Giuseppe Merico, da “L’amico di Mauro”

Immagine Lisa Wright

Giuseppe Merico, da “L’amico di Mauro” (romanzo inedito)

 

A Teresa

Ci vorrebbe un vento forte, un vento inesorabile. Michel Houellebecq

La ribellione consiste nel guardare una rosa fino a polverizzarsi gli occhi. Alejandra Pizamik

*

Non sento niente. Mi portano in una stanza con le sedie di plastica arancioni. La mano di mia madre, due dita, afferrano un lembo della gonna. Il tessuto è leggero, bianco come la pelle del geco albino. Fuori fa molto caldo, nella stanza, nell’angolo più lontano, quello senza sedie, c’è il condizionatore dell’aria. Due dita afferrano il tessuto, la pelle del geco albino si tende sopra il ginocchio ossuto di mia madre, seduto di fronte a noi c’è un uomo che ha la forma di una scamorza, un paio di baffi folti e ispidi del colore della ruggine gli nascondono la bocca, dal condizionatore dell’aria viene fuori un tubo di plastica a fisarmonica, il tubo esce fuori dalla finestra, nella stanza c’è una porta e dietro la porta un uomo che non conosco. Lunedì mattina mia madre ha preso un biglietto sul quale c’era scritto un numero di telefono, Clara incollava l’elegante testa di un’antilope al corpo massiccio di un alligatore, mia madre ha infilato l’indice nella rotella del telefono e l’ha fatta girare sei volte. Quando si è accorta che la stavo fissando, la faccia le si è aperta in basso, si è sistemata con una mano la frangetta e mi ha sorriso. L’uomo scamorza ha gli occhi stanchi e acquosi, non li toglie dalle ginocchia di mia madre. Lei si gira verso di me, la pelle della sua faccia si apre in basso, mi sorride. Il tubo a fisarmonica del condizionatore perde acqua, nell’angolo più lontano dalle sedie di plastica, sul pavimento, si è formata una piccola pozza, dentro sono nate le larve delle zanzare. Tra l’uomo scamorza e la donna magra e pallida, dal collo lungo, sprofondata dentro una sedia a rotelle dallo schienale alto e molto reclinato all’indietro, c’è una ragazza con i capelli tagliati cortissimi, quasi non ce li ha i capelli. Un braccio della ragazza è piegato contro il suo corpo e la mano del braccio piegato è tutta storta e con il pollice nascosto nel palmo mentre le altre dita sono dritte e immobili. L’uomo scamorza toglie gli occhi dalle ginocchia di mia madre, la donna magra e pallida gli dice, “Prendi Elena.” La donna è sua moglie. La porta si apre. Le larve delle zanzare galleggiano.
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Domenica sera Clara, mia sorella, ha alzato la cornetta del telefono e ha alzato l’orecchio, il sopracciglio ha avuto un tremito e l’occhio le si è serrato. “Un attimo,” ha detto. Ha attraversato a passi stretti e lenti la stanza con la ragnatela che le incollava gli occhi al pavimento. Si è torturata l’indice di una mano con il pollice dell’altra fino a quando non ha bussato alla porta dello studio di mio padre. Mio padre è un uomo molto alto, ha i peli delle braccia che sono biondi e numerosi, quando cammina si porta dietro la forma del culo di sua madre che è morta l’anno scorso lasciando mio nonno in compagnia di un secchio di rame. Quando mia sorella ha bussato stava seduto nello studio, è venuto di qua per rispondere al telefono. Lo chiamavano dall’ospedale. C’era bisogno. Clara è dispiaciuta perché era il suo compleanno. Ha sedici anni, quando aveva la mia età alcuni dottori si erano riuniti, avevano parlato tra loro, qualcuno aveva detto che non ce l’avrebbe fatta, invece poi ce l’ha fatta. Quando cambia il tempo, la cicatrice che le segna il petto le fa male. Mia madre e mio padre hanno parlato al centro della stanza. Mia madre ha sollevato un piede portandolo dietro e con le dita si è sistemata la scarpa con il tacco. Mia sorella ha detto, “ma il cinema, pà…,” lui le ha risposto, “lo sai che non posso dire di no quando mi chiamano” e lei, “ma adesso ti sto chiamando io.” Lui non ha saputo cosa dire. Un’amica di mia madre, si chiama Lina, dice che siamo una famiglia molto unita, quando lo dice incrocia le dita di una mano con quelle dell’altra per far capire bene a mia madre quello che intende dire, mi guarda senza sciogliere il nodo delle dita. Dice che sono fortunato.
