non serve il liberalismo moderno per trovare una priorità normativa dei diritti del soggetto: ad Atene esisteva già, con concetti e linguaggi propri. L’immagine della democrazia antica come sovranità popolare assoluta, priva di salvaguardie, è una chimera storiografica, priva di fondamento nelle fonti e pericolosa anche oggi. Se Atene, la prima grande esperienza di autogoverno popolare del mondo premoderno, conosceva già questa priorità dei diritti e salvaguardava l’individuo anche di fronte alla comunità, allora cade l’idea che i diritti siano un’aggiunta moderna, occidentale e separabile dalla democrazia. C’è poi un’ulteriore dimensione: ad Atene i diritti sono intrinsecamente politici. Non una difesa generica dell’individuo, ma protezione del debole contro il forte, del povero contro il ricco, dei molti contro i pochi. È l’azione politica delle classi popolari che sfocia nell’affermazione dei loro diritti. Il modello ateniese ricorda così che i diritti non abitano solo l’orizzonte della legge, ma anche quello della lotta sociale e politica.

G.B.: Lei ha lavorato direttamente sulle fonti, da Aristotele alle leggi e ai casi giudiziari ateniesi. Che cosa è emerso da questo intreccio di voci e di testi?
M.C.: Il mio punto di partenza sono domande contemporanee, ma l’obiettivo è ricostruire un linguaggio interno alla cultura greca. Ho poi esaminato come queste nozioni operassero nel sistema giuridico dell’Atene classica: nei tribunali si cercava soltanto la punizione di una violazione oppure la restaurazione di un diritto leso e di una dignità violata? Dall’analisi emerge una concezione articolata dei diritti soggettivi. Il percorso del libro è in un certo senso elastico: parte da problemi nostri, si immerge nell’antichità, ricostruisce un universo concettuale diverso ma accessibile, e poi torna al presente per interrogare le nostre categorie. In particolare, metto in discussione un’idea troppo atomizzata dei diritti, intesi come sfere private astratte dalla socialità. Nell’etica greca, invece, i diritti sono radicati nella relazione e nel riconoscimento reciproco.
G.B.: Veniamo a uno dei nodi centrali del volume: il paradosso della schiavitù. Come può una società elaborare una concezione sofisticata dei diritti e al tempo stesso negarli agli schiavi?
M.C.: Sì, questo è uno dei capitoli centrali. Non vi era una ragione concettuale o istituzionale che impedisse, in linea di principio, l’estensione dei diritti. Alcuni critici oligarchici della democrazia sostenevano anzi che una coerente radicalizzazione democratica avrebbe dovuto portare all’uguaglianza dei diritti per tutti, donne e schiavi inclusi. Perché ciò non accade? Una risposta relativistica direbbe che non erano in grado di concepire diritti universali. Io ritengo invece che nel loro apparato concettuale si intraveda chiaramente la possibilità di universalizzazione. Il limite fu politico ed economico: una società con un’altissima percentuale di schiavi investì molte energie nel regolarne la gestione, ma senza riconoscerli come soggetti portatori di diritti. Nel libro metto in luce le contraddizioni di questa esclusione, mostrando che erano percepite anche dagli stessi Greci. Proprio nella negazione dei diritti agli schiavi si intravede, in controluce, la tensione universalizzante della loro concezione dei diritti.

G.B.: Il suo libro esce in un momento in cui il tema dei diritti è al centro del dibattito pubblico. In un panorama editoriale diciamo affollato, in cui non è semplice emergere, che spazio trova una riflessione storica rigorosa capace di interrogare le categorie con cui pensiamo i diritti?
M.C.: Questa è un’ottima domanda. Credo francamente che lo spazio ci sia, e sono convinto che lo spazio in fondo ci sia sempre. La tendenza di alcune grandi case editrici a ridurre la pubblicistica storica a semplice divulgazione, o peggio banalizzazione, non è tanto un sintomo di ciò che il pubblico può capire, quanto piuttosto di una certa pigrizia editoriale. Il punto non è che un pubblico più generale non abbia interesse per argomenti complessi; il punto è che bisogna fare uno sforzo, anche da studiosi, per presentarli in un certo modo. Sono sempre stato convinto – forse per una deformazione democratica – che anche in cinque minuti sia possibile spiegare qualsiasi cosa a chi abbiamo di fronte. È quello che ho cercato di fare con questo libro: affrontare questioni anche di notevole complessità in modo tale che chiunque voglia dedicarci un po’ di attenzione possa capire e, spero, guadagnarci qualcosa. Lo spazio c’è, e c’è in particolare oggi, perché il tema dei diritti è più al centro del dibattito pubblico di quanto sia stato per lungo tempo. C’è un enorme bisogno di profondità storica, di uscire dalla cronaca e dalle polemiche del giorno per capire da dove vengono le categorie che usiamo, quali sono i loro limiti, i loro presupposti, i loro non detti. In un momento in cui i diritti sono sotto attacco da più fronti, questa mi pare una delle cose più utili che la ricerca storica possa offrire al dibattito pubblico.
G.B.: Guardando al presente, è più ottimista o più disincantato sul futuro dei diritti?
M.C.: Come storico mi interrogo su quali narrazioni del passato siano oggi funzionali alla negazione dei diritti e quali possano sostenerne l’affermazione. L’idea che i diritti siano un prodotto esclusivamente occidentale non giova a nessuno: alimenta un eccezionalismo europeo e offre al tempo stesso un argomento retorico a chi vuole liquidarli come un’imposizione culturale. Cerco di mostrare che nozioni di diritti emergono in forme diverse in molte culture: in Grecia, ma anche in Cina e nel Sud-Est asiatico per esempio. L’idea che i diritti siano una stranezza occidentale non regge a un’analisi comparativa più attenta. Su questa base si può costruire un discorso più globale e inclusivo, meno esposto alle giustificazioni autocratiche. Sfatare il mito dell’invenzione moderna dei diritti significa rafforzarne la vocazione universalistica come dimensione propria della convivenza umana, non di una sola tradizione storica.

Mirko Canevaro è professore ordinario di Storia greca all’Università di Edimburgo, Fellow della Royal Society of Edinburgh e socio dell’Academia Europaea. Si è occupato di vari aspetti delle istituzioni, del diritto, della storia sociale e del pensiero politico delle città-Stato greche, e di Atene in particolare, sempre in dialogo con la modernità. Ha collaborato con “il Fatto Quotidiano” e “Micromega”. Ha pubblicato The Documents in the Attic Orators (2013), Demostene, Contro Leptine. Introduzione, traduzione e commento storico (2016), commenti al libro IV (2014) e ai libri VII-VIII (2022) della Politica di Aristotele. È curatore di opere collettanee, tra cui Slavery and Honour in the Ancient Greek World (2025) e The Cambridge History of Rights. Volume 1: The Ancient World (2025).
In copertina e lungo il testo: Frederic Edwin Church, Colonne rotte del Partenone, 1869, Cooper Hewitt, NY

