Secondo appuntamento con “Gli scomparsi”, a cura di Edoardo Pisani

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani


Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è Literatur, di Italo Alighiero Chiusano, una vasta raccolta di saggi su scrittori e libri tedeschi, fuori edizione da anni. Chiusano era un grande germanofilo e uno scrittore di prim’ordine, oggi purtroppo dimenticato. In Literatur dedica alcune pagine alla poesia di Paul Celan. Il saggio si intitola La parola si redime nel buio.


È inimmaginabile che cosa sarebbe diventato Paul Celan se nato in un altro secolo, o anche solo in un altro decennio. La realtà è quello che è: e per Celan è stata tremenda. Intanto il suo cognome non era Celan, che è solo l’anagramma di quello vero: Antschel. Il suo sangue, ebraico; il suo luogo d’origine, Czernowitz o Černovcy o Cernăuți, che dir si voglia: il capoluogo della Bucovina, insomma, passato nell’ultimo secolo dagli austriaci ai rumeni e ora ai sovietici, una delle prede più disputate della disputatissima Europa orientale. L’anno di nascita: 1920. È facile fare i conti. nel 1941, quando le truppe naziste occuparono Czernowitz, per l’ebreo Antschel alias Celan non restava che il ghetto, nonostante i suoi già avanzati studi di medicina in Francia, di filologia romanza nella città natale. Fu solo grazie a una fuga avventurosa che Celan non finì nello stesso campo di concentramento in cui furono deportati i suoi genitori. Ma l’ala della morte, dello sterminio lo aveva sfiorato, e Celan non lo avrebbe dimenticato mai più.
Con l’arrivo delle truppe sovietiche, nel 1943, almeno lo spettro dell’annientamento per motivi razziali era fugato. Ma Celan non resistette a lungo nemmeno nel mondo staliniano, e nel 1947 passò definitivamente in occidente, prima a Vienna, poi a Parigi, dove nel 1959 diverrà rettore di lingua e letteratura tedesca all’École Normale Supérieure. Nel 1947, a Vienna, aveva pubblicato la sua prima raccolta di versi, in cinquecento esemplari, presso un minieditore, ma l’affermazione gli verrà solo nel 1952, con la pubblicazione di Mohn und Gedächtnis (Papavero e memoria). Da allora tutto il mondo letterario di lingua tedesca, e più tardi anche quello internazionale, comincia a tenerlo d’occhio, a considerarlo una delle voci più nuove e indiscutibili della lirica europea. Dopo Papavero e memoria escono, di lui, altre sette raccolte di poesie, di cui una postuma.
Intanto Celan sposa la disegnatrice francese Gisèle de Lestrange, ha un primo figlio che muore subito, poi un secondo. I suoi amici sono innumerevoli, i suoi estimatori sempre più numerosi e convinti. Oltre che come poeta in proprio, è molto apprezzato come traduttore dalle molte lingue che conosce: il francese (Rimbaud, Valéry, Michaux, l’amico Char), il russo (Blok, Esenin), l’inglese (Shakespeare), l’italiano (Ungaretti). Ma qualcosa, in lui, si è rotto per sempre il giorno in cui vide che, per la loro sola razza, uomini innocenti e buoni, nella civile Europa del XX secolo, potevano essere arrestati in massa, chiusi in campo di concentramento, torturati senza difesa, massacrati nelle camere a gas. Un giorno, a Parigi, non lo si trovò più. Poi fu ripescato il suo cadavere nella Senna. Causa della morte: suicidio.
Data presunta di annegamento: 16 aprile 1970. Così può morire un poeta ai nostri giorni, quasi trent’anni dopo essere stato ferito a morte dal modo con cui gli europei “fanno la storia”.
Con lui inizia la grande “moria” dei più eminenti lirici tedeschi. Pochi giorni dopo, a Stoccolma, moriva Nelly Sachs (premio Nobel 1966), anch’essa ebrea, anch’essa sfuggita per un pelo all’eccidio, anch’essa segnata per sempre – come donna e come poetessa – da quell’esperienza di morte. Nel 1972 se ne andava Günter Eich, uno dei maestri, oltre che della lirica, del radiodramma europeo. Finalmente, nell’ottobre del 1973, vedevamo morire qui a Roma, tra le fiamme di un incendio causato da uno stupido mozzicone di sigaretta, la grande e tormentata Ingeborg Bachmann.
Qualcuno, con dubbio gusto, si mette a fare le graduatorie, e colloca Celan al primo posto. È necessario, per affermarne la grandezza, la potente originalità? Crediamo proprio di no.
Ma gli italiani, fino a ieri, ne sapevano poco. A meno che conoscessero il tedesco, e anche assai bene, perché la poesia di Celan e delle più difficili che si possano trovare.
