Altri dischi #3: Van Der Graaf Generator, H to He Who Am the Only One

cover VDGG

Altri dischi #3: Van Der Graaf Generator, H to He Who Am the Only One, Charisma Records, 1970

di Ciro Bertini

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“I am the one who crossed through space, or stayed where I was, or didn’t exist in the first place…”
Possiamo iniziare da qui, da questo tragico e allo stesso tempo disinvolto rifiuto della sapienza oracolare delfica, da questa drammatica ma al contempo bonaria autoesclusione dalla realtà e dalle sue leggi. È questa la frase posta in chiusura dell’album, semplici parole dal significato devastante, quintessenza di un’opera che è un monumento alla solitudine, alla disperazione, alla nevrosi dell’individuo che diventa metafora dell’intera esistenza. Possiamo iniziare dalla fine, per parlare di H to He, Who Am the Only One, e non ci si deve stupire, perché se al posto di chiuderlo la stessa frase inaugurasse l’album, ci darebbe semplicemente il benvenuto nel regno del dolore, invece che congedarci da esso. A dirla con Greg Lake, “There’s no end to my life, no beginning to my death”. Partiamo dunque dalla fine, da quel gruppo di astronauti persi nello spazio e lasciati a vagare in una dimensione sconosciuta dove tempo e materia non esistono, e proseguiamo a ritroso, lasciandoci travolgere dalla sofferenza di chi è stato abbandonato dalla persona amata e non sa come sconfiggere i fantasmi del passato, assistendo con orrore allo spettacolo del tiranno che tortura con sadico piacere i propri sudditi, condividendo la quieta disperazione di chi abita in una casa senza porte e finestre e perde gradualmente contatto con ogni forma di vita, fino ad imbatterci nello spietato assassino dei mari, che uccide indiscriminatamente chiunque gli si avvicini. Un’umanità lacerata, quella descritta in questi cinque poemi, contorta, corrotta, ma comunque umana. L’angoscia non è destinata a durare per sempre, la colpa verrà punita e ad essa seguirà la redenzione. Forse la richiesta di aiuto dell’inquilino della House with No Door verrà accolta, e quello straziante “I love you” urlato dal protagonista di Lost verrà finalmente ascoltato e accettato. L’omicida di Killer riconosce di aver creato attorno a sé nient’altro che miseria e solitudine, e il despota di The Emperor in His War Room saluta la propria morte come la giusta punizione per aver costruito il proprio impero sul terrore, pagando ora con la sua anima il prezzo dell’odio.

Quanta potenza e quanto irresistibile fascino, in queste cinque lunghe tracce, cinque capolavori scossi da forze brutali e sfregiati da lame affilate, marchi di fabbrica del gruppo più apocalittico che il prog rock britannico (e non solo) abbia partorito. E quanta sublime e terribile bellezza, nelle parole di Peter Hammill, cantore di psicodrammi dalla voce così suadente ed eterea da prenderci per mano e guidarci fino alle porte del cielo, come nella delicata e commovente House with No Door, cadenzata dagli accordi del pianoforte e propulsa da un basso autoritario. Ma se nell’apripista Killer il canto squarcia e lacera fino ad imitare uno spaventoso coro liturgico degno di Penderecky, in Lost si fa disperato, e nella conclusiva Pioneers Over C sembra riunire tutti i registri, dal trasognato al cialtronesco al visionario. A sorreggere e dare forma agli incubi di questo folle leader, un trio di musicisti di rara efficacia: David Jackson ai fiati, vulcanico e imprevedibile, con il doppio sax ad insinuarsi fra le rime di Hammill per aumentarne l’inquietudine, mentre dietro i tamburi siede l’infaticabile Guy Evans, incisivo ma dal tocco sempre raffinato. Vera colonna portante del suono è però Hugh Banton, autentico prestigiatore dei tasti che circonda e annega le spigolosità e le divagazioni dei compagni in oceani psichedelici, atmosfere gotiche e disturbi di sottofondo.
Se la violenza del gruppo si scatenerà senza freni nel successivo Pawn Hearts, eccedendo talvolta in teatralità e in un catastrofismo un po’ compiaciuto, H to He, Who Am the Only One fotografa il quartetto all’apice del fervore artistico. Non una sola nota è sprecata, parole e musiche si fondono e scorrono piacevolmente pur tra mille singhiozzi e sussulti, un autentico miracolo di competenza e coesione stilistica, e per questo irripetibile. In un universo musicale dominato da fiabe medievali e barocchismi non di rado pretenziosi, Hammill e compagni hanno saputo ritagliarsi uno spazio tutto loro, terribile e spietatamente reale, unico e indescrivibile. “No-one knows where we are, they can’t feel us precisely”. Proprio così.

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© Ciro Bertini

 

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