Di Elena Cirioni
Mani e braccia sollevano casse ai piedi di una montagna, nel deserto. Costruiscono un monolite solitario che si staglia nello spazio vuoto. L’immagine è chiara, pulita. Nella luce accentante la costruzione nera è un totem primitivo. Poco dopo, ai suoi piedi, si accalcano i corpi: persone che ballano sotto il battito accelerato di un cuore che pulsa. La musica techno batte come un tamburo ancestrale e trasforma il vuoto del deserto in un punto d’attrazione, uno spazio temporaneamente abitato da una comunità di raver arrivati da tutta Europa per danzare nel mezzo del deserto marocchino. Questo è l’inizio di Sirât, l’ultimo film del regista Óliver Laxe, presentato al Festival di Cannes 2025. Un’apertura che chiarisce subito il metodo del film: prima della trama, prima dei personaggi, sono le situazioni a imporsi sullo sviluppo della storia. Corpi, suono (la musica è firmata da Kangding Ray, artista francese tra le voci più originali della musica elettronica contemporanea), paesaggio. Sono questi i veri protagonisti del film; il resto prende forma come una cornice narrativa, uno strumento atto a creare movimenti e azione.
Nella tradizione islamica, il Sirât è una via sottile, quasi invisibile,
che conduce alla conoscenza di Dio.
Esistono due Sirât: uno nel mondo dei vivi e uno nell’Aldilà.
Nel primo, il Sirât è la strada dell’obbedienza ai precetti del Corano; nel secondo, è un ponte sospeso sopra l’Inferno. Chi percorre con coerenza il Sirât terreno attraversa senza difficoltà anche il ponte ultraterreno; chi devia, cade. Il Sirât è una vita retta, un attraversamento da compiere passo dopo passo, mettendo alla prova corpo e mente. Questo attraversamento è lo scheletro narrativo del film. Il monolite di casse dell’inizio, il rave, sono il punto di partenza del cammino, il primo tratto del Sirât ultraterreno.

La festa non è più uno spazio d’evasione, ma si trasforma in un portale per raggiungere un’altra dimensione. Una scala fatta di luci laser appare sulla parete della montagna: è l’accesso, la via da percorrere. I prescelti sono raver originari, destinati a portare sul corpo i segni di un movimento artistico e sociale fondato sull’attraversamento: confini superati senza mappe, comunità che nascono e si dissolvono nel tempo di una notte, con la musica come linguaggio comune. Nomadi contemporanei in cerca dell’estasi e di nessuna utopia, con l’unica volontà di ritrovarsi e stare nel presente. Bigui, Stef, Josh, Tonin e Jade ballano chiusi in una bolla, senza pensare all’imminente collasso del mondo, affamati di un presente sempre più difficile da raggiungere. A interrompere questa sospensione compaiono, come due note dissonanti, Luis e suo figlio Esteban con la cagnetta Pipa. Cercano Mar, la figlia maggiore di Luis, scomparsa proprio durante un rave. Sperando di ritrovarla in un’altra festa, quando l’esercito marocchino sgombra il campo, decidono di seguire il gruppo, imboccando quasi inconsapevolmente la strada del Sirât. Tra i traveller con i loro camion carichi di casse e il padre con il figlio si apre un conflitto narrativo centrale in tutta la prima parte del film. Luis è un corpo fuori tempo: la presenza di Esteban impone una responsabilità estranea alla logica naïf e fuori norma della comunità rave. I due mondi si osservano, si avvicinano, arrivano quasi a comprendersi.
Ma la strada del Sirât impone un ritmo preciso, e non concede tempo per la comprensione.
Per fondere tutte le anime del gruppo è necessario un evento capace di scardinare ogni equilibrio. Il Sirât esige un sacrificio, il più atroce. Da questo momento in poi il film cambia radicalmente: termina il road movie e inizia un viaggio iniziatico potente, costruito su piani estesi che costringono lo spettatore a restare nella scena. Il tempo si dilata, non per creare suspence, ma per far emergere la fatica dell’attesa. La musica torna a imporsi; quando scompare, resta il rumore secco del deserto. Non c’è appiglio narrativo, non c’è protezione. Resta solo la necessità di resistere, reggere il ritmo, continuare ad avanzare, sperando di non precipitare. Nel finale si ritorna alle casse nere dell’inizio, alla macchina da presa che fissa il cuore di un altoparlante.
È l’inizio di un’altra strada, di un altro Sirât da attraversare, con una sola certezza: non tutti arriveranno dall’altra parte.


