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Rileggere Madeleine Bourdouxhe

Di Mauro Massari 

 

Esiste un tipo di ingiustizia letteraria che assomiglia irrimediabilmente alla distrazione.
Un libro esce, viene amato, anche celebrato, poi “sparisce” per un po’, come se la storia avesse chiuso la porta senza accorgersene. La donna di Gilles (Adelphi), pubblicato per la prima volta nel 1937, è uno di quei casi: raccomandato a Gallimard dal fiuto di Jean Paulhan, allora alla guida della Nouvelle Revue française, accolto con favore negli ambienti parigini, salutato da Ramón Fernández per tono ed equilibrio, per quell’arte di esprimere il silenzio che non è abuso d’immagine poetica ma una descrizione tecnica.

(25 Settembre 1906 – 17 Aprile 1996)

Madeleine Bourdouxhe, quando ripensava a quel successo, non si costruiva una mitologia. Ammetteva che quel romanzo restava il suo preferito perché era quello che le aveva dato notorietà, poi lo ridimensionava con una frase che è insieme autoironia e rigore: «Ci ripenso ancora di tanto in tanto e mi dico: mica male, però».
Quel “però” è la sua firma: la letteratura come disciplina, lontana dalle pose.

La sua prosa regge perché ascolta quello che la vita domestica tace: la vergogna, la gelosia, il desiderio che non parla senza ferire. Interrogata molti anni dopo, sul declino improvviso della fama, sorrideva e stringeva le spalle. Credeva nel destino. E soprattutto non ha mai smesso di scrivere. Solo che lo faceva come moltissime donne nei secoli: nei ritagli di tempo, al tavolo di cucina, a notte fonda. Anche a ottantuno anni, in un condominio moderno a sud di Bruxelles, sopra l’appartamento dove vivevano figlia e nipote, continuava a lavorare tutta la notte. Diceva di avere sempre avuto un vero bisogno di scrivere, un bisogno che non dipende dalle occasioni o dal successo. Continuava a farlo anche negli anni in cui non poteva andare spesso a Parigi per cercare una collocazione sui giornali. «Scrivevo lo stesso», raccontò alla traduttrice Faith Evans, «e intanto leggevo tutto quello che usciva».


La guerra e l’eclissi


La prima causa della sua scomparsa dalla ribalta è documentabile e brutale: il 1939. Poi l’occupazione di Belgio e Francia, la resistenza, gli editori sotto controllo nazista. Vivendo a Bruxelles ed essendo coinvolta attivamente, Bourdouxhe smette di coltivare i rapporti con gli editori parigini. Nel 1943 una piccola casa editrice di Bruxelles pubblica il suo romanzo parigino À la recherche de Marie; racconti appaiono su riviste francesi e belghe. Ma la ribalta, quella, si sposta altrove, e lei resta nell’ombra. Negli anni Ottanta comincia la riemersione: nel 1985 una nuova edizione belga de La donna di Gilles e, a Parigi, i racconti di Sept nouvelles curati da Françoise Collin. Poi accade ciò che spesso riattiva i libri dimenticati: qualcuno la va a cercare, si accorge che su di lei non esiste quasi nulla, incontra Bruxelles, e la biografia torna a rumoreggiare. Nel 1989 una raccolta in inglese, con illustrazioni, intitolata A Nail, a Rose, accompagna la notizia che l’autrice è ancora viva; e la traduzione riporta anche la lettura femminista e la riporta nel presente. Vale la pena ricordare un dettaglio rivelatore: Bourdouxhe scoprì con sorpresa di essere entrata nel grande cantiere teorico di Beauvoir. Quando le raccontarono di aver visto il suo nome nel Secondo sesso, rievocò ricordi vivi: incontri parigini, conversazioni in caffè e bistrot. Sartre sullo sfondo. Nel 1937, del resto, Beauvoir non era ancora “Beauvoir”: stava per cominciare L’invitata. Due romanzi, due ménage à trois, due temperature.

Uscito nel 1937, La donna di Gilles è l’opera più conosciuta della scrittrice belga

La donna di Gilles veste comodamente l’abito della tragedia classica, pochi personaggi, unità di luogo, una struttura simmetrica. L’evento che mette tutto in moto avviene subito: un bacio. E da quel gesto, minimo, irreparabile, non si torna indietro. Lo spazio è quello di una città industriale del Nord Europa: altiforni, freddo, turni, una casa dove ogni gesto domestico si comprime nello stesso tavolo. Potremmo essere ovunque, ma il sottosuolo è Liegi, l’infanzia dell’autrice. Élisa, vista da fuori, è la moglie e la madre perfetta. Dentro, è una donna senza confini che assiste alla propria erosione: il mondo le chiede compostezza mentre lei si scopre “femme de”, in senso doppio, donna e moglie “di” qualcuno, e subito dopo moglie quasi solo di nome. L’ambiguità del titolo, spiegava Bourdouxhe, è voluta. Beauvoir la citò nel Secondo sesso per la lucidità con cui descrive il desiderio maschile come appropriazione e la separazione come annientamento. Ma qui la filosofia è carne: una notte nella neve, Élisa «piccola massa scura», una chiesa, san Sebastiano, l’attrazione che si mescola alla colpa. Il resto è stile, economia, chiarezza, sobrietà. L’apertura offre una serenità domestica quasi ironica e la spezza con una intuizione di Élisa. Poi la narratrice si fa vicina, quasi un coro. «I personaggi vivono di vita propria», diceva Bourdouxhe: dopo averli creati, le restava solo ascoltarli. E allora, una volta innescato, il movimento della storia non ammette deviazioni. Bourdouxhe restringe progressivamente il campo, sottrae prospettive, lascia che il silenzio diventi l’unico spazio possibile. Quindi, il suicidio. Bourdouxhe lo definì un gesto «eroico», perché coerente, portato fino in fondo. In gioco non c’è solo il destino di una donna, ma una domanda più ampia e più scomoda: che cos’è la libertà, se il suo esercizio distrugge chi ci sta accanto? E fino a che punto una libertà che ferisce può ancora dirsi tale? Giocando alla fantasia, è bello immaginare Élisà in una stanza piccola, con un tavolino piccolissimo, Madeleine Bourdouxhe che continua a farsi le stesse domande. Una donna sola che scrive, mentre tutti dormono.


In copertina: Kees van Dongen, Donna con sigaretta, 1908


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