Antonella Sbuelz, La prima volta delle cose

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Antonella Sbuelz, La prima volta delle cose, Edizioni Cultura Globale, 2016

*

Alba negli occhi

La prima volta del ricordo

Il tuo primo ricordo, verde e nero,
sa di terra e di erba bagnata:
lo sguardo che si impiglia in fondo al vuoto,
l’ondeggiare del tuo corpo di tre anni,
il piede che manca la presa sul ciglio
delle fondamenta scure, pronte a inghiottirsi il corpo
e le paure. Il cielo si squaderna, rovesciato,
in una voragine remota.
L’aria sfugge dalle dita, dai polmoni.
La memoria sa rammendare i vuoti,
sa innescare una trama di dettagli
dove il ricordo vacilla: un groppo di radici
ad attutire, il verso di un uccello, un ciuffo d’erba.
L’urlo che incrina l’aria di cristallo.
E il mistero di un atterraggio illeso, che toglie peso
al tempo, alla caduta.
La risalita no, non la ricordi. In braccio a chi non sai,
il ricordo tace.
Ma ci vorrebbe il buono delle cose
– la loro prima volta intatta, pura –
a ridare l’equilibrio su quel ciglio.
A fare alba negli occhi, come allora.

*

Doppia Fila

La prima volta della diversità

All’ingresso si formavano due File. I più vecchi
avevano sei anni. Bordeggiavano a filo mattonelle.
La Fila a destra aveva un soldo in mano
e veleggiava gongolando in gloria
verso la suora delle caramelle
– pacchetti di confetti colorati e lecca
lecca dalle sette vite e serpenti di nera
liquirizia con il cuore di zucchero dorato,
che a srotolarli piano fra le dita lasciavano una scia,
come un peccato -.
La Fila di sinistra li guardava.
La bocca asciutta, l’impotenza
in gola, la mortificazione rattoppata.
Niente monete, fra le loro dita.
Sotto le scale, oltre la vetrata, il cortile
con scivoli e altalena – la sola sirena dell’asilo –
liberava qualche nota un po’ stonata.
Rotte le file, tutti su in cappella.
L’incenso tramortiva la preghiera.
Questa bambina mangia troppo poco,
diceva all’uscita la suora. Senza dire il perché,
diceva il vero:
la lotta con il cibo mi prostrava.
Da allora è il dolce, il faro
tra i sapori: lo zucchero che cura, che seduce.
La sua consolazione che amministra.

Ricordo qual era il mio posto, nell’atrio luminoso
dell’asilo: il terzo della fila di sinistra.

*

Qui e ora

La prima volta delle assenze

E c’è che tutto a un tratto non ci sei
e la tua assenza è un pieno che sgomenta.
C’è che nel continente dello sterno
troppo non detto resta inesplorato
e l’ultimo sorriso di ospedale
è terra di nessuno e no,
non vale, non vale che lo porterò con me.
C’è che erano tue, certe parole,
e io non so se posso usarle ancora,
non so se l’inizio e la fine
hanno un patto che tiene, qui e ora,
o che tiene, qui e ora, per noi.
C’è che questo cielo color ruggine
è dentro questo giugno e questa estate
e questa estate è dentro la mia vita
e la mia vita dentro questo andare.
Ma c’è
che resta inverno questa estate
questa estate di cieli e di giugni
questa mia prima estate senza te.

*

© Antonella Sbuelz

 

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