Di Omar Suboh
Noi siamo il passato oscuro del mondo, noi realizziamo il presente
Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel
Il patriarcato è una costruzione storica, l’esito di un lunghissimo processo che, in quanto fenomeno circoscritto, ha un principio e una fine. Questo è il presupposto teorico che guida l’opera della storica Gerda Lerner, La creazione del patriarcato, la cui prima pubblicazione risale al 1986, oggi riproposta da Tlon in una nuova veste accurata.
L’autrice, attraverso un notevole lavoro di scavo, dispiega le sue fonti di storia sociale delle donne con particolare riferimento al Vicino Oriente antico. L’obiettivo è quello di tracciare l’evoluzione del concetto di genere: quest’ultimo inteso come «costrutto culturale», esito di un processo storico che ha fissato il ruolo delle donne nella società, imprimendosi nel corso dei secoli nell’immaginario collettivo come dato naturale pre–imposto.

L’invenzione della schiavitù è la svolta cruciale per l’umanità, in quanto dalla sua istituzionalizzazione, per Gerda Lerner, la sessualità e il potenziale riproduttivo delle donne diviene merce di scambio, alimentando la mitologia della creazione delle differenze di genere come dati naturali – le donne furono le prime a divenire schiave –: «L’invenzione della schiavitù consisteva nell’idea che un gruppo di persone potesse essere separato come gruppo esterno, marchiato come riducibile in schiavitù, costretto al lavoro e alla subordinazione – e che questo stigma di schiavizzabilità, combinato con la realtà del loro status, li avrebbe portati ad accettarlo come un dato di fatto». Già a partire dal Neolitico emerse la pratica dello scambio tra le varie tribù, in particolare con l’affermazione dell’agricoltura. L’equazione alla base era che le donne rappresentavano risorse da sfruttare, esattamente come lo era la terra. Prima della formazione delle classi e dell’oppressione che ne consegue, la schiavitù delle donne precedeva tutto questo. Dal II millennio avanti Cristo, in Mesopotamia, le famiglie vendevano le proprie figlie per il matrimonio o la prostituzione, spinti dalla volontà di un miglioramento del proprio status sociale familiare, riducendo le donne a un valore di scambio, così come rivela Claude Lévi–Strauss nella sua analisi della pratica di mercificazione della sessualità e della capacità riproduttiva delle donne sotto il potere degli uomini. Al contempo, le donne che si sposavano incominciavano ad avere accesso a una serie di privilegi totalmente subordinati al marito, che apparteneva alla classe sociale dominante e, se non soddisfaceva i requisiti come l’avere figli, sarebbe presto stata sostituita, perdendo il proprio status sociale.
«L’invenzione culturale della schiavitù si fondava tanto sull’elaborazione di simboli della subordinazione delle donne quanto sulla conquista materiale delle donne stesse. Sottomettendo prima le donne del proprio gruppo e poi quelle nemiche, gli uomini appresero il potere simbolico del controllo sessuale sugli altri uomini, ed elaborarono un linguaggio simbolico con cui esprimere il dominio e creare una classe di persone psicologicamente assoggettate. Sperimentando l’assoggettamento di donne e bambini, gli uomini arrivarono a comprendere che tutti gli essere umani possono tollerare la schiavitù, e svilupparono le tecniche e le forme di schiavitù che avrebbero perdessero loro di trasformare il proprio dominio assoluto in un’istituzione sociale»
La differenza cruciale era che se gli uomini schiavi venivano venduti principalmente per lo sfruttamento della loro forza lavoro, le donne invece erano trattate come oggetti sessuali e partorienti, assoggettate al controllo maschile. Chi possedeva i mezzi di produzione aveva il potere di subordinare chi ne era sprovvisto. Anche i bambini diventavano una proprietà, o come forza lavoro oppure venduti sul mercato matrimoniale, o quello schiavistico. La nascita dello Stato, ma ancora prima come le leggi e i codici della civiltà babilonese ci mostrano, ha coinciso con la formazione delle gerarchie, strutturate in modo che la dipendenza dell’uomo dall’aristocrazia dominante fosse compensata dal diritto al dominio indiscusso sulla famiglia.
I capifamiglia distribuivano le risorse sociali tra i membri così come lo Stato distribuiva le risorse ai capi delle famiglie: il controllo sociale passava direttamente attraverso il controllo sul comportamento sessuale; riproducendo lo stesso schema della gerarchia di classe della società nella famiglia.
Il sistema patriarcale funziona attraverso una serie di procedimenti che hanno instillato nelle menti l’idea che, dall’infanzia in poi, sia sempre stato così, come una sorta di dato naturale incontrovertibile – allo stesso modo in cui Mark Fisher, nella sua celebre opera Realismo capitalista, evidenzia come il capitalismo stesso sia la conseguenza di un processo storico e decisionale che non ha nulla di irreversibile, ma che può essere sostituito con un altro modello sociale ed economico –. L’inaccessibilità all’istruzione, una serie di norme di genere imposte sin dall’infanzia, una mitologia stereotipata sulla vita delle donne, di matrice misogina e androcentrica, la divisione delle donne in rispettabili e disoneste, la repressione e la coercizione dei corpi, l’inaccessibilità alle risorse materiali e l’impossibilitò di elevare il proprio status sociale o di accedere alle cariche politiche: tutto questo appartiene a quella fenomenologia dello spirito patriarcale, per citare la scrittrice femminista Carla Lonzi, messo in evidenza da Gerda Lerner. L’esito di un processo di condizionamento psicologico alla base in modo da interiorizzare l’idea della propria inferiorità – la cancellazione della Storia come strumento di controllo e di sottomissione dei corpi e delle menti –.

