‘Gli Scomparsi’: Curzio Malaparte

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani

Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è L’arcitaliano e tutte le altre poesie, di Curzio Malaparte. Le poesie di Malaparte, invero non sempre riuscite, sono sparite da tempo dalla circolazione. Nel volume che ricordiamo, edito da Valecchi nel 1963 (in questo ritrovo di libri perduti – per scelta – di rado nominiamo gli editori), sono compresi anche alcuni testi molto acuti del Malaparte poeta. Ne proponiamo uno agguerrito e polemico che data del 1935, cioè poco dopo il confino a Lipari, e che forse è stato scritto proprio durante il confino, come molte delle poche poesie di Malaparte.


Parnaso inaccessibile

Sullo stato presente della poesia in Italia molto è stato detto, ma il meglio si tace. E quel po’, e quel meglio, che resta ancora da dire, moltissimi sono quelli fra gli stessi poeti, che se lo confidano fra loro in privato, a bassa voce, per quel gusto della conventicola e del segreto che sembra essere il gusto dominante nel mondo della poesia pura.
Sarebbe ingiusto negare ai poeti d’oggi il diritto di figurarsi il Parnaso non già come un monte, ma come un convento, e di coltivare i propri segreti a modo loro. È più semplice farsi frasi di quel convento, che scalare quel terribile monte. Ma sarebbe altrettanto ingiusto pretendere dalla critica un religioso rispetto per i loro segreti, personali e poetici, come se si trattasse dei grandi, eterni, inviolabili segreti della poesia. Fra segreto e mistero v’è un’immensa differenza, in questa nobile e delicata o, come si diceva fino a qualche anno fa, divina materia. Ed è caratteristico della poesia del nostro tempo, proprio di questa d’oggi, il non avere in sé nulla di misterioso, e l’esser piena di segreti: e, quel ch’è peggio, di segreti alla portata di tutti.
Né mi si accusi d’empietà profana se attento dir cose chiarissime in argomento così poco oscuro. Ma in paese come il nostro, che di Apollo e delle muse è patria altrettanto legittima quanto la Grecia, la poesia è cosa seria, è patrimonio comune; i suoi problemi son quelli stessi della nostra civiltà che è civiltà essenzialmente poetica o. come dice il Leopardi “poetichissima”. E van trattati seriamente. È cosa troppo semplice affermare, come si fa, che il nostro gusto poetico sia a tal punto corrotto che più nessuno è in grado d’intendere la poesia: e che anche in Italia, come in tutta l’Europa, ciò che v’è di veramente morto non è la poesia, ma l’amore per la poesia. Sulla generale corruzione del gusto non vi può essere discordia, e i poeti fanno bene a lagnarsene ad alta voce, anche oggi, come hanno sempre fatto, in ogni tempo e paese. Chi volesse trarne una qualche consolazione potrebbe osservare, a questo proposito, che il gusto poetico non è mai stato tanto corrotto quanto in tempo di grande, autentica poesia. Si pensi all’età di Orazio o del Carducci, del Petrarca o del Parini. Ma il gusto dei più, sia buono o cattivo, non influisce sulla formazione, sulla vita in sé e per sé, dell’autentica poesia, che nasce e si sviluppa e vive autonoma, indipendente, libera dai gusti del suo tempo. E poco importa che i più siano, o no, in grado d’intenderla, e che i gusti poetici del carducciano “vulgo sciocco” siano corrotti o no. Ciò che importa è che sia vera, autentica poesia, ché allora, e soltanto allora, il suo destino è anche quello di riscattare il gusto corrotto dell’età sua.
Ma è poi, quella d’oggi, vera, autentica poesia? A leggere quel molto, e quel troppo, che ne scrivono gli stessi poeti per difenderla e giustificarla (e conviene sempre diffidare della poesia che ha bisogno di giustificazioni) si dovrebbe credere di sì. La fede dei poeti, anche di quelli d’oggi, nella poesia, o almeno nella propria, è così grande, e sincera, e ingenua, che scusa molte malizie e molte ambizioni. E fra le maggiori e più maliziose ambizioni v’è senza dubbio quella di elevare a dignità di poesia l’annotazione rapida, l’appunto fugace, l’allusione, l’accenno impressionistico, l’eco, o il suggerimento, di un colore, di un suono, di uno stato d’animo: quello sparso, labile, frammentario materiale lirico, nel quale i poeti nuovi fanno consistere, a quanto sembra, il meglio dell’opera propria e, si potrebbe aggiungere, la loro opera omnia. Materia informe, documenti di esperienze varie, frammenti di un mondo in fieri, dovizioso di accenti e di toni, eppur poverissimo di spiriti vitali che attende ancora il suo ordinatore o, come si diceva un tempo, il suo poeta.