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Lunedì mattina mia madre ha parlato al telefono con l’uomo che stava dietro la porta, l’uomo che adesso ci sta di fronte. L’uomo sorride a mia madre, sorride a me, dice che questa è una seduta di conoscenza. Quando abbiamo finito di parlare dice che il lavoro, quello vero e proprio inizierà dopo. Un lavoro lungo, dice. Mi chiamo Pietro Manni, ho tredici anni e ho il lobo dell’orecchio destro che avrebbe avuto bisogno di più tempo per nascere, quando io sono nato, lui è rimasto un’idea. Il giorno che Mauro Nitti si è lanciato dalla finestra della scuola si sono alzati tutti, io sono rimasto fermo, seduto, fino a quando non è arrivato intenso l’odore della pelle di mio padre. Fuori dalla finestra della stanza non c’è la fabbrica, ci sono le foglie verdi, larghe e numerose di un albero molto alto, tanto numerose da nascondere i rami. Mauro Nitti abitava dietro la pista di moto cross, conosceva di persona Paolo Gemma che con la moto era il più bravo di tutti. Aveva due cani giapponesi e leggeva più fumetti di quanti ne leggessi io. Il padre di Mauro Nitti, i fumetti li faceva, li disegnava proprio, erano letti anche in Germania, in Francia, nel Regno Unito e in un altro paese che non ricordo. E’ stato l’inventore delle storie di Palca X, una buffa pianta aliena atterrata per sbaglio sul nostro pianeta. In classe Mauro Nitti sedeva nell’ultima fila, diceva sempre che un giorno se ne sarebbe andato, che sarebbe andato a vivere in Giappone. Quando non ne voleva sapere niente di quello che stava spiegando il professore nascondeva la faccia dietro la cartina geografica appesa al muro. Il mondo intero era diviso in quattro grossi spicchi. Di fratelli non ne aveva, non più, in classe eravamo i soli, io e lui, ad avere problemi con il dialetto del paese. Non lo sapevamo parlare.
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Al cinema ci siamo andati senza di lui, al primo spettacolo della sera. Se mio padre avesse finito prima in ospedale ci avrebbe raggiunti in pizzeria, ma non ha finito e quando siamo tornati a casa dopo il cinema, lui ancora doveva rientrare. La fabbrica l’abbiamo scoperta l’estate scorsa, il cielo si era tinto di mosto, le nuvole riflettevano la luce del tramonto di Luglio, sembrava fossero decollate da un punto lontano, compatte come uno stormo, fino ad arrivare a noi, sopra le nostre teste, fino a sfilacciarsi sopra il paese quasi fossero fatte di stoffa esausta, tirata, che aveva raggiunto il suo punto di rottura e lo aveva oltrepassato. Il momento del giorno in cui gli archi neri che erano le rondini lasciavano il posto al frenetico frullio delle ali dei pipistrelli, le traiettorie aeree erano le stesse, era la morte degli insetti. Nella fabbrica c’erano i macchinari, le scale di metallo, le rampe, le catene appese al soffitto, le cinghie di trasporto, i lucernari, le cassette di plastica, quelle di legno, i muletti, i bidoni, i ganci, i contrappesi, le sedie, le scrivanie, i corridoi, gli ascensori, le saracinesche, i carrelli, i bagni, la carta, la plastica, la latta, l’acciaio, la ruggine, il vento che attraversava le finestre rotte e leccava i vetri, i fascicoli, gli schedari, gli armadi, le serrature rotte, i lucchetti nelle pozze d’acqua piovana, l’acqua piovana, l’ombra, molta ombra, la luce, la luce a righe, a quadri, le nidiate dei topi, le lunghe lamelle di silicone, di grasso, d’olio, le lattine di carburante, le casseforti scassate, la testa scassata di Bill Dal Monte. Mauro Nitti, era stato lui a scoprire la fabbrica. Quando ormai eravamo di qua del cancello, tutto divorato dai rovi, un bambino pelle e ossa, bruciato, in mutande, ci aveva guardato standosene a spenzoloni sul dorso di uno dei due leoni di pietra che si trovano alla sommità delle colonne, all’entrata della masseria che sta dall’altra parte della strada provinciale, quella che porta al mare.