Sullo sfondo è l’egemonia maschile che agisce nella sfera simbolica e detiene il monopolio sulla definizione della realtà, attraverso la creazione di una teologia da parte degli uomini: l’appropriazione simbolica di figure come la Dea Madre e le divinità della fertilità. Questi simboli vengono ridefiniti in funzione dell’asservimento dell’esistenza femminile in conformità con il principio della dipendenza sessuale. In questa dicotomia che vede da una parte l’Uomo potente e virile, mentre dall’altra la Donna come perpetuamente incompiuta, dipendente ecc., la costruzione simbolica si impone definendo la civiltà Occidentale, supportata dalle principali teologie, sia cristiana che ebraica, finendo per esaurire il campo del possibile della realtà. Il dominio patriarcale, così come l’androcentrismo, deve essere ancora oggi destrutturato, decostruito nella sua totalità.
Le fonti da cui attingere sono innumerevoli, come ci mostra l’autrice, ed è possibile ricostruire una Storia delle donne partendo proprio dalle origini, da una fase che precede l’avvento della scrittura – di cui le donne sono protagoniste –, perché è proprio l’ignoranza di queste fonti che ha permesso l’affermarsi di una certa convinzione distorta dell’assenza di Storia: «il recupero del passato ci consente di elaborare alternative alle condizioni di vita attuali», scrive Lerner, e rovescia ciò che è stato elevato a verità universale, confinando le donne nel ruolo di comparse della Storia.
Duemilaecinquecento anni in cui le donne sono state escluse sistematicamente dal sistema educativo, rendendo inaccessibile il tempo libero necessario allo studio e all’elaborazione di un pensiero critico. Solo pochissime sono state privilegiate, in modo da dare forma a un pensiero alternativo a quello androcentrico, lo stesso responsabile della riduzione di esperienze specifiche di genere a naturali, e quindi immanenti. Il confinamento delle donne alle mansioni servili e alla gestione della vita quotidiana ha alimentato la loro esclusione dalla sfera simbolica e dal pensiero astratto. Chi oltrepassava quei confini, accedendo a spazi considerati prerogativa maschile, rischiava di essere percepita come un’anomalia minacciosa, persino come un’«incarnazione del diavolo»; questa dinamica si intensificò tra XVI e XVII secolo con l’affermarsi delle credenze sulla stregoneria: le donne vennero accusate di infanticidio, di provocare la sterilità maschile, di agire come emissarie di Satana. Come ha ben messo in evidenza la filosofa Silvia Federici in Caccia alle streghe. Guerra alle donne (Nero Editions), tali narrazioni contribuirono a legittimare un vasto apparato di controllo e repressione della soggettività femminile. La «razionalizzazione del mondo naturale», scrive Federici, «passava per la distruzione della ‘strega’»: così imponeva il nuovo ordine meccanicista del mondo, all’alba della Rivoluzione scientifica. La soggettività delineatasi nel corso della storia con il progressivo imporsi del capitalismo, è funzionale alla disciplina del lavoro capitalista stesso.
L’emarginazione è una conseguenza dell’azione del patriarcato, ovvero il risultato di un processo storico che potrebbe arrivare alla fine, attraverso una pratica di decolonizzazione del pensiero e la creazione di una visione del mondo alternativa. Mentre scrive l’autrice afferma che siamo ancora immersi in una fase proiettata nel divenire: per superarla dobbiamo fare nostra la coscienza femminista, costruita proprio a partire dal «corpo di esperienza» della Storia», per l’edificazione di un mondo veramente umano.
Gerda Lerner (1920-2013) è stata una storica, saggista e pioniera degli studi di genere. Nata a Vienna da una famiglia ebraica, fuggì dalla persecuzione nazista e, dopo un periodo di prigionia, si stabilì negli Stati Uniti. Dopo la laurea alla New School, proseguì gli studi in Storia alla Columbia University e, insoddisfatta di studiare “un mondo in cui le donne non esistono”, si specializzò in Storia delle donne, un campo non ancora riconosciuto all’interno della disciplina.
Nel 1968 iniziò a insegnare al Sarah Lawrence College e, nel 1980, alla University of Wisconsin-Madison, dove fondò il primo programma di dottorato in Storia delle donne. Si dedicò sempre con passione a questo nuovo campo di studi, insegnando e scrivendo affinché le esperienze femminili venissero finalmente accolte e incluse nella narrazione storica, trasformando così la storiografia contemporanea.
In copertina: Xilografia di H. Baldung, cm 39×27, MET, New York

