Il demone dell’analogia #45: Ninfa

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano».
Mario Praz.


Collage digitale di Dina Carruozzo Nazzaro, ritaglio di Alexandre Cabanel

XXIV

CALIPSO

E il mare azzurro che l’amò, più oltre
spinse Odisseo, per nove giorni e notti,
e lo sospinse all’isola lontana,
alla spelonca, cui fioriva all’orlo
carica d’uve la pampinea vite.
E fosca intorno le crescea la selva
d’ontani e d’odoriferi cipressi;
e falchi e gufi e garrule cornacchie
v’aveano il nido. E non dei vivi alcuno,
né dio né uomo, vi poneva il piede.
Or tra le foglie della selva i falchi
battean le rumorose ale, e dai buchi
soffiavano, dei vecchi alberi, i gufi,
e dai rami le garrule cornacchie
garrian di cosa che avvenia nel mare.
Ed ella che tessea dentro cantando,
presso la vampa d’olezzante cedro,
stupì, frastuono udendo nella selva,
e in cuore disse: Ahimè, ch’udii la voce
delle cornacchie e il rifiatar dei gufi!
E tra le dense foglie aliano i falchi.
Non forse hanno veduto a fior dell’onda
un qualche dio, che come un grande smergo
viene sui gorghi sterili del mare?
O muove già senz’orma come il vento,
sui prati molli di viola e d’appio?
Ma mi sia lungi dall’orecchio il detto!
In odio hanno gli dei la solitaria
Nasconditrice. E ben lo so, da quando
l’uomo che amavo, rimandai sul mare
al suo dolore. O che vedete, o gufi
dagli occhi tondi, e garrule cornacchie?
Ed ecco usciva con la spola in mano,
d’oro, e guardò. Giaceva in terra, fuori
del mare, al piè della spelonca, un uomo,
sommosso ancor dall’ultima onda: e il bianco
capo accennava di saper quell’antro,
tremando un poco; e sopra l’uomo un tralcio
pendea con lunghi grappoli dell’uve.
Era Odisseo: lo riportava il mare
alla sua dea: lo riportava morto
alla Nasconditrice solitaria,
all’isola deserta che frondeggia
nell’ombelico dell’eterno mare.
Nudo tornava chi rigò di pianto
le vesti eterne che la dea gli dava;
bianco e tremante nella morte ancora,
chi l’immortale gioventù non volle.
Ed ella avvolse l’uomo nella nube
dei suoi capelli; ed ululò sul flutto
sterile, dove non l’udia nessuno:
— Non esser mai! non esser mai! più nulla,
ma meno morte, che non esser più! —

