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Se non è proteiforme non è un racconto: L’ufficio delle correzioni storiche – Danielle Evans (di Giulia Bocchio)

Forse non smetteremo mai davvero di scrivere e leggere racconti, perché i racconti rappresentano una forma narrativa dalle premesse apparentemente semplici: vieni, ho una storia per te. 
E la narrazione diventa il buco di una serratura dal quale osservare una porzione di mondo, in uno specifico momento, quella famosa ‘parte per il tutto’ che è una versione dettagliata di un groviglio di dolorose circostanze che ci chiede principalmente due cose: inferenze e decostruzioni.
Forma testuale che ricorda un mosaico, tassello indispensabile per la coerenza di un’immagine finale, di un ritratto specifico: quel ritratto, a volte, può essere lo specchio di una comunità e, in particolare, dei singoli che la compongono.
Le storie racchiuse nella raccolta di Danielle Evans, L’ufficio delle correzioni storiche (Minimumfax, trad. di Assunta Martinese ) orbitano intorno a temi attuali e fondamentali, temi che spesso polarizzano il dibattito politico-sociale: razzismo, violenza di genere, integrazione, senso di colpa, sesso, sicurezza. Le controversie di una certa America.
Ogni retorica è potenzialmente manipolabile e in questa manipolazione la realtà ne esce distorta, spesso depauperata: ma è qui la potenza di un racconto che si fa testimonianza, è qui che qualcosa diventa proteiforme, senza pretesa morale alcuna.

 

I personaggi dei sette racconti di Danielle Evans, giovane e acclamata autrice statunitense, già inclusa nella selezione dei migliori giovani scrittori della National Book Foundation, sono (quasi) tutti femminili, sono donne che hanno subito, e a volte anche dolorosamente introiettato, le conseguenze di una cultura che le ha escluse, spezzate, stordite, idealizzate: che ha in ogni caso tolto loro qualcosa, in maniera più o meno diretta. Sono donne il cui colore della pelle ha fatto in qualche modo la differenza nelle relazioni, sul posto di lavoro, all’interno delle più sottili e inaspettate dinamiche sociali e familiari. Discriminate o sessualizzate, giudicate o trasformate in performance artistica. Polarizzate, a prescindere.
Ogni storia che l’autrice presenta ai lettori cova qualcosa di irrisolto e sospeso, qualcosa di inafferrabile, almeno a parole. E la sensazione è quella di volerne sapere di più di queste donne, sorelle a cui credere, ma non è possibile, è questo il gioco.
Che ne sarà delle ovaie di Lyssa, la protagonista del primo racconto? Una giovane donna che deve fare i conti con la prematura scomparsa della madre e con il ricordo che le resta di lei (compreso il patrimonio genetico), con gli episodi che ne hanno contornato la straziante dipartita: l’acquisto dell’unico antidolorifico funzionante da parte del fidanzato, finito in rissa perché nero. E dunque sospetto. Meglio toglierle queste ovaie, ma più avanti forse, nel frattempo nessuno si preoccupa di non venirle dentro, è così esotica
E poi c’è un uomo, un riconosciuto e apprezzato artista che decide di fare delle proprie scuse, ovvero dei propri abusi, una performance. Ma perché le donne non dicono mai quello che vogliono è un racconto sinistro e patinato, nonché una vera e propria escalation all’interno delle dinamiche relazionali, circomprendendo tutte le sfumature della violenza, da quella fisica, a quella verbale, da quella domestica a quella psicologica. Nessuno ha nome all’interno della vicenda e questo rende più vivido e pesante il ritratto di ogni persona citata, in un modo di citare che equivale a svilire, a ridicolizzare. Ma qui tutto è performance e compiacimento, ridiamoci su! Che una risata non uccide, o forse sì. Eccome.
Perché l’artista mette platealmente in scena il suo tentativo di chiedere perdono per il dolore procurato romanticizzandolo, trasformandolo temporaneamente, giusto il tempo di ricaricare l’ego, in installazioni d’arte dedicate alle persone scopate e ferite, solo per ingozzare di gossip il fegato del suo pubblico (maschile) con fatti intimi e privati ormai alla mercé di chiunque, stratagemma perfetto per rovesciare il piano simbolico, commerciale e legale degli eventi e trasformare lui nel genio creativo.
E così c’è spazio per tutte e tutti, per:

La Ragazza che Era Priva di Sensi per l’Alcol e Lui lo Sapeva Perché in Realtà Era Quasi Sobrio.

