“La ferita distorta dell’agire” di Giovanni Duminuco (con una nota di Viviana Scarinci)

La ferita - cover

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Giovanni Duminuco, La ferita distorta dell’agire, Formebrevi Edizioni, 2016

Di spazi subalterni alla parola tra le pieghe consumate del sonno annovera l’errore il divenire nel mare mostro fino alla linea del nero: adombra il tratto del volto al cospetto del mondo, la fuga capovolta negli occhi ripresa la spalla ossuta del tempo: trattiene il lascito tra queste corde maledette che ci legano alle cose nell’attimo che trafigge il senso per abitare il nulla, nel verso di rassegnazione.

***

È breve il tragitto della pioggia nel valico del sangue, tra le maglie di un corpo parlato ai percorsi della materia: divide il dire, scompone la scia ripercorsa, la piega invernale sulle assi scorticata, i gusci di pietra in un angolo per farne un fuoco, incendiarne i pori lungo la via dell’errore, nell’intreccio delle vite o nelle viti nodose che divorano le finestre: implora il canto, l’arco, la lira nella quiete scomposta avulsa ai mutamenti, l’ellisse vacante districata nel lungo oblio dell’ombra, ai sospiri sottomessi alla pausa del corpo per sottrazione di essenza.

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Sono le strade da percorrere, i nomi della morte lamenti di ruggine restituiti all’incastro dei corpi: tu dovevi ed io nascondevo le parole nel gelo dei giorni divorando la pioggia tra le foglie, dimenticando il nome, la voce spezzata nei versi che scorrono il vento.

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Quale mare dovevi navigare sulla zattera di pietra, quale lido mortale approdare nei giorni del nero? Nella notte riparata dal sonno dei giardini percorsi dalle mani, inseguendo gli sguardi che imprigionano l’abitudine della fine, mai compresa, nell’ora che insegue il tempo del ricordo, le increspature dell’acqua, il fuoco e la tenebra (giardino di memoria, dove riposa il sangue) nella notte che morde la voce dei tuoi passi, quale mare volevi annegare?

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Sul muro oltre il bianco dell’occhio travolge il senso attraverso una sequenza ininterrotta di atteggiamenti del corpo, lo spazio assecondato una presenza senza posa nella dimensione di un attraversamento dell’altrove: ripercorrere i presupposti della beatitudine, la parola soffiata alla luna che muove nel bianco lattescente (le ossa del tempo, una rotula contesa a morsi).

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Il corpo che mi apri trattiene il graffio nella forma di artiglio, l’ombra che abita dentro nei tagli sulle braccia la fronte non possiamo che fingerla nel nome che altri dicono, scoprendo le direzioni dei sorrisi immaginati, la tenebra nella calma australe delle spighe inginocchiate al lamento della tempesta imminente.

***

Ricordo il cielo trafitto dalle mani, nascosti tra le mura ora sotto la scala incendiata nel tremore degli inverni improvvisi: il cielo che incombe sulla testa la pioggia pesante, la testa mai svuotata. Preferisci andare oltre, verso la consolazione dell’oblio, scacciare il peso della bestia che divora lo specchio d’acqua dove ogni cosa annega e nel veleno che sgorga dagli occhi piangere lacrime di pietra per ricomporre lo spazio disgregato, tagliare in due quel nome che non è mai stato.

***

Solleva lungo il sentiero pescoso le mani esposte all’onda i lamenti dell’errore alterni al male, nutriti ai declivi della sera. O questi giorni dissennati lontani dalle cose cominciate, nel guizzo che attraversa i passi inesplosi le parole incrociate nell’angolo dove muore il senso e incombe il respiro contraddetto, gridato alle nebbie insonni, per andarsene al buio senza saluto.

***

Rivela la forma nel vuoto traverso
del gesto silente ai ventri rigonfi
di sabbia, appesi alle corde dei giorni
gridati dell’ultimo grido (appreso)
tra ruvide braccia di madre che smembra
patisce le doglie del nome mai stato
tenuto sepolto nel fango, ingrato
alle voglie dei vinti. Ascolta il frastuono
del vento che giace tra queste parole,
invoca il ritorno per chiedere il conto
del sonno: di ciò non abbiate timore
né d’altro, se non del vivere invano.

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L’arte della separatezza – di Viviana Scarinci

