Il demone dell’analogia #25: Carcere

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano.»
Mario Praz

collage digitale di Dina Carruozzo Nazzaro
 
Carcere

 

Benvenuta, donna mia, benvenuta!

certo sei stanca
come potrò lavarti i piedi
non ho acqua di rose né catino d’argento

certo avrai sete
non ho una bevanda fresca da offrirti

certo avrai fame
e io non posso apparecchiare
una tavola con lino candido

la mia stanza è povera e prigioniera
come il nostro paese.

Benvenuta, donna mia, benvenuta!
hai posato il piede nella mia cella
e il cemento è divenuto prato

hai riso
e rose hanno fiorito le sbarre
hai pianto
e le perle sono rotolate sulle mie palme
ricca come il mio cuore
cara come la libertà
è adesso questa prigione.

Benvenuta, donna mia, benvenuta!

da Poesie d’amore di Nazim Hikmet
(traduzione di Joyce Lussu)

 

Billy in catene

Il cappellano è entrato nella cella,
s’è curvato sull’ossa midollose e ha pregato
per quelli come me. Ma guarda, Billy,
il chiar di luna viene ed inargenta
la daga del guardiano e il mio cantuccio.
(Morrà lui pure all’ultima alba di Billy Budd).
Un gioiello faranno di me domani,
un bel pendant di perle dal pennone,
come il par d’orecchini che un giorno detti a Molly.
Sospenderanno me, non la sentenza!
Ahi ahi, ché tutto è pronto e domattina
Presto risalirò fra le mie gabbie.
E sarà questa volta con lo stomaco vuoto
o forse mi daranno
da rosicchiare un pezzo di galletta
ed un compagno m’offrirà un grappino.
E Dio sa chi dovrà tirarmi in alto
torcendo il capo dalla cerimonia!
Neppure avrà bisogno di fischietto…
Ma forse è una finzione
un brutto sogno fatto ad occhi aperti.
Me ne andrò alla deriva, suonerà
la chiamata pel gong senza di me?
Donald mi ha garantito d’essere sulla plancia.
Gli stringerò la mano prima di andare giù.
(Ma ora mi ricordo che allora sarò morto).
Mi sovviene il gallese Taff quando dette il tuffo.
La sua guancia era come il garofano in fiore.
Ed io…io sarò avvolto in un’amaca, e giù,
sempre più giù, in un fondo sonno sarò calato.
E il sonno viene. Sei tu, sentinella?
Allenta un poco le manette, ch’io
mi sporga appena.
Ho sonno e l’alghe viscide faranno
presto ad attorcigliarsi su di me.

Billy Budd di Hermann Melville,
da Eugenio Montale in Quaderno di traduzioni

 

Molti uomini, quando vengono dimessi dal carcere, portano in giro con sé, nella stessa aria intorno a loro, il loro carcere, o lo celano come un’onta segreta nei cuori, e alla fine, come povere creature avvelenate, strisciano in qualche tana a morire. È triste che siano obbligati a far così, è un errore, un tremendo errore che la società li obblighi a farlo. La società si arroga il diritto di infliggere terrificanti punizioni all’individuo, ma ha pure il vizio supremo della superficialità e non si rende conto di quanto ha fatto. Trascorso il periodo della punizione, l’uomo è lasciato a se stesso, vale a dire viene abbandonato proprio nel preciso momento in cui comincia il più alto dovere della società nei suoi confronti. La società si vergogna profondamente di quanto ha fatto e sfugge colui che ha punito, come si sfugge un creditore che non si può soddisfare o qualcuno che si è offeso con un grave, irreparabile torto. Posso dichiarare, per quanto m’interessa, che, se mi rendo conto di quanto ho patito, la società dovrebbe rendersi conto di quanto m’ha inflitto; e non dovrebbe restar traccia di risentimento o di odio da una parte o dall’altra.
Naturalmente so che, da un certo punto di vista, le cose mi paiono diverse da come paiono agli altri; e per forza, considerando il carattere particolare del caso, devono essere tali. I poveri ladri e fuorilegge che si trovano nel mio stesso carcere sono per molti aspetti più fortunati di me. La straducola d’una grigia città o di una verde prateria che è stata teatro del loro peccato è breve; per imbattersi in qualcuno che sia all’oscuro dei loro misfatti non hanno bisogno di andare più lontano di quanto può volare un uccello tra il primo barlume dell’aurora e l’aurora stessa. Ma per me il mondo intero s’è ridotto al palmo d’una mano e, ovunque mi giri, vedo il mio nome scolpito sulla pietra. Poiché non sono giunto dall’oscurità alla momentanea notorietà della colpa, ma da una specie d’eterna fama ad una specie d’eterna infamia, e a volte mi pare addirittura d’aver dimostrato, se mai vi fosse stato bisogno d’una simile dimostrazione, che tra la fama e l’infamia è appena un passo, se pure ce n’è uno.
Tuttavia, proprio nel fatto che la gente mi riconoscerà ovunque io vada e tutto saprà della mia vita in ogni sua eccentricità, posso scorgere qualcosa di vantaggioso per me. Mi farà sentire di nuovo la necessità di affermarmi come artista, e al più presto. Se appena riuscissi a creare un’opera bella, anche una sola, sarò in grado di strappare alla malevolenza il suo veleno, alla viltà il suo ghigno, sarò in grado di strappare proprio alle radici la lingua dello scherno.

da De Profundis di Oscar Wilde

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