La Ragazza Cosi Spiazzata dalle Scuse che Finì in Terapia Perché Non Aveva il Minimo Ricordo di Averlo Conosciuto, Men che Meno di Averci Fatto Sesso.

La Ragazza che Stava Solo Fingendo di Amare II Sesso Violento Per Farlo Contento E Lui Lo Sapeva Benissimo Ma Non Aveva Detto Niente Perché Gli Piaceva Farle Fingere che le Piacesse.

La Ragazza che Davvero Amava il Sesso Violento e la cui Capacità di Non Lasciarsi Sminuire dal Proprio Piacere Era Quasi Irritante Finché Lui Non le Aveva Detto Che Nessuno l’Avrebbe Mai Amata Perché Era Troppo Troia.

II Compagno di College sul Quale Faceva Battute Omofobe Ma al Quale Ogni Tanto Chiedeva lo Stesso di Succhiarglielo.

L’Amico Gay Non Dichiarato che Non Aveva Mai Toccato Ma il cui Amore Aveva Comunque Sfruttato.

Ma la shitstorm vera è sempre dietro l’angolo e Claire, la protagonista de I bambini vanno su Giove, lo sa bene. Basta una foto, postata (da altri) sul social sbagliato, dal dichiarato sentore razzista ed ecco che il college diventa un luogo ostile e uscire dalla propria stanza un atto politico. Claire è una ragazza di buona famiglia, ha perso la madre troppo presto, quella dei suoi amici d’infanzia, con i quali aveva condiviso tutto, i fratelli Angela e Aaron – i suoi unici veri amici neri – invece è sopravvissuta, e questa differenza genera uno spartiacque emotivo pressoché irrecuperabile. Ma se la malattia non ha pregiudizi nell’attaccare un corpo e non esiste immunità, la comunità, di pregiudizi, ne ha eccome e attaccare un corpo, specie se nero, è possibile, giustificabile addirittura. Claire ha perso la madre, ma Angela perderà suo fratello Aaron che, prima della shitstorm, durante una festa molto alcolica aveva tentato di aiutare Claire caricandola in macchina, troppo ubriaca per guidare, e l’aveva fatto portandola di peso sul sedile, frugando nella sua borsetta per cercare  le chiavi dell’auto e partire: qualcuno lo vede e interpreta in maniera errata la scena. Aaron, spaventato, calca troppo pesantemente il pedale dell’acceleratore, si sente inseguito, si sente accusato, e il resto è uno schianto. Un boato che riecheggia nelle orecchie di Claire, ma ormai il senso di colpa non ha più un volto, è definito solo da una pioggia di hashtag.
Ma è possibile cancellare un errore, omettere una vergogna collettiva, riscrivere la verità? E chi ha il diritto di farlo? C’è ancora di mezzo la morte: quella, risalente agli anni Venti, di un ragazzo nero arrivato al Nord dal Mississippi per lavorare, per riscattare la propria condizione, per poi finire bruciato vivo all’interno di un edificio che si rivelerà il motivo per cui un ufficio assai particolare svolgerà ricerche e compiti precisi le correzioni storiche, ovvero rettificare le inesattezze, identificare le false notizie. Mansioni che diventano un labirinto emotivo, un’indagine sociale che è soprattutto spaccatura morale.
Ognuno di questi racconti è, a suo modo, proteiforme, come lo sono gli esseri umani che li attraversano, perché ogni vicenda, ogni decisione, non si esaurisce nell’aneddoto raccontato, o nell’episodio cardine intorno al quale tutto sembra ruotare, perché le pagine celano un substrato così profondo da rendere la lettura tanto scorrevole quanto labirintica. Perché sai che c’è dell’altro. Sai chi ci rimette alla fine, sai chi sarà l’impunito, sai quali sono le dinamiche del potere, e quanto pesa l’esercizio della forza.
C’è la storia e poi la sua eco, i suoi retaggi, i suoi pieni e i suoi vuoti. A colmare le zone d’ombra è la riflessione personale di ogni lettore.
“Il desiderio di raccontare storie mi ha insegnato a credere nel loro potere”  ha dichiarato Danielle Evans, che non scrive né di eroine né di eroi, ma di perdita, di cordoglio, di persone che incontreresti al supermercato, al cinema, alla cassa di un negozio di souvenir, persone che fra loro hanno in comune solo ciò che è possibile desiderare adesso, nel presente: il bisogno di futuro. 

 

Di Giulia Bocchio


In copertina: Dreamtigers by Julia Soboleva


 

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