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Ho le sbarre agli occhi. Mio padre lascia che l’acqua scivoli sotto il lavandino. La luce delle due del pomeriggio è forte, il silenzio è rotto dal rumore monotono dell’innaffiatore, le forme dei fiori ricamati sopra la tendina della finestra si allungano sul pavimento, diventano ombre di fiori di stagno, fiori d’acqua. La radiolina nera del bagno è accesa sul termosifone spento. Mio padre si passa la spugna insaponata su tutt’e due le braccia, odore di mango, la luce fa brillare i peli biondi, le mani inseguono l’acqua, sopra le dita sono montati i mirini trasparenti. Ogni dito, un mirino. I mirini gli servono per guardare meglio quello che sta facendo quando entra nella carne della gente. Muove la testa avanti e indietro, va a tempo con la musica, si morde il labbro di sotto con i denti, lo fa quando è attento o felice. Quando c’è lo schianto del vetro le sbarre agli occhi sono ancora lì. Nel bagno piove la luminescenza dei vetri, l’ombra delle braccia di mio padre si stende sopra la mia testa per proteggermi. Il proiettile che ha sfondato la finestra smuove l’acqua, caduta sotto al lavandino, da lì rimbalza contro la vasca da bagno, si ferma circondato dalla costellazione di vetri taglienti e caldi, uno di loro mi ha aperto uno squarcio nella spalla. Piccolo. Il sangue è affezionato alle mani di mio padre, il sangue che adesso è sulle sue mani è il mio. Lui non ci fa caso. “Fammi vedere,” dice.
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La fabbrica è il dinosauro di ferro, il cavallo di legno, la pietra grigia, il monolite. Tutto attorno ci è cresciuto il paese. La sala d’aspetto della stazione del paese, le macchinette per timbrare i biglietti sono rotte. Chiami l’addetto alla biglietteria per timbrare il biglietto del treno e devi aspettare perché si è perso nella luce del sole che sta nella stanza di dietro dove c’è il tabellone con le linguette di plastica, i treni in arrivo e in partenza, l’addetto alla biglietteria stacca e attacca. La rotonda fuori dalla stazione, i cani fanno la giostra, i cani del paese, i cani di nessuno, quando qualcuno di loro si ferma in mezzo alla rotonda devi suonare il clacson e anche dopo non è sicuro che si alza e se ne va, gli altri cani lo guardano con gli occhi stanchi, abituati, uguali a quelli dei vecchi, come i vecchi hanno la barba che gli è cresciuta sotto al muso. Se dalla stazione ferroviaria prosegui diritto arrivi alla piazza. Nella piazza ci sono i circoli dei vecchi e i vecchi crollati sopra le sedie di legno, una ragazza che attraversa da sola la piazza con addosso un vestito un po’ attraente, i vecchi la chiamano puttana. Mauro Nitti abitava, quando abitava, lontano dalla piazza, dall’altra parte della linea, la linea ferroviaria, dove hanno costruito le villette nuove in mezzo agli alberi, di notte sentivi il canto delle civetta, il clangore dei treni che non avevano fine o che affondavano ancora di più nella notte, fino al suo termine, il termine della terra, potevi sentire gli spergiuri dellu ‘Ndò. Mauro Nitti usava la bicicletta. Un anno e mezzo prima, quando era successo il fatto l’acqua degli occhi gli si era prosciugata. Io non lo conoscevo e quando l’ho conosciuto non parlava con nessuno. Ce lo accompagnò suo padre a scuola quando l’anno era già iniziato. Non parlava, aveva guardato da vicino lo strappo del mondo che conosceva. Quando abbiamo scoperto la fabbrica, Mauro Nitti stava ricominciando a vivere. Il mio nome è Pietro Manni, ho tredici anni, tre volte la settimana, alle cinque del pomeriggio busso alla porta del Cappotto. Il Cappotto è largo. Delle volte stiamo solo in silenzio, per quarantacinque minuti. Vengo dopo la figlia dell’uomo scamorza, lui