So benissimo che il tasto è delicato, e che le estetiche correnti giustificano ambizioni ben più maliziose di quella. Ma non vedo in nome di quale estetica si possa sostenere che questo materiale spurio è vera, autentica poesia, e non, piuttosto, poesia allo stato di desiderio, di aspirazione, di proposito: allo stato, diciamo pure, latente. Quel che si prova leggendo le liriche dei poeti d’oggi è simile in qualche modo a ciò che proverebbe per esempio (benché l’esempio sia sproporzionato), chi leggesse gli Scritti vari del Leopardi, o gli appunti del Foscolo, ignorando l’esistenza dei Canti e dei Sepolcri. E l’unica nostra consolazione è il pensare che dei poeti contemporanei, per ora, non ci sia dato di leggere se non le carte migliori, gli scritti, chiamiamoli così, inediti, e che il meglio della loro opera poetica lo leggeremo postumo. È pur vero che da qualche tempo a questa parte una cert’aria nuova spira nei boschi di lauri del Parnaso contemporaneo, e che c’è di tutto da aspettarsi, anche un gran bene, da un po’ d’aria fresca o, come dicono alcuni, da un ritorno alle forme (per ora si tratta solo di forme) della poesia classica. Ma è appunto nei modi di questo ritorno, già avvertibile nei migliori, che mi sembra si riveli chiaramente il disagio di cui soffre la moderna poesia italiana. E i sintomi più caratteristici son proprio quelle oscure parole, tradizione, spirito classico, modernità classica, che in bocca ai poeti stan già sostituendo quelle, in voga per tanti anni, prese in prestito ai simbolisti e ai surrealisti di Francia e agli espressionisti tedeschi.
Alle parole vaghe son da aggiungere i nomi propri: e già quelli di Baudelaire, di Mallarmé, di Rimbaud, di Apollinaire, di Valéry, van celando ai nomi del Petrarca, del Foscolo, del Leopardi, quando non addirittura a quelli di Orazio e di Virgilio. Rispettabili nomi, non c’è dubbio: sia detto senza far torto né a Baudelaire, né a Valéry, né agli altri.
Ma se, fino a ieri, il richiamo al Simbolismo, al Surrealismo, all’Espressionismo, alle estetiche decadenti di Rimbaud e di Valéry, alle tante esperienze e alle tante scuole di cui la Francia è stata prodiga in questi ultimi ottanta o cento anni, legittimava, nella nostra poesia, ogni specie di tentativi, anche quelli più in contrasto con lo spirito della nostra tradizione lirica, e con quello stesso della lingua italiana, se perciò, fino a ieri, tutto era ammissibile in fatto di poesia, e se la confusione medesima che ne derivava era accettabile in quanto frutto di esperienze, sempre utili ai fini di uno sperato rinnovamento, è chiaro che l’attuale, sensibile ritorno alle forme della nostra poesia classica lascia ben scarso margine all’arbitrio, all’ignoranza, alla confusione e alla malizia.
Dopo quasi vent’anni d’esilio, l’endecasillabo riappare fra noi con l’andatura claudicante di quei nobili, emigrati a Coblenza, che rientravano in Francia al seguito degli eserciti della coalizione. Ed è veramente il caso di dire che l’endecasillabo ritorna nel nostro Parnaso al seguito degli stranieri, e proprio per merito di quegli stessi poeti nostrani che più si sono distinti nella così detta “invenzione” di forme e di spiriti nuovi, cioè nel trasporre, nella lirica italiana, le forme e gli spiriti in uso nella modernissima lirica di Francia. La tradizione classica alla quale si richiamano discretamente questi restauratori dell’endecasillabo non è infatti se non una tradizione di seconda mano, un classicismo tradotto dal francese. Il che non è senza inconvenienti, quando si rifletta che i francesi son forse il popolo più negato alla comprensione del classicismo, che per loro vuol dire accademia: sempre, e in qualunque modo, accademia, sia che si tratti di Ronsard, di Corneille, o di Racine, sia che si tratti di Valéry o dell’ultimo Cocteau. È un fatto, ahimè, lamentato da almeno due secoli, che per quei nostri letterati di media cultura, i quali vorrebbero riecheggiare l’umanesimo a orecchio, senza troppa fatica, è più facile appropriarsi della tradizione classica francese che di quella italiana.
