«L’essere umano tende ad attribuire un senso all’esperienza mediante la continuità; le cose che succedono
si spiegano in virtù di ciò che è successo prima»
Come diventai monaca, César Aira
Leggete Come diventai monaca di César Aira. Sul serio: traditevi. Sarà il principio di uno sfaldamento, il ribaltamento di una certa idea di verità. Vi odierete per il solo fatto di aver messo piede fuori di casa, quel pomeriggio, quella mattina in cui non ne avevate nemmeno voglia, per infilarvi nella vostra libreria di fiducia e portare il libricino a casa insieme a voi. Ma leggetelo. Fin da subito, giusto un paio di capitoli, e la menzogna vi sarà chiara, il trucco svelato. Scoprirete che nel libro non ci sono monache, né monasteri, né chiese, né conventi, né rosari da sgranare o voti da prendere. Forse l’avrete già intuito dal gelato alla fragola in toni vaporwave che campeggia in copertina, forse no. Incontrerete, piuttosto, la voce di un bambino morto che parla di sé al passato e al femminile, senza alcuna intenzione di dirvi la verità sul proprio conto. Allora saprete cosa vi aspetta: un’autobiografia fasulla. Questo perché César Aira, il bambino, è un impostore. Il libro è falso fin dal titolo – è lampante, è sotto gli occhi di tutti. E proprio in questa falsità inoppugnabile risiede la sua sbilenca e eccezionale purezza.
L’edizione Fazi del 2019 – l’originale è del 1993 – riporta in quarta di copertina una citazione dello stesso Aira: «Come diventai monaca è la mia autobiografia parziale, perché copre solo un anno, dai sei ai sette: inizia quando assaggio il gelato per la prima volta e finisce quando la vedova del gelataio mi assassina».
È chiaro fin da subito che ci troviamo di fronte a uno scherzo, a una provocazione. Sta a noi scegliere a quanto credere, fino a che punto spingerci. Una cosa è certa: nonostante il paragrafo iniziale di questo articolo, volutamente eccessivo, Aira gioca a carte scoperte, senza promettere impossibili e inesistenti verità fattuali sul proprio passato. Ci dice: ti sto prendendo in giro, ci stai?
Il noto autore e traduttore argentino non è interessato tanto alla verità, al fatto riscontrabile, quanto più al flusso di materiale onirico che ne sorge, risalendo lento dall’abisso dei minimi dettagli quotidiani per impossessarsi di tutto: presente e passato, osservazione e memoria.
L’intero libro è un tentativo di reinventare l’infanzia senza passare dal ricordo dei suoi accadimenti, ma anzi distillandone i sentimenti a distanza di sicurezza, per poi provare a ricrearli, a rifarne esperienza diretta, nel contesto di un ambiente narrativo artificiale e finzionale. Aira non ci racconta la sua infanzia, ci racconta il precipitato che ha lasciato in lui, nel lui persona e nel lui autore. Tenta di ricreare una continuità e, con la continuità, l’unico senso possibile della propria vita: quello narrativo. Il tutto, sfruttando il solo strumento che lo lega al sé bambino, e cioè l’immaginazione. Non si tratta di scavare nella memoria, di fare archeologia, ma di edificare, di creare da capo ciò che è già stato, per renderlo comunicabile tramite una sorta di induzione. Al bando la nostalgia: all’aroma dolce della madeleine, Aira preferisce un gelato alla fragola intossicato dai cianidi alimentari.
«In questo caso, e forse anche in tutti gli altri, ebbi la miracolosa consolazione di sapere che ero un angelo. Questo fatto trasformava la situazione, la rendeva un sogno, ma come realtà. Era una trasformazione della realtà. Anche i crudeli deliri partiti quando avevo la febbre erano una trasformazione, ma di segno opposto. Il sogno reale era la forma della realtà come felicità, come paradiso. Nello stesso movimento la realtà diventava delirio o sogno, ma anche il sogno diventava sogno, e quello era l’angelo, o la realtà»(1).
Il libro si apre con il piccolo/la piccola César Aira che si trasferisce a Rosario con la famiglia. Il padre, mantenendo una promessa fatta tempo prima, decide di portarlo/a per la prima volta a mangiare il gelato. Fragola è il gusto designato. Sarà una vera e propria iniziazione alla prelibatezza del helado. Ma César lo assaggia e lo trova rivoltante. È amaro, fa schifo, si rifiuta di finirlo. Il padre lo rimprovera con veemenza crescente, fino a convincersi a assaggiarlo a sua volta, per dimostrare che non può essere cattivo. Fa una cucchiaiata dalla coppetta di César, lo porta alla bocca e lo sputa. Ha ragione il bimbo: è amaro. Il fatto scatena un alterco con il gelataio, che si conclude con l’omicidio. Il padre di César affoga l’uomo nella vaschetta di prodotto avariato. Così, lui finisce in carcere, mentre César va dritto in ospedale, in preda ai deliri dell’intossicazione.
Il racconto dell’evento-gelato si apre così: «L’inizio è segnato da un vivido ricordo che posso ricostruire fin nei minimi particolari. Prima di quello, non c’è niente; poi, tutto è proseguito formando un ricordo unico, vivido, continuo e ininterrotto, compresi i periodi di sonno, finché non presi l’abito».
Se dovessi scommettere, su queste basi, direi che l’esperienza del primo gelato è l’unico ricordo a cui Aira sceglie di attingere senza operare alcun tipo di trasfigurazione. Un esercizio alla ricerca del primo frammento di memoria significativo, nato magari per gioco, magari per noia.