e la moglie sono scesi da Milano, adesso vivono al paese, la figlia è un vegetale piantato sopra una carrozzina con lo schienale reclinabile, se la innaffiano lei non trattiene l’acqua, l’acqua bagna le ruote di gomma, si fa strada sul pavimento, diventa nutrimento per le larve delle zanzare che stanno nella pozza, nella parte dello studio più lontana dalle sedie di plastica. La figlia dell’uomo scamorza non trattiene, lascia andare, con una faccia che ha perso ogni espressione. Il Cappotto mi chiede come sto, di cosa vogliamo parlare, aspetta, ascolto il tic-tac che fa l’orologio appeso al muro, mi guarda, abbozza un sorriso, io no, mi tocco la spalla destra, faccio una smorfia, mi chiede cos’ho, “male,” rispondo.
“Mi tira,” dico.
“Cosa?” aguzzando gli occhi, lo sguardo.
“La medicazione.”
Vuole sapere, chiede, se gli racconto va bene, se non racconto va bene lo stesso, non insiste, non preme.
“Ero in bagno con papà, seduto sopra il bordo della vasca, eravamo stati in giardino a sistemare l’innaffiatore, quello sotto al salice, mio padre si stava lavando e la palla è entrata. Papà mi ha disinfettato e medicato.”
“Una palla eh…?”
“Sì.”
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Bill Dal Monte si era cacciato in un brutto guaio, l’alluce del piede sinistro andava sempre peggio e quella mattina era a un passo dall’esplodere tanto era il pus che si era raccolto al suo interno. La caldaia si era rotta e quell’imbecille del suo socio non era ancora venuto a ripararla. Nel cortile la vecchia Lù aveva appeso le pentole al filo di ferro e queste negli ultimi giorni che era piovuto si erano talmente riempite d’acqua che il filo era tutto piegato verso il basso e le pentole quasi andavano a inzupparsi nel terreno limaccioso del cortile. Diceva che erano per tenere lontano il malocchio, la vecchia Lù, diceva tante cose la vecchia Lù, bisognava solo non darle troppo retta. Si sollevò dal letto, si strofinò la faccia, le mani, si tirò i lunghi peli bianchi della barba, cercò di pulirsi gli occhi cisposi e dopo essersi coperto bene e infilato i guanti di lana, cacciò due bestemmie che rimbalzarono sul muro di fronte, una si conficcò nel muro dove erano inchiodate quelle degli altri giorni, mesi e anni, l’altra andò a colpire la pila di barattoli vuoti di fagioli che stava nel lavandino della cucina. Il gatto lo osservava dall’altra parte del vetro della finestra che dava sul cortile, era zuppo d’acqua, sembrava una macchia d’inchiostro nero, con i bordi non ben definiti. Aprì la finestra e lo fece entrare. “Dove sei stato, criminale?!” Il gatto gli aveva portato un topino morto. Lui glielò strappò dai denti e lo gettò nella mota, fuori dalla finestra. Poi la richiuse. Aprì una scatoletta e ne versò il contenuto sopra un foglio di giornale che si trovava sul pavimento. Il gatto lo spazzolò in una manciata di secondi. Andò in bagno a sciacquarsi la sua brutta faccia e quando si accorse delle orme era davvero ormai già troppo tardi. Ai lati dello sciacquone aveva attaccato le immagini di due pin up americane degli anni ’60, quella di destra aveva una chioma nera e fluente, entrambe esibivano un seno prosperoso e un grande culo, a quella di sinistra aveva staccato la testa e l’aveva sostituita con la foto di Emma ’62, un fior di donna tutto strada e pompini che aveva conosciuto quando faceva su e giù per le autostrade della penisola con un gigantesco sedici ruote. Durante i suoi viaggi aveva incontrato ogni sorta di essere umano vivente e aveva visto e sentito ogni tipo di stramberia. Emma ’62 se l’era portata a casa, le aveva dato un letto, un tetto e un cazzo, lei gli aveva dato un figlio che lui aveva chiamato Omar come Omar Sharif, poi c’era stato l’incidente e lui non aveva potuto più guidare il tir ed Emma ’62 si era data un tempo, se Bill Dal Monte avesse trovato di che sfamare lei e suo figlio sarebbe rimasta altrimenti sarebbe scappata come aveva fatto altre volte con altri