L’Estrema Unzione: ‘Non vedete che continua a perdere sangue?’ ( di Omar Suboh)

“La notte e i desideri” by Veronica Pala

L’Estrema Unzione

Fate largo, è grave! Non vedete che continua a perdere sangue?
Un coro di voci chiare, sembrava salmodiasse, trascinava il suo corpo issato su di una barella, protesa verso il soffitto, con gli occhi rivolti all’insù, come alla ricerca di Dio: È stata tutta colpa tua! – dissi a me stesso nel freddo della cella isolata – Soltanto colpa tua! Se non mi avessi fatto quello che hai fatto a quest’ora saresti ancora in piedi, piena di speranze, radiosa, e invece mi hai ignorato sul più bello, proprio quando eravamo pronti a fare il grande salto… quale? Ma quello di tutte le coppie, il momento perfetto in cui tutto converge verso il centro, il sattva di tutte le relazioni. Oh mia Brahman, Essere Imperituro, eri ciò che solleva gradualmente māyā squarciandola senza colpo ferire, l’Unità ritrovata che conduce all’ascesi mentale e corporea, Etere divino, magnete che collega e attrae pianeti dissolti nella lunga e densa notte di tenebre; perché mi hai fatto tutto questo?
Ero immerso nella mia incommensurabile inquietudine quando ti affacciasti nella mia vita, e con un falafel in mano mi dissi: Devo confessarti una cosa: sei la persona che amo di più dopo mio padre!, e poi svanisti come i sogni e le paure di una città, la mia… quella interiore. Portavi una gonna molto corta, aderente alla circonferenza del tuo mondo, i capelli cortissimi, neri e gotici, ai lobi due anelli di Saturno, al naso un septum dorato, le braccia imbrattate di geroglifici come le pareti di una piramide esoterica, il seno solenne e minuto al contempo, impettita e in piedi: fiera come Nefertiti.
Prima di compiere il grande gesto, di affacciarmi sulla soglia del karma e trapassarlo definitivamente, puntai gli occhi lungo i muri bianchi della galleria, fissando come in un piano sequenza le opere appese in ordine decrescente, abbagliate da fasci luminosi proiettati da una fonte imperscrutabile. Lo sfondo coagulato delle astrazioni impresse sulle tele sembrava assumere forme mai viste, accompagnate dal pulsare sincopato dei bassi che vibravano il pavimento, tra le urla confuse dei partecipanti e il deejay che continuava a pescare dischi dalla stiva noncurante di quello che avveniva intorno: Hai messo l’emmedì nel vino vero? Lo sapevo, Cristo!, mi dicevi. Di questi tossici non ci si può mai fidare! L’ho bevuto anche io, farò la stessa fine, non ho più scelta. Da domani smetto con questa vita, mi faccio monaca benedettina, mi chiudo in un chiostro e chi si è visto si è visto… E aggiungevi: D’altronde, è più facile seguire alla lettera delle regole già scritte e fissate una volta per tutte, che ricrearsi dialetticamente ogni giorno rincorrendo l’ispirazione con un bastone, tanto alla fine l’unica che accusa il colpo finisco per essere sempre e soltanto io; come quella volta in cui mi rifiutai di andare a letto con il mio gallerista, si era già pippato tutto il Polo Nord, e con l’ansia che c’avevo in corpo feci pure la gentile, ma non voleva saperne, e allora mi saltò addosso, mi strinse le cosce, e poi il culo, e mi strizzò le tette mentre dimenava la sua lingua biforcuta come Venom dentro alla mia bocca, e senza più difese dovetti starci; è sempre stato così, come quando con la scusa che sapevo disegnare, già da piccola, mio zio mi prendeva sulle ginocchia e mi diceva: Vieni qui, piccola mia, fai vedere a zio quanto sei brava, E intanto mi frugava dentro i pantaloncini… Mi ripetevi, come un mantra: Questa sarà la mia ultima mostra! Un ultimo sguardo commosso all’arredamento e poi Montecassino aspettami…
Ma non potevo lasciarti andare via così, e stringendo tra le mani, come una reliquia, la mia pistola d’ordinanza, pensavo: in fondo, sono ancora in orario di servizio, devo agire adesso: o sarai mia o non sarai di nessuno.

Di Omar Suboh

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