Il demone dell’analogia #50: Quello che le donne dicono

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale di Dina Carruozzo Nazzaro  + immagine di John William Godward

“Chi mai vorrà una come te
chi mai si prenderà in casa
una che non cucina!
Una che non stira, non sa leggere
una bolletta della luce,
una che conosce i capitelli dorici
poi crede che cinque più nove
faccia dodici! Sei una frana,
una delusione, sei un parassita
che non muove un dito
se non per girare le pagine dei libri,
leggi tutto il giorno e non sai vivere

Chi mai vorrà una come te,
ma chi ti sposa? Sei buona da niente,
imparata l’arte mettila da parte,
imparata tutta la letteratura
fanne spazzatura! Mettiti a vivere
coi pochi capelli in testa che hai
qui volevamo una manager
abbiamo una malata immaginaria
che si perde la testa nell’aria
e fa buchi quadrati nell’acqua”

I cerchi sono perfetti e centrati,
autoleggo le bollette, sistemo
i vostri disastri col sangue e il sale
persino spolvero a morire
e con l’aceto di vino brillano
sfolgorano i rubinetti delle sale
da bagno e della cucina

In cucina faccio torte soffici,
stiro se voglio anche le camicie
(ma male), mi patento
nei veleni per le piante con successo
perché so l’italiano e non cado
nei tranelli di chi bene non legge
le domande scritte sulla carta

Ho dato al mondo una bambina
che vi ruba gli orari per giocare
e le dita le uso se piange
per correrle tra i capelli e cantare
con l’amore che non ho avuto
tutto l’amore che so dare

E se un giorno mi chiederà
la differenza tra un dorico e gli altri
capitelli dei greci le dirò
l’amara verità: amore mio,
ho dimenticato tutto, impara
tu l’arte di stare al mondo tra i vivi
e da parte non metterla mai

inedito di Lara Pagani

 

Una figlia cattiva senza radici,
una madre di vento e di fumo,
una moglie di carta e di luna:
così dicevano, però tutti entrarono:
i padri, le madri, il figlio, lo sposo.
Mi abitarono un poco, mi derubarono
mi mordicchiarono il cuore
e poi mi abbandonarono
lasciando più sassi che carezze.
Ma che lungo spavento
è stata la storia dei miei sentimenti.
Però quante emozioni,
quanti ricordi e che bellissime rose
sono nate da questo roveto.
Adesso sono stanca, sola e piena di anni.
Tuttavia sto ancora sulla soglia di casa,
la porta spalancata.
Aspetto.

da Elogi di Franca Alaimo

 

Consentitemi di immaginare, dal momento che i fatti sono così difficili a ottenersi, che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, poniamo.
Molto probabilmente Shakespeare frequentò – perché sua madre era un’ereditiera – la scuola secondaria, dove è probabile che avesse imparato il latino – Ovidio, Virgilio e Orazio – e gli elementi-base della grammatica e della logica. Era, come si sa, un ragazzo irrequieto, il quale cacciava di frodo i conigli, e forse anche i daini; e dovette anche, prima di quanto avrebbe voluto, sposare una donna dei dintorni, che gli diede un figlio un po’ più presto del solito. Questa avventura lo spinse a cercare fortuna a Londra. Si interessava, a quanto pare, di teatro; dicono che abbia cominciato facendo la guardia ai cavalli presso l’ingresso degli attori. Presto imparò a recitare, divenne un attore di successo, e si trovò al centro della società contemporanea; vedeva tutti, conosceva tutti, sfoggiava la sua arte sulla scena, il suo spirito per strada, e riuscì perfino ad essere ricevuto nel palazzo della regina. Nel frattempo quella sua sorella straordinariamente dotata, immaginiamo, rimaneva in casa. Era altrettanto desiderosa di avventura, altrettanto ricca di fantasia, altrettanto impaziente di vedere il mondo quanto lo era lui. Ma non venne mandata a scuola. Non ebbe la possibilità di imparare la grammatica e la logica, men che mai quella di leggere Orazio e Virgilio. Di tanto in tanto prendeva in mano un libro, magari uno di quelli di suo fratello, e ne leggeva alcune pagine. Ma a quel punto arrivavano i genitori e le dicevano di rammendare le calze o badare allo stufato e smetterla di fantasticare fra libri e fogli di carta. Avranno certo parlato con tono brusco ma gentile, perché erano gente concreta che sapeva come debbono vivere le donne e amavano la loro figlia – anzi, più facilmente di quanto non si creda, lei era la prediletta di suo padre. È possibile che
scrivesse di nascosto qualche pagina, su in soffitta, ma stava bene attenta a nasconderla o bruciarla. Molto presto, però, ancor prima che fosse uscita dall’adolescenza, dovette essere promessa in moglie al figlio di un vicino mercante di lane. La ragazza gridò che il matrimonio le era odioso, e per averlo detto venne picchiata con violenza dal padre. Ma poi l’uomo smise di rimproverarla. Piuttosto la supplicò di non darle questo dolore, di non disonorarlo rifiutando il matrimonio. Disse che le avrebbe regalato una collana o una bella sottogonna; e aveva gli occhi pieni di lacrime. Come faceva a disobbedirgli? Come faceva a spezzargli il cuore. Fu la forza del talento che era in lei, da sola, a indurla a compiere quel gesto. Una notte d’estate la
ragazza preparò un fagottello con le sue cose, si calò giù con una corda e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni. Gli uccelli che cantavano nel verde non erano più melodiosi di lei. Come suo fratello, lei possedeva il dono della più viva fantasia per la musicalità delle parole. Come lui, aveva una inclinazione per il teatro. Si fermò davanti alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Quegli uomini le risero in faccia. L’impresario – un uomo grasso, dalle labbra carnose – scoppiò in una risata sguaiata. Urlò qualcosa a proposito dei cani ballerini e delle donne che volevano recitare – nessuna donna, disse, avrebbe mai potuto fare l’attrice. L’uomo fece intendere invece – vi lascio immaginare che cosa. Non avrebbe mai trovato qualcuno che le insegnasse quell’arte. E, del resto, avrebbe forse potuto cenare nelle taverne o andarsene in giro per strada a mezzanotte? Eppure il suo talento la spingeva verso la letteratura e desiderava ardentemente potersi nutrire in abbondanza della vita di uomini e donne e studiarne i costumi.
E alla fine – poiché era molto giovane, stranamente somigliante nel volto a Shakespeare, il poeta, con gli stessi occhi grigi e le sopracciglia arrotondate alla fine Nick Greene, l’attore impresario, ebbe compassione di lei; la ragazza si ritrovò incinta di quel gentiluomo e così – chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? – si uccise, in una notte d’inverno, ed è sepolta nei pressi di un incrocio, là dove oggi si fermano gli autobus vicino a Elephant and Castle. Così, più o meno, sarebbe andata la storia, io credo, se una donna, ai tempi di Shakespeare, avesse avuto il genio di Shakespeare.

da Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf

 

Un commento su “Il demone dell’analogia #50: Quello che le donne dicono

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