uomini. Oggi, a Bill Dal Monte di lei rimaneva soltanto la faccia cucita sopra il corpo formoso della pin up e del piccolo Omar l’odore di latte che faceva la sua bocca. Alcune orme erano appena accennate, riportavano sul pavimento soltanto una parte del piede, a volte la punta o il tallone, in certi punti si ripeteva l’orma dello stesso piede perché il proprietario del piede invece di camminare aveva saltellato sullo stesso piede, poi scomparivano per un lungo tratto di pavimento come se il proprietario del piede si fosse arrampicato su un mobile tenendosi sollevato sulle ante o avesse compiuto un balzo dal termosifone al divano. Le orme avevano portato il fango e le foglie secche del cortile in casa e Bill Dal Monte ne scorse solo due o tre prima di sentire il peso del nano che gli gravava sulle spalle. Non era una novità, lo spavento iniziale lasciava il posto a una grottesca forma di parassitismo che durava una manciata di minuti. Bill Dal Monte faceva un giro su se stesso con le braccia aperte e il nano appeso alla sua schiena. Gli diceva “farabutto.” Fuori dalla finestra intanto era uscito il giorno, solo che non se ne era accorto nessuno, sembrava piuttosto che il rimescolamento del cielo notturno si fosse prolungato con la sua catena di tuoni fino ai muri esterni della casa di Bill Dal Monte, e da questi premesse per entrare. Il nano era affettuoso come un cane.
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Mio padre ha fatto riparare il vetro della finestra. Fuori dalla finestra Clara, sta parlando con lo scemo sotto le foglie appuntite dell’eucalipto. Le loro sagome sono scure. Il prato è stato tagliato da poco e il tagliaerba sta riverso su un lato con le lame che riflettono gli ultimi appigli del sole. Lo scemo fa molta attenzione a come si muove perché uno dei rami dell’eucalipto una volta gli si è andato a infilare nell’apparecchio dei denti. Clara va dietro al figlio dell’avvocato Centonze, un ragazzo molto biondo e molto alto che in estate fa sci d’acqua e per lo scemo non c’è uno straccio di speranza tanto più che lo scemo da quando suo padre ha allentato la presa su di lui per curarsi un brutto male che lo ha colpito l’inverno scorso, ha cominciato a frequentare dei tipi non proprio raccomandabili. Lo vengono a prendere tutti i pomeriggi con un’Alfetta che porta l’adesivo di una grande aquila attaccata sul lunotto. Durante la settimana suo padre va in ospedale per farsi fare le flebo, quando torna lo vedo che si aggira sconsolato nel giardino dietro casa, tutto infestato di piante con le foglie a sega e i fiori di un viola sgargiante come il colore di certe rane velenose. Riempie sacchi neri con i tappi delle bottiglie di plastica che trova in giro o si fa dare dai vicini, servono per comprare le sedie a rotelle per i vecchi dell’ospizio dov’è ricoverata sua madre, la nonna dello scemo. Mio padre si piega su mia madre per dirle qualcosa che non capisco, si piega su di me guardandomi con i mirini delle dita, mi toglie una sbarra dagli occhi facendo attenzione a non farmi male, mentre lo fa mi prende la nuca con l’altra mano, piano. Mia madre ci guarda da lontano aprendosi tutta come fanno le piante. Guardo le sbarre piovermi ai piedi, guardo la polvere di ferro, la vedo crescere, prendere la forma di una cuspide, la osservo raggiungere un punto sotto le mie ginocchia e fermarsi. Fuori dalla finestra lo scemo ha abbracciato il fusto dell’eucalipto e lo sta scopando, gli assesta vigorosi colpi di bacino. La scuola è finita, chiusa per le vacanze, io a scuola non ci vado da più di un mese, da quando Mauro Nitti è morto. Si è lanciato fuori dalla finestra della classe, l’ho guardato prendere la rincorsa, il sangue alla fine era tutto sparpagliato e incollato all’asfalto del parcheggio. Le grida delle mie compagne come una sirena d’allarme.
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© Giuseppe Merico

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