Il primo disagio che affaccia al momento della lettura de La ferita distorta dell’agire di Giovanni Duminuco è che questo libro dichiara apertamente la necessità di negare l’apparenza delle cose, o, meglio, di separarle da quanto si ritenga di poterne dire. Quello che Peter Carravetta nella postfazione dichiara essere un passaggio “dalla riflessione storica già teologizzata al nichilismo” appare per altri versi una volontà del poeta di separare prima di tutto la parola da quel tempo che sembra in qualche maniera determinarla e contenerla.
Già attraverso l’opera prima Dinamiche del disaccordo, con la quale nel 2013 l’autore si aggiudicava la XXVII edizione del premio Lorenzo Montano, veniva ratificata la possibilità di una dinamica altra. Si trattava di una scrittura che risuonava in modo profondamente diverso: esemplificato fin dentro la forma del testo, il linguaggio finiva per ricoprire un ruolo inedito nell’ambito del discorso poetico. Come indicava Giorgio Bonacini nella postfazione, una poesia, quella di Dinamiche del disaccordo, posta in modo “disarmonico” rispetto all’apparenza.
Se per certi versi è il processo di identificazione a determinare l’efficacia di un testo, il disagio di cui sopra è stato anche ciò che mi ha consentito di superare quella pretesa identificativa che da lettrice, quasi inavvertitamente, richiedo al linguaggio dell’altro, in modo che questo mi rassicuri dicendomi quello che anche io riscontro nelle apparenze e quello che già so della realtà.
Invece lo scenario alterato illustrato da questa separatezza che Duminuco sembra usare come vero e proprio assunto del libro non consegna lettrici e lettori né a un tempo storico riconoscibile, né tantomeno a quel mondo surreale, cui spesso si pensa quando appare chiaro che chi scrive orienta la sua ricerca parallelamente a quanto ci è noto e si vede, “[f]rammenti in estasi sul volto murato inganna l’attesa lo spazio coscritto al lascito inerme, immemore fuga tra i volti compiuti nei rivi abitati per forza di cose” (p. 77).
In queste pagine capiamo che non si tratta di una registrazione subcosciente esercitata da una ragione che ammicca nei confronti di una certa rarefazione del reale. Rarefazione a volte compiuta dall’immaginario poetico per superare ciò che è negato allo sguardo di chi legge, pur restando il movente non dichiarato di chi scrive. Non abbiamo in Duminuco insomma nessuna ricostruzione alternativa di quanto la storia o l’individuo ritenga di dovere metabolizzare attraverso la letteratura.
Quella che leggiamo in questo libro è una poesia priva degli accapo, giocata di seguito sul rigo o meglio lanciata dal poeta alla ricerca di un incontro con il senso e con la scansione ritmica che chi legge è chiamato ad attribuire alla pagina, senza in effetti la presenza di alcun parametro di riferimento. Tuttavia il senso ignoto di tanto dolore non viene aggiudicato da una partita, disputata tra l’autore e chi legge. Il guadagno proposto da questa lettura, semmai, riguarda un aggiustamento, necessariamente ipotetico, tra il proprio e l’altrui che necessita di svolgersi in un ambito non particolarmente libero. Ed è infatti l’assenza della scansione del verso a condizionare quell’aggiustamento meglio che nel rigore di altre scelte poetiche, “[d]iventa impraticabile la strada dei nutrimenti quando il verbo espone al gioco degli strazi, attenua la visione dell’esistere in un bagliore inconsistente per sua natura o per nostra voluttà di esporci alle contraddizioni, ricercando il nome là dove si consuma ogni cosa” (p.70).
Senza indugiare in una rarefazione di maniera che mitighi l’assunto di base, Duminuco presenta un significato antagonista rispetto a quello del sapere discorsivo, ma anche rispetto a chi intende il linguaggio alla stregua di una stella fissa e ben localizzata, reperibile entro un orizzonte in cui l’a priori è la visibilità e non la separatezza necessaria a una vera ricognizione dell’ignoto. Sia che si tratti di una ricognizione storica che di un passaggio individuale analizzato entro il proprio linguaggio poetico, quella condotta in questo libro è un’operazione complessa atta a scindere le parole dal sottile travaglio linguistico che potrebbe riconsegnare l’esperienza al passato piuttosto che al futuro.
“Divarica il sonno ad occhi aperti ricercando un riparo tra le ossa, le carenze della notte il fine ultimo rappresentabile nel ricordo lontano dove ogni cosa muore e nella morte rievoca il nome che siamo stati, in un tempo restituito alle ombre” (p. 31). L’autore rivela che può accadere una divaricazione tra il linguaggio che esorbita mentre dice e l’agire che esemplifica soprattutto un’ipotesi relativa ai propri trascorsi. Questa separatezza attuata pagina dopo pagina serve a dimostrare che le azioni più sorvegliate linguisticamente sono quelle in cui la ferita è più tracciabile nel momento esatto che determina una sorta di cronicità tanto degli atti che nel linguaggio poetico, “[d]el corpo che non siamo, del vuoto che restringe la ferita, il non essere cantato dai poeti lì nel vortice dove finge il pensiero e la parola espone al vento tra le cose ripiegate nel cerchio la rivolta dei corpi” (p.53).
Se a monte c’è il linguaggio che, articolato da una ferita, ha appena la possibilità di denunciare la propria inattendibilità, a valle non può esserci che il corpo dalla stessa ferita che oscura ogni visione plausibile di sé stesso. Ciò accade pressoché sempre, salvo quando il modo di guardare la realtà non venga modificato da un linguaggio che prenda progressivamente atto di questo agire distorto. A me sembra che Duminuco spesso riesca nell’ingratitudine di questo proposito.

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