Ora, se non altro, si è fatto tutto quanto stava in noi perché anche i nostri appassionati di poesia possano intravedere chi era Celan e quali le note della sua eccellenza. Per l’editore Mondadori, infatti, Moshe Kahn e Marcella Bagnasco ci presentano un volume di Poesie che comprende, tradotte e con testo a fronte, ben cento liriche celaniane tratte da tutte le sue raccolte di versi, nessuna esclusa. È più che abbastanza, ci sembra, per un primo incontro: chi non accetta Celan su questa base, non lo accetterà mai più.
Un consiglio di lettura? Difficile darne, per i poeti, specie per un poeta arduo come Celan. Ma almeno questo vorremmo raccomandare: di aver pazienza. Se qualcuno si illude di “capire”, semanticamente, tutto ciò che le parole di Celan, le sue frasi, i suoi tessuti di proposizioni vogliono esprimere, rinunci senz’altro a questo poeta, perché ne resterà sempre deluso, ci spendesse su anche una vita. Ripieghi allora su Metastasio, o se gli piacciono i moderni su Bertolt Brecht. Ma non abbiano fretta nemmeno coloro che presumono meno, quelli cioè che si accontentano di prendere la lirica moderna, almeno nelle sue espressioni più “verticali”, per quello che è: una proposta di musica verbale, un misterioso messaggio cifrato, un fascio di parole ad alta temperatura, dove il linguaggio assume una densità e una feconda sibillinità che lo trasfigurano. Celan è tutto questo, ma nel meno accessibile e corrivo dei modi.
Anche solo per accettarlo in questo modo, come “musica” personale senza veri supporti logici, ci vuole un orecchio esercitato, una lunga e umile anticamera.
Rarissime volte accade (come nella celebre Fuga di morte, che anche per questo – oltre che per la sua intrinseca bellezza e terribilità – lo rese quasi “popolare”) di poter indovinare con sufficiente approssimazione, il “senso” del suo discorso, la funzione esplicativa delle sue immagini. Quasi sempre, invece, tutto si muove in un’oscurità carica di forze, da cui emergono lampi di oggetti e di nessi comprensibili, che però solo da quell’oscurità traggono origine e valore. Che ci si muova ancora su ritmi quasi biblici, larghi, come nelle prime liriche, o che si proceda verso una sempre più drastica scarnificazione, che si faccia uso di parole piane e quotidiane o che ci si serva di espressioni furbesche, gergali, specialistiche o addirittura che si compongano parole-chimera, parole-centauro, parole-proeto: sempre, in Celan, il vero significato è sotto ciò che si dice, nel tono con cui lo si dice, nel buio da cui affiora, dopo un lungo viaggio di emersione, ciò che vien detto. Paesaggi, sentimenti d’amore, incubi terrificanti, senso di desolazione, aperture furtive sulla gioia: tutto questo, in Celan, viene negato al momento stesso in cui lo si formula, perde i contorni nello stesso istante in cui si credeva di averli individuati. Nulla di più simile conosciamo, in poesia, all’arte astratta o informale della pittura. Ma forse, al contrario, non c’è arte più concreta di questa, se è vero che la pelle è più nostra del vestito, la carne è più interna della pelle, lo scheletro più definitivo della carne, il radiogramma delle ossa più rivelatore della loro superficie. La poesia di Celan come radiografia dell’uomo moderno? È un’ipotesi suggestiva. Come è suggestivo pensare che la Parola, in Celan, dopo aver perso l’iniziale maiuscola, abbia voluto liberarsi anche dai suoi significati e contesti tradizionali, forse per l’indignazione di vedere che uso se ne è fatto nel corso dei secoli e specialmente nel nostro. La parola di Celan, detta in maniera un po’ volgare, non voleva aver più niente in comune con la parola di Goebbels. Perciò eccola sprofondare nel buio, dove nessun cialtrone potrà più ripescarla e profanarla, ma dove la raggiungeranno solo spiriti estremamente coraggiosi e intelligenti, illuminati e spogli. Quelli che un giorno, forse, la riporteranno a galla per tutti, come la verità, come la decenza umana, come la santità.

(In Literatur Chiusano scrive anche di Goethe, di Hoffmann, di Hölderlin, di Nietzsche, di Kraus, di Mann, di Rilke, di Walser, di Döblin, di Böll, di Grass, di Wolf e di tanti altri scrittori di lingua tedesca. È un grande lettore di poesia e di prosa, e un magnifico saggista. Ha pure scritto diversi romanzi, delle poesie e qualche racconto; quasi tutta la sua opera è fuori edizione. Si spera che questo breve ma luminoso saggio sulla poesia di Celan contribuisca a salvare qualche suo libro dall’oblio).

2 commenti su “Secondo appuntamento con “Gli scomparsi”, a cura di Edoardo Pisani

  1. Grazie; i saggi di Chiusano sono notevoli; le consiglio pure la sua bella biografia di Goethe, temo anch’essa fuori edizione.

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