Non si vuol certo pretendere che ai poeti del contemporaneo “stil novo” sia indispensabile, della lirica greca e latina, la stessa diretta conoscenza che essi hanno della lirica francese: ma non si può negare che assai gioverebbe loro una più profonda e intima conoscenza della lirica classica italiana. Se non altro dei suoi problemi formali: e mi sembra che non sia questa un’eccessiva pretesa. Finché si trattava di dar vita a una poesia assolutamente libera da ogni legge metrica, da ogni tradizione formale, da ogni convenzione di numero e di rima, qualsiasi ragione era buona, e tutti i pretesti erano ottimi, per credersi e dichiararsi poeta, magari grande poeta innovatore. Bisognava proprio esser nati disgraziati per trovarsi dalla parte del torto.
La poesia non essendo più retta dalle leggi tradizionali della misura, degli accenti, ecc., ma da leggi sue proprie, da sue misure particolari, erano le immagini, le idee, la musica stessa, per così dire, delle immagini e delle idee, che governavano quella poesia.
Ma da quando si è venuto delineando, dapprima quasi in segreto, larvatamente, poi in modo più aperto e più ingenuo, questo lento e cauto ritorno alle nostre forme liriche tradizionali, il disagio di cui soffre la moderna poesia italiana ha rivelato all’improvviso la sua vera natura. Si è potuto finalmente scoprire ciò che si nasconde dietro la comoda facciata di certe estetiche attuali, tanto più complicate tanto più semplici sono i problemi che esse pretendono risolvere. (Ed è proprio questa la caratteristica del barocco, del marinismo, e, in genere, di ogni estetica decadente, antica e moderna.) Quando si è detto che di tanti endecasillabi che vengono a galla oggi, ancora frammisti ai detriti delle più recenti, e non tutte inutili, esperienze liriche, rari son quelli, non dico perfetti, ma semplicemente in regola con le leggi elementari della metrica, è detto molto, se non proprio tutto. Pericoloso ponte, l’endecasillabo!
Specie per i poeti, e non sono i più, che avrebbero qualcosa da dire, e non lo sanno dire. Che è poi altrettanto grave, quanto il non aver nulla da dire.
Ed è questa, si badi, una visione ottimistica dell’avvenire della poesia italiana: certo assai più di quella che vorrebbe accreditare la leggenda di un Parnaso up to date inaccessibile ai profani, cioè a tutti, meno pochi iniziati disdegnosi, facondi e, bontà loro, incomprensibili.
La verità è più semplice, e molto più consolante. Il Parnaso veramente inaccessibile ai profani non è quello dei poeti del contemporaneo “stil novo”, nel cui linguaggio tutto è chiaro, chiarissimo, anche ciò ch’essi vorrebbero ermetico: bensì l’altro, il vero, quello ch’è monte, non convento, il sacro Parnaso inaccessibile non soltanto ai profani, ma, per fortuna, anche ai poeti che han poco o nulla da dire, e quel poco o quel nulla non lo san neppur dire.

(Un breve passo di quel grande romanzo che è La pelle: “‘La letteratura italiana è marcia’ disse Jeanlouis lisciandosi i capelli con quella sua mano piccola e bianca, dalle rosse unghie lucenti. Uno fra quei giovani disse che tutti gli scrittori italiani, tranne gli scrittori comunisti, erano falsi e vigliacchi. Io risposi che il solo, il vero merito dei giovani scrittori comunisti, e dei giovani scrittori fascisti, era quello di essere figli del loro tempo, di accettare le responsabilità della loro età e del loro ambiente, cioè d’essere marci come tutti quanti. ‘Non è vero!’ gridò il giovane con astio, fissandomi in volto con sguardo irato e minaccioso, ‘la fede nel comunismo salva da ogni corruzione, è, se mai, un’espiazione.’ Io risposi che tanto valeva andare a messa.”).

Un commento su “‘Gli Scomparsi’: Curzio Malaparte

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