Le ‘Donne in viaggio’ di Lucie Azema, storie e itinerari di emancipazione femminile (a cura di Giulia Bocchio)

«Occupare il posto che avremmo preso facilmente se fossimo stati uomini: ecco l’obiettivo di un approccio femminista al viaggio. Imparare ad abitare il proprio mondo, le proprie frontiere, poi alimentare il desiderio di occupare lo spazio al di là di quei limiti intimi grazie a tutto ciò che ne abbiamo attinto: ecco come. La ricerca di una coerenza personale che s’innesta nello spazio – come se tutte le dimensioni (quelle dell’esterno e dell’interno) formassero una serie di cerchi concentrici – è il vero cammino che porta alla liberazione. E, in questo modo, mettere l’«io» nel «noi», il diverso nell’ordinario, non avere più né inizio né fine. Per questo il viaggio è anche un esercizio di umiltà: rifiutare di essere dominati vuol dire rifiutare di dominare. Vuol dire creare un rapporto da pari a pari con il mondo, un’armonia condivisa, un equilibrio tra l’essere umano e la natura, tra l’essere umano e il resto delle creature viventi, in una logica di coabitazione, di coevoluzione».

Questo il mantra per la scrittrice errante e giornalista Lucie Azema che, con il suo saggio Donne in viaggio – Storie e itinerari di emancipazione, uscito per Tlon lo scorso giugno, invita a considerare l’atto ‘dell’andare’ – non importa dove e perché – da un punto di vista nuovo, libero, indipendente.
Leggendolo, mi è venuto in mente un episodio che risale al 2004 circa, facevo le medie. La professoressa di geografia organizzò una serie di lezioni in aula video per affrontare lo stesso tema di partenza di Lucie, ovvero i viaggi, le prime esplorazioni, la scoperta di nuovi mondi: ma erano sempre uomini, i protagonisti, e lo scopo era colonizzare, conquistare, imporsi. È storia.
Le donne restavano a casa, venivano salutate al porto, si conservava al massimo un loro ritratto. Ricordo una mattinata dedicata al navigatore James Cook che tra cartografia e arte marinaresca raggiunse per la prima volta zone pericolosissime, per poi fare una fine ancora oggi un po’ misteriosa, ma comunque legata a una commistione di culture e usanze la cui interpretazione, all’epoca, era ancora troppo approssimativa.
Ma era comunque un equipaggio composto da uomini, sempre. Il contesto ‘avventuriero’ non prevedeva presenza femminile.
Un po’ come quello descritto da Michele Mari ne La stiva e l’abisso. Uomini, pesci, mare. E tutto anche molto erotizzato.
Viaggiare, che è un atto che ci caratterizza come esseri umani, è stato per secoli un vero e proprio privilegio maschile. Eppure la scoperta dell’oltre è qualcosa che ha a che fare con il nostro Dna, il bisogno di esplorare lo spazio è metaforicamente collegato a quella imprescindibile necessità di esplorare anche un po’ se stessi, mettersi alla prova, senza ripari.
Per una donna, come ben delinea e analizza Lucie Azema, viaggiare è stata impresa assai complessa, nonché un’attività ostacolata, ridicolizzata, spesso proibita.
Oggi , in parte, le cose sono cambiate, c’è una consapevolezza diversa –  non esente tuttavia da rischi o pregiudizi di sorta –  autodeterminarsi come donne e donne-viaggiatrici è possibile. E le esperienze atte a testimoniare questo ventaglio di avventure sono tangibili, fruibili, presenti anche grazie al digitale e ai social.
All’interno del suo saggio Lucie, con coraggiosa lucidità di analisi, racconta vicende legate alle prime grandi esploratrici del passato, intrappolate non solo nell’immobilità, ma in un’invisibilità che la scrittrice definisce ‘orchestrata’ da una società patriarcale che, sostanzialmente, ha reso sfavorevole l’accesso al viaggio, fra retorica legata a paura, pericolo e ruoli di genere.
Era l’uomo a decidere, ed era l’uomo a partire, ma molte di queste donne che hanno lasciato una loro impronta su terre nuove, hanno avuto il coraggio di ripensare la loro stessa vita attraverso lo studio, il racconto, la curiosità, per svincolarsi da ogni definizione sociale o  sottomissione:

“La concezione ideologica e mascolinista del viaggio non sopravvive a lungo al confronto con la realtà. Le donne hanno viaggiato e viaggiano da molto tempo: scienziate, guerriere, pirate, scrittrici, archeologhe, geografe, spie, politiche, religiose, giornaliste, fotografe, cartografe – o semplicemente donne libere alla ricerca di un altrove. Queste donne hanno contribuito a studiare il mondo, disegnarlo, cartografarlo, raccontarlo. Il primo racconto di viaggio della storia dell’umanità sembra sia stato scritto proprio da una donna, Egeria, che nel 381 d.C. intraprese un pellegrinaggio dal monte Sinai fino in Terrasanta e in quell’occasione scrisse delle lettere nelle quali descriveva ciò che vedeva. I primi viaggi femminili di esplorazione risalgono alla metà del XIX secolo. Prima di questa data, le donne hanno viaggiato, ma come semplici accompagnatrici o sotto falsa identità e vestite da uomo. In quest’ultimo caso, le donne passate alla storia sono quelle che sono state scoperte. È il caso della botanica Jeanne Barret, prima donna ad aver fatto il giro del mondo, che si finse marinaio per far parte dell’equipaggio dell’esploratore Louis-Antoine de Bougainville. È impossibile calcolare quante viaggiatrici abbiano fatto lo stesso, ma a volte le troviamo menzionate nelle pagine dei racconti di viaggio. (…) La classica storia delle esplorazioni e le antologie di letteratura d’evasione hanno completamente ignorato questi percorsi e questi testi femminili. Quando la negligenza è sistematica, è lecito parlare di un vero e proprio tentativo d’invisibilizzazione del viaggio al femminile. Nel migliore dei casi, queste donne sono state presentate come prostitute o bugiarde, nel peggiore, sono state gettate nel dimenticatoio. Ma sarebbe un errore cadere nella trappola opposta, ossia affermare che le donne abbiano viaggiato quanto gli uomini. Disseppellire questi racconti dimenticati è una necessità storica e intellettuale, ma sarebbe una soluzione parziale al problema. Il patriarcato ha, in effetti, operato a valle (rendendo le loro storie invisibili) ma anche a monte, rendendo sfavorevoli, a livello materiale, le condizioni di accesso al viaggio: impossibilità legale di gestire il proprio denaro, ridotto accesso agli studi, imposizione della maternità, veri e propri divieti di circolazione formulati dalle leggi dei loro Paesi, dai loro padri, dai mariti, dai fratelli”.

Una differenziazione sociale marcata che ha reso le donne esploratrici, donne controcorrente, viziose, prive di legami o radici, e da ‘attenzionare’ dunque, ma questa narrazione è il frutto di un’interpretazione ancora una volta patriarcale e misogina, ancorata a retaggi ideologici squalificanti, a una visione che fa della virilità sinonimo di coraggio e conquista (territoriale e non solo). La riappropriazione di un spazio soggettivo, narrativo ed esistenziale è per Lucie un aspetto fondamentale per far riaffiorare le tante imprese e le tante conquiste che le donne hanno tentato uscendo finalmente dalle mura domestiche e in questo la scrittrice stessa compie un raffinato viaggio attraverso la scrittura e la stesura stessa di questo ‘diario di bordo’ che è Donne in viaggio.
Ed ecco allora riemergere da un passato ricco di sfumature e complessità, itinerari inediti di donne libere e autentiche, capaci di trascendere stereotipi e categorie sociali di genere, che molto possono ancora insegnare alle generazioni future.

A cura di Giulia Bocchio


Lucie Azema, Foto by Nadège Abadie, Flammarion

LUCIE AZEMA (1989) è una giornalista, viaggiatrice e femminista francese.
Dopo aver vissuto in Libano, in India e in Turchia, si trasferisce a Teheran nel 2017. Ha collaborato con «Courrier Expat» e «Courrier international». Donne in viaggio, uscito in Francia per Flammarion nel 2021, è il suo primo libro.

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