Di Annachiara Atzei
Il tuo suicidio fu di una bellezza scandalosa
Suicidio. Già dal titolo, il libro di Édouard Levé determina una direzione. Ci avvicina pericolosamente al margine dell’esistenza conosciuta, la divide in due. La spezza. Racconta il destino personale dell’autore prendendo in prestito quello di un altro, specchiandosi in esso. Levé parla di lui – l’amico perso durante la giovinezza: si rivolge a lui come se fosse ancora presente (l’intera storia è tutta alla seconda persona singolare). E poi finisce per narrare la propria vicenda, o almeno finisce per immaginarla. Per architettarla. Finché il racconto non diventa un dialogo con sé stesso: cosa trattiene in vita? E cosa invece costringe alla morte? Nel susseguirsi degli eventi, anche minimi, che ci riguardano, cosa davvero è importante?
Suicidio, scritto nel 2007 (e tradotto da Claudio Perroni per Quodlibet nel 2025), è inseparabile dalla sua genesi e dalla sua pubblicazione, perché l’autore affidò il manoscritto all’editore dieci giorni prima di togliersi la vita, all’età di quarantadue anni: un messaggio pubblico e al contempo il gesto consapevole di un artista che ne marca l’identità per sempre. E ci consegna, tra le tante, una riflessione amara: la morte per scelta cambia lo sguardo su una vita intera. La interroga di nuovo. Ogni fatto, ogni azione, ogni cosa detta da chi non c’è più sono riletti da chi resta in funzione della scomparsa e il rapporto tra la morte e la biografia di ogni singola vita diventa strettissimo. L’imprevedibilità di un atto così tragico rimette in discussione la capacità di comprensione dell’altro, la vicinanza autentica, persino una vera conoscenza. Il ricordo emerge quasi contraffatto dal senno del poi. Fa nascere il dubbio. Il giovane uomo che si suicida all’inizio del romanzo è descritto come taciturno e solitario, creativo e visionario. Aveva una moglie e numerosi amici. Nulla lasciava presagire la sua fine: ottenuta con un colpo di fucile sparato in bocca un giorno d’estate. Senza neppure lasciare un biglietto d’addio, unica traccia di giustificazione. Perché questa scelta se la sua vita in apparenza si svolgeva come tante altre?

L’incognita, in realtà, riguarda proprio lo stesso Levé.
E la trasposizione dal personaggio alla persona (e viceversa) si fa via via più evidente. Qui, l’autore utilizza l’archetipo del doppio per indagare una crisi di identità, un conflitto interiore, questioni morali e, forse, anche la paura della morte. Fa compiere a un altro qualcosa che lui per primo avrebbe poi posto in essere, quasi a voler anticipare la sua stessa sorte. L’esito di questo artificio letterario fu probabilmente voluto da Levé: l’attenzione del lettore, infatti, si sposta dalla vicenda del ventenne descritta nel libro a quella del suo autore. Le domande non si indirizzano più verso il protagonista del romanzo, ma verso chi lo scrive: verso i suoi sentimenti, le sue emozioni, il suo senso della vita e di ciò che vita non è più. Non sapendo cosa venga dopo, ciascuno è spinto a chiedersi come sarà e cerca risposte nelle vite degli altri, nelle loro decisioni e nei loro pensieri. Lo fa Levé nei confronti del personaggio che crea con la sua penna, lo fa chi legge il romanzo nei confronti di chi scrive questa storia atroce e, allo stesso tempo, delicata. Mai urlata.
In tanti hanno messo in scena – se così si può dire – la loro morte. “Non parole. Un gesto. Non scriverò più”, scrisse sul suo diario (Il mestiere di vivere, Einaudi) Cesare Pavese nel 1950, prima di togliersi la vita in una stanza dell’Hotel Roma, a Torino, in un addio che appare come una profezia che si autoavvera. Lo fece a conclusione di una carriera dedicata all’editoria (“Pavese cerca nell’editoria una produttività severa, rigorosa, concreta e una operosità meticolosa, instancabile, tenace, che gli consentano anche di controllare, contenere, ordinare e dirigere il suo travaglio personale e intellettuale” – G.C. Ferretti, L’editore Cesare Pavese – Einaudi) e alla scrittura o, meglio, alla parola vera e propria, come se si trattasse di un suicidio che si è protratto con l’affanno creativo, ma anche con la sua vicenda politica e la disperazione amorosa. La letteratura, per lui, è mestiere così come lo è la vita. In perenne coincidenza.
Ma non è il solo. Penso a Salgari, Pozzi o Rosselli, oppure a Paul Celan e a Vladimir Majakovskij, a Sylvia Plath e a Virginia Woolf. Oppure ancora a Yukio Mishima, ossessionato dalla morte, da lui più volte raccontata al cinema e nel romanzo, che fa dire a Kochan in Confessioni di una maschera (romanzo dai numerosi riferimenti autobiografici, scritto nel 1949, oggi pubblicato da Marsilio): “Quello che io avrei voluto era morire in mezzo a estranei, indisturbato, sotto un cielo sgombro di nuvole”. Mishima – che lanciò quasi una sfida al mondo fisico delle parole – scelse il rigoroso rituale del seppuku per lasciare la vita: in quel momento di azione suprema, bella ed eroica, la sua ricerca estetica si realizza. Ed è lo stesso per Éduard Levé. Anche per lui, scrivere è tremendamente vitale e tremendamente vicino alla morte, un tentativo di comprensione spinto verso l’estremo e una prova di abbandono del mondo. Con questo libro, l’atto del suicidio diventa una esperienza comunicabile, che rientra nel novero di ciò che si può dire e che, quindi, riguarda a pieno titolo l’umano.
Nella nostra epoca, la morte è divenuta innominabile e ormai tutto avviene come se morire non fosse un fatto che appartiene al reale. Scrive Philippe Ariès in Storia della morte in Occidente (SE): “Tecnicamente, ammettiamo di poter morire ma in realtà, nel fondo del nostro cuore, ci sentiamo immortali”. E tutto ciò è forse giustificato dalla nostra incapacità di ritrovare una ingenua fiducia nel destino. La morte vera e letteraria dello scrittore francese, invece, è loquace, (comunicativa e non solo comunicabile) soprattutto perché somiglia a chi di essa parla, delineandone il ricordo futuro. È attraverso la letteratura, infatti, che chi scrive può determinare qualcosa: decidere cosa è fine e cosa è inizio. La sua persona, anzitutto.
C’è un punto nel quale tutto ha un principio – dice Levé – ed è il desiderio, quando prevale sul piacere. In quel momento, l’evento mantiene il suo potenziale. Viceversa, il piacere sancisce la morte del desiderio e persino la propria. È in quel punto che avviene la rottura, secondo quel senso della fine diffuso in Occidente, così tenacemente individualista, per il quale la morte precipita nell’oscurità del non-essere: quello che rivela la nostra supposta nullità.
Édouard Levé (1965-2007) è stato fotografo, artista e scrittore. Ha pubblicato quattro libri: Œuvres (2002), Journal (2004), Autoportrait (2005) e Suicide (2008).
In copertina: Vincent van Gogh, Sala d’attesa, 1882

