Coriandoli a Natale #9: Gianni Rodari, Il pianeta degli alberi di Natale

 

– Come ti chiami? – gli domandò.
– Marcus.
– Guarda guarda!
– In tuo onore, sai? Fino a ieri mi chiamavo Julius. Sono stato incaricato di riceverti e di farti compagnia. Sono contento che sia toccato a me. E sono contentissimo di fare la tua conoscenza.
– E io, – sbottò finalmente Marco, – sono così contento che ti spaccherei il muso. Roba da matti: ti fanno prigioniero, non si degnano di darti una spiegazione, ti lasciano con l’asilo infantile e buonanotte. Ma io spacco davvero qualcosa, io faccio un macello!
Il viso di Marcus s’illuminò, come se avesse ricevuto proprio in quel momento una bella notizia.
– So quello che ti ci vuole, – disse. – Vieni con me.
Marcus s’incamminò senza voltarsi, e Marco gli tenne dietro: stare o andare, per lui era ormai esattamente la stessa cosa. Percorsero la lunga pista, facendosi largo tra una folla di gente in pigiama e in pantofole. Avevano tutti l’aria di passeggiare sul terrazzo di casa per godersi il sole. La stazione era un edificio basso e lungo: era il primo che Marco vedeva sul nuovo pianeta, e chissà cosa s’aspettava di vedere. Si trattava invece di un fabbricato comunissimo, di mattoni e di vetro. Unica bizzarria, certi vasetti alle finestre, come quelli che noi sulla Terra teniamo per coltivarci gerani e altri fiori di cui non riusciamo mai a ricordare il nome: in quei vasetti, però, erano piantati tanti minuscoli alberi di Natale.
No, non dei semplici abeti: proprio degli alberi di Natale, ornati di festoni e neve finta, di stelle d’argento e di lampadine di tutti i colori. «Ieri è stato il mio compleanno: dunque era il 23 ottobre, – rifletté Marco meravigliato. – Possibile che quassù facciano i preparativi per Natale con tanto anticipo?»
Fuori della stazione interplanetaria cominciava la città.
Cominciava come cominciano tutte le città: con case, strade, una piazza. Case alte, case basse. Più basse che alte, e forse più giardini che case, ma insomma niente di straordinario, se non fosse stato – di nuovo! – per quei segni natalizi fuori stagione.
Ai lati di un viale che correva verso il centro della città, crescevano due interminabili file di abeti, e sui loro rami s’intrecciavano festoni e ghirlande d’argento, e brillavano stelle e lampadine, e palloncini lucenti, rossi, gialli, blu. Insomma, erano addobbati come alberi di Natale, né più né meno.
– Scusa, – domandò Marco. – Ma che giorno è oggi?
– È Natale, – rispose Marcus allegramente.
«Che stupido, – pensò Marco, – dimenticavo che su questo pianeta il calendario della Terra non conta. Laggiù è il 24 ottobre, qui sarà il 25 dicembre».

[…]

Scendeva la sera e gli alberi di Natale si erano illuminati di milioni di lampadine colorate.
– Le vetrine restano aperte anche la notte? – domandò Marco.
– Ma sì, perché dovrebbero chiuderle? Se ti accorgi improvvisamente che hai bisogno di un paio di scarpe, o di una macchina da scrivere, di un frigorifero, come fai?
«Se rubano di giorno, – pensò Marco, – figuriamoci di notte». Ma tenne per sé la sua riflessione.
Era stanco ed aveva più sonno che voglia di discutere. Il nonno, il cavallo a dondolo, il viaggio, le stranezze del Pianeta degli alberi di Natale, tutto ciò che aveva visto e provato quel giorno gli vorticava in testa come una giostra troppo veloce. Si lasciò guidare da Marcus su un marciapiede mobile, si accoccolò su una panchina e vi si addormentò prima ancora di aver chiuso gli occhi.

[…]

Si svegliò che la mamma lo scuoteva, affettuosa ed allegra, e lo chiamava a gran voce:
– Su, marmotta, il compleanno è finito. Adesso è già domani: si torna a scuola…
– Che giorno è? – domandò Marco, mettendosi a sedere di scatto sul letto.
– E che giorno dev’essere? Ieri era il 23 ottobre, e oggi è il 24.
Era il tuo compleanno, te lo sei scordato?
E gl’indicò il cavallo a dondolo, regalo del nonno, che pareva guardar fuori dalla finestra con aria sorniona.
Marco balzò dal letto e corse ad esaminare il cavallo, con un’improvvisa paura nel cuore. Là, proprio sotto l’orecchio destro, c’era come un forellino di pallottola: il meteorite che l’aveva colpito nel viaggio di ritorno, dalle parti di Saturno.
Corse presso il letto e afferrò una pantofola, l’annusò.
– Ma che fai? Sei diventato matto? – rise sua madre.
Marco sentì che un gran peso gli cadeva dal cuore. La polvere delle pantofole profumava di mughetto: l’aveva raccolta lassù, quella polvere. Dunque c’era stato davvero: ecco la prova che il meraviglioso viaggio non se l’era sognato.
Il ramo, presto. Dove si era ficcato il ramo strappato dall’albero di Natale dell’aeroporto? Ma per quanto cercasse non poté trovarlo: forse il vento degli spazi gliel’aveva rubato, mentre il cavallo a dondolo divorava milioni di chilometri in pochi minuti per essere sulla Terra prima dell’alba.
Peccato! Ora sarebbe stato più difficile trasformare la Terra nel pianeta degli alberi di Natale, per renderla degna degli amici che l’aspettavano lassù, fra le più lontane costellazioni. Più difficile, ma non impossibile.
«Al lavoro!» gridò Marco. E cominciò a sfilarsi il pigiama. In una tasca del quale, più tardi, trovò un coriandolo di menta.

da © Gianni Rodari, Il pianeta degli alberi di Natale, Einaudi, 1989

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