                                                                                                    da Poemi conviviali di Giovanni Pascoli

L’apoteosi continua. Il pittore geniale è impazzito; scaglia come frecce le sue pennellate senza colori cangianti, né ombre, né sfumature; scaraventa con rabbia dalla sua tavolozza tutto il rosso e il dorato e dipinge colpendo la tela con i gesti impetuosi di un folle. Da dove viene tanto oro? Prodigio! Miraggio! Incanto! Perfino le vele sanguinano e incastonate nelle ali dei gabbiani, cosparse di cenere, rutilanti pietre rare. È iridescente ora il fiume di velluto verde-blu; il sole, bambino prodigio e incosciente, ride e lancia le sue ultime gemme. Intorno, le colline sono le mani aperte di un carnefice, e il caseggiato, colpito dalla luce, è un mantello di porpora i cui brandelli finiscono fra le vampe dell’orizzonte incendiato. L’uomo è felice. Tende le ali verso l’alto, scalando vette infinite, ormai fuori dal mondo, inebriato dalla meravigliosa sensazione di superare se stesso! Si sente un dio! Taglia l’ultimo filo d’oro che teneva le sue mani unite alla terra, si divincola…e cade nell’eternità.
Tanto blu! Le figlie degli dei, ondine, sirene, nereidi, principesse magiche accorrono veloci. C’è un turbinio di chiome d’oro; le braccia sono remi d’avorio che fendono le acque; portano nei seni nudi la curva dolce delle onde, nel sorriso i coralli misteriosi delle profondità; trascinano mantelli verdi intessuti d’alghe, ricami in cui s’impigliano le stelle; caricano nel diadema d’argento fra i capelli il chiaro di luna che di notte rifulge sul fiume.
Parlano tutte insieme: cos’è stato? Cos’è successo?
Come brividi delle onde, le parole…
Intorno  alle ali morte, sembrano petali di fiori attorno a un feretro nero. E guardano…
«È un altro figlio degli uomini?» domanda una, tendendo il braccio, simile a un ramo di gigli.
Ma quella dalla chioma più fulva, dove l’oro fu più prodigo e si annidò più volte, risponde in un sussurro:
«No. Non vedi che ha le ali?»
«Allora è un figlio degli dei?» domanda un’altra.
«No. Non vedi che sorride?»
Lo attorniano, lo contemplano, si avvicinano quasi a toccarlo…
C’è un turbinio più febbrile nelle chiome d’oro; gemono più profonde e melodiose le voci acute, e i mantelli, come serpenti, si intrecciano gli uni agli altri in onde sinuose.
«Ha i capelli neri come l’altro che cadde nel mare del Nord…»
Quella dalla chioma più fulva, dove l’oro fu più prodigo e si annidò più volte, si avvicina ancora…tende il braccio con timore…osa toccarlo con un gesto più lieve, più tenue di un sospiro…gli apre le palpebre serrate, l’aria seria di chi schiude un fiore…intorno fremono più volte le onde dei seni; le mani allargano le dita come scintille di stelle; una languida sirena, divinamente bianca, solleva le braccia di velluto bianco simili a due anfore piene.
«Cos’ha dentro?» domanda una melusina.
«Sono stelle?» dice la figlia di un re.
«No, due gocce d’acqua verdi, limpide, trasparenti, serene. Guardate…»
In un turbinio, intrecciando i ricami delicati dei mantelli svolazzanti, confondendo le chiome fulve come raggi di sole nascente, si chinano tutte, e in fondo, nel cuore trasparente delle due gocce d’acqua, vedono volteggiare pagliuzze d’oro – le loro chiome – vedono rifulgere i raggi lunari – i loro diademi – e tante gocce d’acqua – i loro occhi – si muovono sul fondo, come stelline, limpide, chiare e serene.
Le dee delle acque si guardano estasiate; si fa più tenue il mormorio delle voci; i gesti lievi sono quasi aliti; i mantelli verdi impallidiscono, hanno il colore delle pupille, adesso.
«Sistemiamolo sul fondo, in quel letto di opali iridescenti che ci ha donato il mare d’Oriente…» sussurra una di loro.
«Mettiamolo nell’urna di cristallo simile a una tomba aperta da dove s’intravede il cielo…» dice un’altra.
«Avvolgiamolo nel sudario di quel brandello di luna di agosto che le onde ci hanno portato dalla pianura…» mormora un’altra.

Altre voci, che scorrono come un uomo santo, bisbigliano:
«Spandiamo su di lui, come petali d’oro, i nostri capelli biondi…».
«Suggelliamo la sua bocca con il corallo rosa delle nostre bocche in fiore…».
«Lasciamo che appoggi la testa sulle dolci onde dei nostri seni nudi…».
«Possiamo adagiarlo in un posto che conosco, dove sbocciano, fra spume di neve, rose più pallide di quelle del mio palazzo lontano» dice la figlia di un re.
«Io conosco una tomba di sabbia, dove la sabbia è d’argento…».
«Ho scoperto la grotta di gemme rosa dove si nasconde l’alba…Lì le onde non cantano, potrà dormire tranquillo…».
«Portiamolo nella culla a forma di caravella che da queste spiagge partì per perdersi nel mare delle Tormente…»
Il fremito delle voci volgeva in un’alta marea…Le palpebre violetta palpitarono…
Poi una di loro, con un triste barlume di nostalgia umana nello sguardo, segni di catene sui polsi di seta bianca e una vaga cenere di crepuscolo nei capelli, gli sistemò sul petto la misera corazza di stoffa blu, in un gesto vagamente materno, e mormorò:
«Lasciatelo…forse le ali spezzate gli fanno male…»
Silenzio…
E lui, una volta figlio degli uomini, si addormentò per sempre come un figlio degli dei.

                                                               da L’aviatore in Le maschere del destino di Florbela Espanca

XIV.

In cotal guisa a Fiesole venia
Dïana le sue ninfe a visitare,
E con bel modo graziosa e pia
A sè sovente le facea adunare
Intorno a fresche fonti ed all’ombria
Di verdi fronde, al tempo che a scaldare
Comincia il sol la state com’è usanza,
E di verno al caldin facieno stanza.

XV.
E quivi le ammoniva tutte quante
Nel ben perseverar virginitate:
Alcuna volta ragiona d’alquante
Cacce che fatte aveva molte fiate
Su per que’ poggi, seguendo le piante
Delle fiere selvagge, chè pigliate
E morte assai n’aveano, ordine dando
Per girle ancor dinuovo seguitando.

XVI.

Cotai ragionamenti tra costoro,
Com’io v’ho detto, tenía di cacciare,
E quando Diana si partia da loro,
Tosto una ninfa si facea chiamare
La qual fusse di tutto il concistoro
Di lei vicaria, facendo giurare
All’altre tutte di lei obbedire,
Se pel suo arco non volien morire.

                                                                                             da Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio

                                                                                                                                                             

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