A morte il tiranno: l’intervista a Matteo Cavezzali (a cura di Giulia Bocchio)

A morte il tiranno (HarperCollins), di Matteo Cavezzali, è un libro attualissimo, sebbene i fatti raccontati risalgano a secoli ormai passati, più o meno lontani da noi nel tempo e nello spazio.
Eppure l’uomo trascina con sé sempre i soliti tratti quando si parla di potere, denaro, politica.
È una triade che solitamente s’accompagna a derive pericolose e che innescano nella mente di altri l’idea che qualcosa da far saltare, tipo una testa, sia l’unica soluzione per dare un colpo si spugna alla situazione. Ristabilire un ordine. Frase che giustifica tutto e niente.
A morte il tiranno racconta fra capitoli ed episodi – episodi sì, perché il testo è legato all’omonimo podcast di Storielibere.fm, che potete ascoltare qui – le vicende di uomini e donne che ci hanno provato a sovvertire o vendicare un ordine. L’esito di questi attentanti ce lo racconta puntualmente la Storia, ma dietro c’è sempre un’idea di bene o di male squisitamente personale.
Da Violet Gibson, a Robespierre, da Gaetano Bresci a Luigi Lucheni, solo per citarne alcuni: i piani per colpire un tiranno fanno pensare alla letteratura, e in effetti qualcosa di brutalmente in comune ce l’hanno: il tempismo. Tutta una questione di tempo, di ritmo.
La sorte si decide in un istante. E istante ed eternità di un esito, in questo caso, coincidono.


Matteo, bentrovato. Al centro del tuo libro, A morte il tiranno, ci sono le conseguenze del potere, nonché i suoi complessi meccanismi, ma quando esso degenera, sorge una domanda ‘tentacolare’: obbedire è doveroso o è giusto ribellarsi? A questo proposito citi un esperimento classico, quello di Stanley Milgram: ricordo che all’università la docente ci illustrò ogni passaggio, e di mezzo c’era sempre la parola ‘giustificazione’, a pensarci dava i brividi…

Obbedire è l’istinto naturale dell’uomo, che è portato all’ordine e ad evitare il conflitto. Il conflitto è infatti faticoso, e va giustificato. Detto questo si può arrivare a un limite di sopportazione che una volta superato fa scattare qualcosa: una reazione che mette a rischio l’individuo e che ha come fine il cambiamento dello status quo. È tuttavia molto difficile che tale ribellione avvenga per la sofferenza di una terza persona, ma avviene quasi sempre come reazione a una sofferenza personale. Questo avviene perché, diversamente da quello che molti pensano, non siamo una specie particolarmente empatica verso gli altri. L’esperimento di Milgram è solo uno dei tanti esempi.

A questo proposito la storia è ricca di esempi, ma anche la letteratura. L’impronta di questo libro mi riporta al protagonista di Delitto e Castigo, Raskòl’nikov, che non solo uccide, ma tortura se stesso compiendo una riflessione che forse accomuna le storie presenti all’interno del testo: assassinare qualcuno per un bene più grande si può, ma pochi uomini possono farlo, quei pochi sono uomini superiori; ma, se non sei un Napoleone, poi si fa la fine di un insetto. Che ne pensi a riguardo?

L’idea che la vita umana abbia un valore inestimabile è relativamente moderna. Fino a meno di un secolo fa la vita valeva assai poco. La mortalità infantile era altissima e la criminalità e il banditismo erano molto diffuse. Per non parlare delle guerre, che in Europa erano continue, come le epidemie, che spesso ne conseguivano. Per cui morire era normale. Quindi uccidere non era considerato così grave, soprattutto se c’era una buona causa di mezzo. (E ovviamente per ognuno la buona causa era la sua). Quindi i tentativi di modificare la storia con un omicidio sono stati molto frequenti per tutta la storia d’Europa. Con la fine della seconda guerra mondiale e il lungo periodo di pace che ne è seguito in buona parte del continente, la vita (e quindi l’omicidio) ha preso un valore – fortunatamente! – diverso. Oggi le persone non si accalcano più nelle piazze per vedere impiccato un ladro o decapitato un delinquente, anche gli stati e i loro governi sono diventati più civili e pacifici. Speriamo che i nostri governanti si ricordino da quali secoli bui è uscita l’Europa.

Fra le pagine sfilano una serie di teste, alcune saltano, alcune no: ognuno degli episodi che tu racconti e che sono storia vera del mondo e della politica, hanno in comune una cosa: il tempismo. Riuscire a centrare l’attimo esatto, essere o non essere in un determinato posto: si gioca lì il destino di un regno, di una nazione, di un dittatore…

Il tempismo è tutto, ed è completamente fortuito. Nessun tirannicida ha mai saputo con esattezza che reazione avrebbe avuto il popolo al suo gesto. Quasi tutti speravano che il popolo li avrebbe seguiti, ma quasi mai questo è accaduto, salvo per quella che poi è diventata la Rivoluzione Francese, e pochissimi altri casi. La maggior parte delle volte l’attentatore è rimasto da solo. Basti pensare a Gaetano Bresci, che quando uccise il re d’Italia Umberto I era certo che il popolo sarebbe insorto contro la tirannide dei Savoia e invece scoprì che il re era molto amato, nonostante le nefandezze che aveva compiuto. Ci dimentichiamo che i tiranni sono spesso molto amati dal popolo, perché si accaniscono contro le minoranze, e non contro la maggioranza, che al contrario si sente tutelata dalla violenza tirannica; ne abbiamo prova in questi giorni in diverse nazioni non tanto lontane da noi…

