Storie di un’altra storia: L’altro volto (un racconto di Mauro Germani)

Il racconto che proponiamo oggi appartiene alla già apprezzata raccolta Storie di un’altra storia (Calibano editore) di Mauro Germani.
Si intitola L’altro volto: una misteriosa prima persona singolare orbita fra il sogno, l’incubo e il sangue…


Marian Wawrzeniecki – Old truth lies in books, 1910


L’altro volto 

Ogni notte l’anima di un altro mi possiede e io non so più chi sono, né chi potrò essere. Tutto ciò che un tempo è stato mio ora non mi appartiene più. Al mio antico volto si sovrappone – fino a cancellarlo – un volto nuovo e per me odioso.
Un altro nome e altri sentimenti, del tutto dissimili a quelli originari, sembrano ora spettarmi. La lenta metamorfosi, che a poco a poco s’impadronisce di me, è il segno, ormai incancellabile, d’una maledizione che io stesso ho generato e che adesso non posso più arrestare.
Un sogno mi ha ucciso.
Ricordo bene la città deserta e male illuminata. Le poche lampade oscillavano al vento e tutto, intorno, appariva e scompariva. La pioggia bagnava le sagome bianche dei grattacieli, i muri un poco scrostati, le piazze immense, i volti di cartone della pubblicità.
Comminavo veloce, il bavero della giacca alzato, forse cercando di far perdere – chissà perché – le mie tracce. Non sapevo niente di me. Né perché mi trovassi in quella città straniera, né perché fossi malamente vestito, né perché avessi paura. Chi ero? Volevo solo fuggire e nascondermi.
Forse ero un vagabondo capitato in una città ostile, o forse un omicida appena fuggito dopo il delitto commesso, desideroso solo di scomparire nel buio della notte e di non ricordare più niente.
Il cielo nero scendeva fino ai marciapiedi, le case s’alzavano e s’abbassavano nella corsa, le folate di vento e la pioggia mi ferivano. I miei passi scuotevano l’aria, come fosse anch’essa piena di pozzanghere e d’improvvisi riflessi bianchi e violacei.
La mia testa, invece, era troppo pesante e mi cadeva sul petto, mi premeva sul cuore come un corpo morto, ed era difficile, poi, sollevarla.
Sapevo che qualcuno di m’inseguiva. Nell’oscurità non lo vedevo, ma nella mia mente c’erano il suo affanno, i suoi occhi sottili, quella barbetta ispida, quei denti aguzzi da lupo nella bocca semiaperta, tutta la sue furia indomabile. C’era quell’odio che mi raggiungeva e mi prendeva la gola, stringendola come un cappio, finché non avveniva la scontro col mio, di odio, e allora tutti e due precipitavano giù, nelle viscere, negli intestini.
La fuga non poteva durare ancora molto. Mi sentivo stremato. La pioggia scivolava sui miei stracci e sulle mie ossa doloranti. Avrei voluto sparire, confondermi col buio che vorticava intorno a me, dileguarmi nella battaglia del vento, nelle macchie scure delle case.
Non sapevo nulla della mia storia, ma adesso neppure m’importava. Chiunque fossi era meglio finirla al più presto per respirare, per liberare il fiato, sia pure per poco.
Nella fretta caddi e, mentre cercavo di rialzarmi, mi apparve davanti colui che m’inseguiva. Lo riconobbi senza conoscerlo. Il sorriso gli colava sul mento insieme alla pioggia. Mi afferrò con violenza per la giacca, esclamando qualcosa di incomprensibile – un’imprecazione forse, o il motivo del suo odio. Nel buio vidi balenare la lama di un coltello, o di un antico pugnale color argento. Mi sentii perduto. Tentai inutilmente di scappare. L’uomo, dal volto appuntito e scuro, si avventò su di me.
Ma, d’un tratto, ebbi la certezza di stare sognando. Ciò nonostante, non mi svegliai. E la mia coscienza mi diede la forza di una sfida estrema, di una sfrontatezza senza timore. Mi sentii improvvisamente immortale, e con sarcasmo urlai al mio sconosciuto nemico di uccidermi, convinto che nulla mi sarebbe accaduto, che nessuna lama avrebbe potuto ferire il mio corpo, che la violenza si sarebbe dissolta, insieme a tutto il resto, in quell’aria falsa e notturna.
Egli, allora, mi guardò con ferocia e mi colpì furente per diverse volte. Il sangue – lo ricordo ancora – schizzò sul muro e scivolò sul marciapiede insieme alla pioggia.
Ora so che avrei dovuto battermi. Di notte, infatti, continua ad accadere ciò che, prima o poi, mi condurrà inevitabilmente alla pazzia: non sogno più di me, ma di lui. È lui, ormai, il vincitore. Le mie notti sono sue e, a poco a poco, io divento lui: col tempo sarò lui, il mio sconosciuto e odioso nemico.
La vittima che fui è ora l’assassino che ha scritto questa confessione.

 

Di Mauro Germani

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