Dopodiché, a partire dall’intossicazione, è tutto falso: abbiamo un uomo che smette di ricordare e di camminare a ritroso, cercando invece di avanzare da quel punto nel tempo, da quel gelato, per colmare i vuoti con la fantasia, riferendosi al sé passato come bambina soltanto per reggere il gioco linguistico del titolo – sempre al gioco si torna. Gioco che, peraltro, viene svelato dalla puntualissima Nota del traduttore di Raul Schenardi, in coda al libro. Tutto ciò, comunque, non ha nulla a che vedere con la qualità del romanzo.

L’impressione che si ha leggendo – è banale da dire – è quella di avere a che fare con un bambino in tutto e per tutto, che riempie il racconto di contraddizioni e allo stesso tempo suscita un inspiegabile senso di complicità. Quando racconta dei suoi deliri da febbre, delle visioni della casa allagata, della nutria che nuota fra le stanze e mordicchia le caviglie di sua madre, della misteriosa nana che compie miracoli in ospedale, Aira riesce a nascondere l’autentico nel falso, a intercettare una verità di ordine non razionale, non logico, e proprio per questo più immediata e urgente. È proprio nella rottura del principio di non contraddizione, nel prediligere la metafora e l’allegoria alla deduzione, che il bambino Aira riesce a trasformare ogni risvolto della storia nella sua stessa giustificazione: l’amore per la lettura, per la scrittura, per il racconto non si può spiegare, perché qualsiasi spiegazione sarà sempre monca. Si può solo agire. E agire significa manipolare il mondo tramite il linguaggio, come fa il protagonista, come fa l’autore che l’ha creato. Ecco che la buona letteratura trova sempre il modo per parlare di se stessa, pur senza dire una parola.
«Avevo creduto che fosse una cosa della scuola, e invece era una cosa del mondo! Erano le parole, l’ammutolimento delle parole, la mimica, il procedimento mediante il quale le parole assumevano un significato… Capii che io non sapevo leggere, gli altri invece sì. Era di questo che si trattava, era per questo che avevo sofferto tanto senza saperlo» (2).
C’è un episodio, all’interno del libro, che ne svela il cuore pulsante. A causa dell’intossicazione da cianidi alimentari e della degenza in ospedale, il “bambino Aira” – come viene chiamato dalla maestra – inizia la scuola con tre mesi di ritardo. Per questo motivo, impara a leggere quando tutti i compagni ne sono già in grado. Un giorno, due amici che Aira non manca di identificare con i nomi di due scrittori – Farías e Quiroga – lo intercettano in bagno e gli mostrano delle scritte sulle piastrelle a muro, fatte con i gessetti rubati in classe. Aira le osserva, ma vede solo stanghette orizzontali e verticali combinate a casaccio, sfumate dai vapori ammoniacali del bagno. Non sa leggere, non comprende. Per lui, quei segni sono significanti senza significato. Grazie agli scherzi di Farías, intuisce che si tratta di insulti alla madre e cose del genere, ma il suo sapere si ferma lì. Così, racconta Aira: «Quello che ricordo in seguito è che sul mio banco, dove vegetavo tutti i pomeriggi, aprii il quaderno ancora intonso, presi la penna che non avevo mai usato e riprodussi a memoria la scritta, una stanghetta dopo l’altra, senza sapere di cosa si trattava ma senza sbagliarne neanche una. […] Devo precisare che Farías non l’aveva letta a voce alta, dimodoché io non sapevo a quali suoni corrispondessero quei disegni. Mentre scrivevo, però, lo sapevo».
Si potrebbe dire che Come diventai monaca ci parla della verità come possibilità retorica, del predominio dell’immaginazione, dell’agire il linguaggio come unica via per la comprensione e per la memoria, della menzogna come postura e condizione necessaria, ma vorrebbe dire complicare ciò che invece, mi pare, è infinitamente più semplice. Allo stesso modo in cui non possiamo guardare Medusa negli occhi, e abbiamo bisogno di uno specchio che ne rifletta il volto, così Aira non può raccontare la verità su se stesso senza rifletterla in una storia falsa, mistificata. Quello che leggiamo è insieme menzogna e verità: le due cose sono inscindibili.
Il grande merito dello scrittore argentino, qui, è la capacità di tenere in vita questa contraddizione per un centinaio di pagine di tenerezza struggente, senza perdersi mai in considerazioni teoriche e anzi rimanendo sempre ancorato all’immediatezza del racconto, alla vivida presenza del mondo. In fondo, muovendosi fra surrealismo e iperrealismo, fondendo queste due anime in un unico magma narrativo, cedendo a un solipsismo che è semplice smania di rielaborazione, il bambino Aira ci sta dicendo: sono sempre qui; nonostante io venga assassinato nel finale, sono ancora vivo; e la mia storia continua nella biografia di César Aira, autore che voi tutti conoscete in carne e ossa, e che non smetterà certo di far andare le mani, di rompere le parole come se fossero giocattoli e di accendere falò attorno a cui sedersi per raccontare storie inaudite; tutto, per mano mia.
Di Simone Beretta
In copertina: Tokyo, Japan 1998, captured By Martin Parr
Note
- Come diventai monaca, César Aira, Fazi Editore, 2019, pag. 66
- Come diventai monaca, César Aira, Fazi Editore, 2019, pag. 51

