Ulisse, un ragno, un ebreo (Nota di lettura a ‘Il canto della Moabita’ di Sergio D. Donati)

Gaetano Previati «Armonia o Sinfonia», 1908 (particolare)

ULISSE E IL RAGNO
Sulla tela dei ricordi
m’osserva un ragno.
Verde.

Mi volto e lo guardo.
Tra noi segni invisibili,
memorie vegetali.

Io torno a te, Itaca,
velato d’argento,
perché tu non riconosca
dei miei volti
solchi e lacrime.

L’EBREO E IL RAGNO
Appeso alla tela un ragno
osserva i miei tentativi
di creare legami
sottili, col sottile.
“Ti manca la cognizione
del vento”, sembra dire,
” lo strappo che rende vacuo
ogni tentativo d’esistere
fuori da sé”.

Non sa il ragno quanto abiti
le mie ossa ebree
la coscienza della ricostruzione
né quanto poco sia estraneo
ai miei globuli semiti
l’odore della maceria.
“Io non tesso tele,”
rispondo al ragno
“creo ponti e,
se crollano,
resta il simbolo delle vestigia”.

Sono, queste, due poesie del medesimo poeta, Sergio Daniele Donati, avvocato milanese, esperto di meditazione ebraica. La prima è tratta dalla sua silloge Il canto della Moabita, uscita nell’autunno del 2021 per i tipi dell’editore Ensemble di Roma; la seconda è stata pubblicata nel blog “Le parole di Fedro”, da lui fondato e diretto, il 12 settembre 2021.
Cosa unisce le due liriche a parte, ovviamente, lo stesso autore.
Molto di più di quel che sembra.
Un ragno, tanto per cominciare. Un aracnide, indubbiamente, non è un animale molto poetico: non è fedele come il cane, non è misterioso come il gatto, non è forte e possente come la tigre. È un bestiolino dalla vita monotona e uguale, spesso molto breve, specialmente nelle case delle brave massaie, quelle che puliscono sempre. Tuttavia, anche il ragno è una creatura interessante, in queste due liriche di Donati. In entrambe, un interlocutore formidabile e un altrettanto formidabile alter ego.
Nella prima, esso parla silenziosamente con Ulisse. Cosa avranno mai da dirsi l’esserino statico nella sua stessa ragnatela e il grande, proteiforme Odisseo, il viaggiatore per eccellenza, la quintessenza dell’uomo greco con i suoi tanti vizi e le sue altrettanto copiose virtù? Non sappiamo bene cosa, ma qualcosa si dicono: “Tra noi segni invisibili//memorie vegetali”. Un linguaggio segreto e misterioso, che passa per l’invidia che l’uomo prova per il ragno perché il ragno non si è mai mosso, mentre Odisseo è stato esule ed esiliato, suo malgrado. Poi finalmente torna ad Itaca, ma “velato d’argento”, perché non siano riconosciuti i segni del passato sui suoi “volti”. E qui, per il lettore attento, si apre il mistero. Perché mai “volti” e non volto? La prima risposta è un pirandelliano uno nessuno e centomila, perché Ulisse ha mostrato, come un diamante, un volto diverso a chiunque sia venuto a contatto con lui. Ma c’è un’altra ragione, che svela il vero volto dell’eroe greco, esule suo malgrado, nella poetica di Donati. “Volto”, in ebraico (panim), è una parola difettiva: si declina, cioè, solo al plurale. Quindi Ulisse, nomade controvoglia, suo malgrado errante e desideroso di ritorno è fratello gemello dell’ebreo vittima della diaspora. E poco conta che i due si perdano in due diversi deserti, quello di sabbia e quello d’acqua: entrambi sperimentano un involontario sradicamento e la feroce nostalgia di un luogo in cui non sapranno mai fino alla fine se faranno ritorno.
L’ebraismo di Donati, nella prima lirica, è dato per lievi indizi, per ulisseschi mascheramenti; nella seconda, al contrario, viene reso esplicito – e questo sin dal titolo: L’ebreo e il ragno.
Di nuovo, un dialogo tra l’aracnide e un uomo che gli è vicino. Un dialogo, stavolta, esplicitato dalle parole del poeta, che sono una dichiarazione di intenti e di identità molto forte. La maschera dei tanti volti (panim) è caduta e Donati può parlare apertamente delle sue “ossa ebree” e dei suoi “globuli semiti”. Notevole e tipica di questo poeta, l’ansia di creare ponti, anche con la paura che vengano distrutti, perché è grazie ai ponti che è possibile un ritorno, un dialogo con se stessi e con gli altri. Il ritorno – Teshuvah, in ebraico – è qualcosa di più di un mero riavvolgere il nastro della nostra vita passata, è piuttosto un proiettarsi nel futuro, verso quella terra promessa che è già nostra, di diritto, anche se siamo ancora legati all’albero maestro per sfuggire alle sirene che vogliono impedirci di tornare:

ULISSE
Il passato spinge sul mio dorso
echi di falesie,
musiche celestiali.

E non v’è stasi se lo sguardo
della sentinella
riposa su un orizzonte
di giada.

Immobile, senza fuga nel ritorno,
seguo dell’abisso
i borbottii gutturali.

Ho tacitato, Itaca,
il loro ascolto
un istante solo.

Lontano, ali d’albatross
separano i cieli
dalla linea di fuoco
delle mie speranze.

E l’albero maestro
a cui sono legato
lascia spine di legno sacro
sulle mie cosce di sale.

Queste suggestioni ebraiche, ulissesche e aracnidee sono solo uno dei tanti percorsi possibili de Il canto della Moabita. In questo volume – l’ennesima perla poetica dell’editore Ensemble – i temi che Sergio Daniele Donati ci offre sono molti: l’amore per l’eterno femminino, per l’adorato figlio Gabriel, per la Milano dov’è nato, vive e lavora. Tutti questi amori, che si intrecciano e si richiamano nelle pagine della silloge, non sono narrati in modo banale, ma hanno un velo di originalità che però ben si coniuga con i banali sentimenti che sono propri non solo del poeta, ma anche di qualsiasi persona comune.
Il lessico oscilla tra la voluta piana quotidianità e l’altrettanto voluto guizzo linguistico, spesso con termini in disuso ma che si incastonano perfettamente nel discorso lirico dell’autore. Aspetto interessante sono le autotraduzioni da e per l’ebraico, in cui egli sperimenta nei due idiomi la resa di una stessa lirica, specchiandosi in se stesso e gioendo di questa doppia eco che lo porta a provare l’ispirazione poetica a partire da una delle sue due lingue per gettare un ponte verso l’altra – altrettanto sua.
L’altro ponte, ovviamente, porta al suo fratello di vita: il lettore.


A cura di Paola Deplano

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