Di Giorgio Castriota Skanderbegh
L’ottavo libro di Fremen, la collana curata da Giulio Mozzi per Laurana Editore, racconta
una storia indiretta fin dal titolo: Un’estate da Dick Fulmine, di Alberto Grillo.
Non è una vicenda indiretta grammaticalmente (anche se non è narrata in prima persona), ma lo è a un livello molto più fondamentale: è la storia (Storia?) a muovere il suo protagonista, e non viceversa.
L’eroe fascista dei fumetti, il prode italo-americano Dick Fulmine che salva i bravi italiani dai pericolosi stranieri che ordiscono le loro trame, è un faro lontano, un esempio dalle retrovie. Chi colleziona i suoi albi è Francesco, il ragazzino protagonista di quello che, vestito da Bildungsroman, è un romanzo di distruzione. Francesco, Cichìn, ci offre una prima visione di sé come abitante un corpo inspiegato — «osservava stranito la difformità delle proprie dita: Come fate a essere tutte mie?» — che avrebbe dovuto accompagnarlo nella scoperta di sé, se questa non fosse irrimediabilmente segnata dalla storia.
Quest’ultima però, per quanto despota, elude il punto di vista di Francesco, che ne percepisce solo gli effetti. Di là da date memorabili e svolte epocali, lui cerca di vivere il materiale con frenesia e abbandono. Il corpo di Francesco, così come il disastroso fascismo, e le bombe, e i colpi di coda della guerra, spinge il ragazzo in avanti, cercando di farlo correre più veloce del ricordo della morte dei genitori, della menomazione del cugino fraterno Giuseppe, della sorte di Greta; Francesco stesso è incapace tuttavia di scappare dalla colpa, «incapace di perdonarsi il destino di sopravvissuto e il corpo incolume».
Perché Francesco è stato trascinato dalla professione del padre in un campo di lavoro sul Danubio, fiume troppo estraneo, troppo animale, troppo profondo, troppo esteso, e troppo potente; perché proprio quel fiume, però, salva Francesco e lo trascina via dalle fiamme delle bombe, che invece avvolgeranno il corpo di sua madre Elvira — suo padre Vittorio non avrà neanche il beneficio di un cadavere —; perché Francesco viene portato via dalla sua terra non appena vi fa ritorno.
Proprio in punti come questo la struttura del romanzo meglio riflette la corsa; momenti orrendi, segnanti, vengono quasi liquidati, o comunque traslati in annale: la morte cruenta della mamma: una sequenza di eventi, fatale, un corpo carbonizzato che tonfa nell’acqua e un figlio che si aggrappa alla vita perché non c’è nient’altro da fare, non c’è altra scelta; un Francesco che ritorna a piedi dal Reich non per uno slancio vitalistico, ma per l’assecondamento di un piano inclinato: vivo perché non sono morto.

Tra l’armistizio gracchiato dalla radio e l’inizio del secondo dopoguerra, un ragazzo che cammina su un sentiero che è stato cancellato alle sue spalle e non ancora costruito in avanti viaggia solo verso un infinito presente. Da lì si continua a scappare: quale gioia c’è nella crescita è stata spazzata via da detriti e bombe; Francesco ha solo tappe verso cui precipita, impegnato a voltare la testa indietro o altrove, a guardare perso il panorama ignorando i partigiani, il futuro, seduti nel furgone con lui. La promessa del fascismo a un bambino, di Dick Fulmine, della vita dell’eroe, è disattesa, o meglio si avvera come il desiderio espresso al genietto pestifero che ti prende alla lettera: sì, vivrai come un eroe dei fumetti, e cioè sarai eterodiretto da una mano grande che avrà il controllo delle tavole, della successione degli eventi, dei personaggi da cancellare con una grande gomma sul retro di una grande matita.
L’infinita malinconia che bagna il romanzo è sì per un passato perduto, ma anche per un futuro che è già andato via; le persone intorno a Francesco cambiano, e lui non le riconosce più: Greta diventa diversa, un’abitudine obbligata; Giuseppe è cieco ora, e chissà se può ancora giocare a tenere in equilibrio la mazza di una scopa; gli sguardi degli zii e dei nonni si affievoliscono a vista d’occhio; Antonia è già in un’altra vita, e sta per distogliere lo sguardo. I momenti che Cichìn vive sono liquidi, e sfuggono tra le dita, e anche i suoi rapporti umani vivono di dimensione performativa, di lutti ed emozioni esibite. Francesco ama Greta perché si deve diventare uomo, finge con Giuseppe di non voler chiedere subito che fine hanno fatto i Dick Fulmine; perfino altri personaggi partecipano di questi sentimenti coreografici, se Fausto mette in piedi la messinscena di accanirsi sul ceppo di un albero per piangere la morte di Vittorio. Lo stile di Grillo segue questo andamento: da una mediana concisa e dichiarativa si alzano punte anche repentine di dramma, che poi ritornano nell’alveo.
Le tribolazioni dell’eroe sono qui, come detto, un’anti-formazione. Indirettamente, tutti vivono, tranne proprio Francesco. Quando ritorna dalla terra straniera, la sua vita assomiglia a quella copia tormentata del primo numero di Dick Fulmine che ha fatto il viaggio con lui: non più la stessa di prima, ma più sua di quanto fosse mai stata; ma, come il fumetto finisce presto in pegno da un rigattiere, Francesco sembra barattare il suo nuovo possesso sulla vita con qualcosa che non arriva mai. Dalla sua amata Val Bormida, il ragazzo si ritrova in un paese che non conosce, in cui il cieco Giuseppe si orienta meglio di lui. I Grandi Eventi sembrano lontani, ma i segni ci sono, sui corpi e sui paesaggi.
Nell’estate del romanzo la guerra è sfondo, siede appena oltre la tua spalla a schiarirsi la voce ogni volta che azzardi una speranza; è un fenomeno naturale, come l’impossibilità di avere certi frutti in certi periodi dell’anno. È nei buchi di proiettile negli edifici, nei crateri, nei detriti, nelle famiglie menomate. Il lutto, che pure è fresco, non arretra mai; anche se tutti se ne vanno, nessuno lascia mai Francesco, i fantasmi vivono con lui, e anche mentre è con Antonia pensa a Greta, e alla magra fine che deve aver fatto. Le ombre sono vive, e le persone che si agitano intorno a lui sono sbiadite, e si muovono circospette dentro il cimitero rimasto.
Cosa c’è allora da cercare, a cosa si può aspirare? Francesco sembra trovare la risposta in una agognata fustigazione per la sua colpa di incolume, in una crociata contro il manesco zio Fausto, alla ricerca di un gesto estremo che fermi il precipitare del tempo, alla ricerca di qualcuno che gli dia quello che pensa di meritare. Per questo il romanzo distrugge Francesco, per questo non si trova pace e guarigione ma solo altra angoscia. Ancora una volta si deve agire, si deve scappare dal pensiero. Anche l’ultimo atto di crudeltà di Francesco (ora non più Cichìn) è quello: la matta e bestiale zampata di un animale che non è capace di guardare avanti e in alto, solo indietro e nelle immediate vicinanze; ma è anche l’ultimo grande atto di volontà prima di abbandonarsi ai fili del destino, dell’eredità e della eterodirezione, della corrente: «un fantoccio ostaggio del tempo»; l’ultimo grido di Francesco che implora una punizione.
In copertina: Paul Klee, Radiato dalla lista, 1933. Olio su tela. Berna, Zentrum Paul Klee.

