Il demone dell’analogia #56: Dante

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale di Dina Carruozzo Nazzaro (con D. Michelino, H. Holiday,
G. Bastianini)

 

Lo straniero rimase qualche istante sulla soglia della porta per esaminare le tre persone che erano nella sala, come a cercarvi il suo compagno. Lo sguardo che vi gettò, per quanto fosse indifferente, turbò i cuori.
Era davvero impossibile a chiunque, e persino a una persona salda, non confessare che quella natura aveva dotato di poteri esorbitanti quell’essere apparentemente soprannaturale. Benché i suoi occhi fossero profondamente infossati sotto le grandi arcate disegnate delle sopracciglia, erano come quelli di un nibbio incastonati in palpebre così larghe e circondate di un cerchio nero così vivamente segnato in alto sulla guancia che i loro globi parevano prominenti. Quell’occhio magico aveva un non so che di dispotico e di penetrante che afferrava l’anima con uno sguardo greve e colmo di pensieri, uno sguardo brillante e lucido come quello dei serpenti o degli uccelli; ma che sconcertava, che schiacciava con la rapida comunicazione di una immensa sventura o di qualche potenza sovrumana. Tutto era in armonia con quello sguardo di piombo, fisso e immobile, severo e calmo. Se in quel grande occhio d’aquila le agitazioni terrene parevano in qualche modo spente, il volto magro e asciutto portava però le tracce di passioni infelici e di grandi eventi realizzati. Il naso cadeva diritto e sembrava trattenuto dalle narici. Le ossa del viso erano nettamente accentuate da rughe lunghe e diritte che solcavano le guance scarne. Tutto ciò che nel suo volto formava un incavo appariva cupo. Avreste detto il letto di un torrente ove la violenza dello scorrere delle acque era attestata dalla profondità dei solchi che tradivano lotte orribili, eterne. Simili alla traccia dei remi di una barca sulle onde, larghe pieghe che partivano da ogni lato del naso marcavano fortemente il suo viso e davano alla bocca, decisa e priva di sinuosità, un carattere di amara tristezza. La fronte tranquilla si slanciava con una sorta di baldanza al di sopra dell’uragano dipinto sul volto, e lo coronava di una cupola di marmo. Lo straniero conservava l’atteggiamento intrepido e serio che contraddistinguer gli uomini abituati alla sventura, che la natura ha dotato di impassibilità nell’affrontare le folle furiose e nel guardare in faccia i grandi pericoli. Sembrava muoversi in una sfera che gli era propria, dalla quale planava al di sopra dell’umanità. Al pari del suo sguardo, i suoi gesti emanavano una potenza irresistibile; le sue mani affilate erano quelle di un guerriero; se si dovevano abbassare gli occhi quando i suoi affondavano nei vostri, altrettanto si doveva tremare quando la sua parola o il suo cenno si rivolgevano alla vostra anima. Camminava circondato di una silenziosa maestà che lo faceva scambiare per un despota senza guardie, per qualche Dio senza raggi. Il suo abito dava ancora maggior rilievo alle idee ispirate dalla singolarità del suo portamento o della sua fisionomia. L’anima, il corpo e l’abito si armonizzavano in modo da impressionare le immaginazioni più fredde.

da I reietti di Honoré de Balzac

§

Quando il mio spirto spiegherà le penne
per gir, Fiorenza, a quelli che son morti,
daraigli il merto che pria non ottenne.
Dentro a nuov’urna allor vorrai raccorti
queste ceneri mie, ma non le avrai:
ah quai fur, popol mio, teco i miei torti?
Ben sei severo in tutto quel che fai!
Ma passa di malizia ogni confino
l’ingiustissima pena che mi dai:
io, quant’altri fu mai, fui cittadino:
in guerra, in pace tu stesso m’ergesti,
e quindi tu inaspristi il mio destino.
Tutto finì; non varcherò mai questi
limiti che tra noi segnò tua mano;
morrò solingo e guarderò con questi
occhi pieni di lume sovrumano
i tristi dì che per favor del cielo
prevede uom spesso, e altrui rivela invano.
Io pur a chi non m’ode or li rivelo:
ma l’istante verrà, s’or altri il vieta,
che le lagrime al ver sciorranno il velo,
e nel sepolcro si vedrà il profeta.

da La profezia di Dante di George G. Byron (trad. di Lorenzo Da
Ponte)

§

Ma anche il suo volto è mitico, scolpito dalla necessità del suo proprio spirito e dalla necessità della nostra fede. L’occhio è grande perché aggrandito dalla sua natura vorace e dalla visione continua, cavo e cerchiato d’ombra perché vive da sé, vive in sé, come qualcosa che s’apra solitaria al sommo dell’anima e non abbia attenenza alcuna con gli altri sensi carnali. Il naso è aquilino come quel che indica il gentil legnaggio, la forza imperiosa, la maschia alterezza; e una ruga lo segna alla radice perché il pensiero la incise e la profondarono i crucci. Grande è la mascella e robusta perché rilevato sia il lineamento dell’osso che la natura destina a prendere e stritolare quel che l’istinto ha scelto. Proteso e appuntato è il mento perché abbia la forma ferrea del conio che penetra e fende il tronco più duro. La bocca è come un serrame ermetico, suggellata sul gran fuoco interiore, inclusa in due solchi, quasi da due fossi difesa; ma dal labbro di sotto è quel di sopra avanzato perché contro il sopruso e l’oltraggio persista il segno del dispregio immutabilmente. Un che di sacerdotale e di regale assume dalla benda la fronte; e bendate sono anche le gote a quel modo che il sudario le lasci ai sepolti, perché tutta la figura abbia un che del resuscitato Lazaro.
Un che dell’uomo sollevato dal miracolo sopra l’ombra della morte.

da De Comaedia Dantis di Gabriele D’Annunzio

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