E a proposito di tempo, quando si parla di derive del potere, di dittature, di tirannide, vagheggiare sul ‘come sarebbe andata se…’ è un incipit affascinante per immaginare diverse versioni possibili di una storia: come Georg Elser che pianifica l’attentato perfetto, ma lo frega la pioggia e Adolf Hitler non muore, con tutte le drammatiche conseguenze del caso…

È impossibile saperlo. Oggi Hitler viene visto come il male assoluto. Se Elser fosse riuscito nella sua impresa, e lo avesse fatto saltare in aria, cosa sarebbe successo? (Il suo piano era degno di un film d’azione, tanto era ben ideato, e per la sfortuna che ebbe). Forse la guerra si sarebbe evitata, oppure avrebbe preso il suo posto Himmler e sarebbe stato più sanguinario di lui. Non possiamo saperlo. Quello che invece sappiamo per certo è che Hitler vinse le elezioni, perché le persone volevano Hitler e condividevano la sua visione di mondo. E questa forse è la cosa che più fa paura, e che dovrebbe farci riflettere.

A morte il tiranno propone riflessioni attualissime e mette inoltre in evidenza le sfumature psicologiche di uomini e donne che in qualche modo hanno scritto una pagina di storia: eppure che si tratti di giustizia o di ideali, un rivolo di sangue scorre inesorabile: esiste sempre una nemesi, mai sottovalutare questo dettaglio…

Non sono certo che esista sempre una nemesi. Spesso ci raccontiamo la Storia per farla sembrare più sensata di quello che è. In realtà è un insieme caotico e casuale di errori e casualità. Le guerre, che sono il peggiore dei mali, sono sempre causate dall’idiozia dei governanti, ma è la povera gente a pagarne le conseguenze, mentre chi comanda bombardamenti e stermini lo fa da un posto sicuro, come se fosse un gioco. Troppo spesso abbiamo visto i veri colpevoli farla franca, e questo è il motivo per cui c’è tanto rancore represso nelle nostre società. Abbiamo capito che la nemesi non c’è, non c’è la giustizia divina, né il karma. Ci sono le persone sfruttate e gli sfruttatori. C’è chi blocca il grano al porto di Odessa, e chi morirà per questo di fame nel corno d’Africa, senza sapere nemmeno perché. La giustizia sociale non arriva naturalmente, bisogna guadagnarla, giorno per giorno.

In un periodo complesso come quello odierno dove la comunicazione, l’informazione continua e il nostro essere iperconnessi – e quindi più attenti ma anche più ansiosi rispetto a ciò che accade al di fuori dei nostri confini, come l’attuale guerra in Ucraina ad esempio -, ci pone di fronte a una realtà in cui la figura del ‘ribelle’ cambia, ma anche quella del ‘tiranno’. Politici, presidenti, influencer, oggi tutti utilizzano i social per comunicare: le guerre si combattono anche così, con una propaganda squisitamente online, pericolose fake news comprese. Approvazione e prestigio, poi, si basano sui followers, che sono una ‘nuova massa’: più ne hai, più è probabile che tu venga ascoltato, o quantomeno notato anche se blateri.
Come leggere una situazione di potere come questa?

Viviamo in una società del consenso in cui la simpatia vale più di qualsia altra cosa. Non a caso molti dei politici attuali hanno esperienze nel mondo dello spettacolo, da Zelensky a Trump, che aveva fatto un reality show di grande successo, da Berlusconi a Grillo. I social hanno solo amplificato la cosa, per cui oggi vale più il parere di un influencer (solitamente bello e simpatico), che non quello di un politico o di un docente universitario, magari competente, ma noioso. Non ne faccio un problema di merito, ma di sostanza. Può anche capitare che il simpatico abbia ragione ovviamente, ma dobbiamo stare attenti a non dargli ragione solo perché è simpatico. Questo è il mare in cui navighiamo oggi. L’importante è capire che quello che vediamo sui social non è la verità, altrimenti saremmo come quei primi spettatori del cinema dei fratelli Lumière, che quando videro sulla pellicola il treno avanzare, fuggirono dalla sala per paura di essere investiti.

A cura di Giulia Bocchio


Matteo Cavezzali è uno scrittore e giornalista italiano.
Ha lavorato in teatro come attore e drammaturgo. Collabora con diversi giornali tra cui il Corriere della Sera e tiene un blog per Il Fatto Quotidiano. Ha pubblicato i romanzi  “Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini” e “Nero d’inferno”, che racconta la figura di Mario Buda, anarchico italiano emigrato negli Stati Uniti considerato l’inventore dell’autobomba, per le cui gesta venne scritta la prima legge anti-terrorismo al mondo.
È ideatore e direttore artistico del festival letterario ScrittuRa di Ravenna, nato nel 2014. Dal 2016 cura anche Scrittura sulle Dolomiti in Trentino e gli incontri del ciclo Riscrivere la Storia in diverse città. Dal 2020 è co-direttore di Salerno Letteratura.


 

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