“Viaggiatori nel freddo” di Sparajuri. Recensione di Sandra D’Alessandro

di Sandra D’Alessandro

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Viaggiatori nel freddo mi è stato segnalato in un’immobile giornata di neve da quel maestro che mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire. Se adesso vi ritrovate a leggere ciò che scrivo, coglierete senza ombra di dubbio la citazione.
Dalla prima pagina mi sono subito resa conto di stare per affrontare un viaggio, ho sentito quel brivido che si avverte non appena l’aereo lascia la terra ferma, quella sensazione di non appartenenza carica di futuro e di speranze, e in alcuni casi di innumerevoli piccoli ricordi legati alla destinazione. Sapevo che la destinazione era Mosca: ho rimboccato le coperte e ho lasciato che l’aereo scivolasse tra righe di alta letteratura, ricordi, novità, brividi e poesie.
Non posso comunque dire che si tratti di un libro che solo chi è stato a Mosca può capire. Bisognerebbe, certo, amare o conoscere un po’ quella che è l’anima russa, ma in ogni caso si tratta di un viaggio, e un viaggio può scegliere di farlo chiunque.
Per noi malati di Russia invece è diverso. Lo proporrei come libro di testo universitario: dopo aver posto le basi grazie alla Satta Boschian, la lettura dei Viaggiatori nel freddo diventa ai miei occhi auspicabile.
Un lettore casuale, probabilmente, non presterebbe attenzione al passaggio in cui il viaggiatore mostra il tesserino di riconoscimento al guardiano del dormitorio MGU, che, tra le altre cose, penso sia la meta e il rifugio preferito, per non dire quasi obbligato, di ogni italiano che si reca a Mosca. Quel tesserino racconta una storia, per me come per tutti loro. È per questo motivo che la mia matita ha segnato la riga con una X che, nella mia leggenda di segni letterari, significa precisamente: so di che parli. E aggiungerei: grazie del ricordo. Dovrei diventare una copista per lasciar cogliere questo freddo gelido che si coglie nel libro e quindi mi limiterò a dire che mi riferisco proprio a quei ricordi che, nel presagio dell’oblio, ingaggiano una lotta per la sopravvivenza. Ma nonostante la bellezza dei ricordi, il libro resosi viaggio è scoperta perenne, e persino se ci si comporta da turista nel paese natale, si riescono a scoprire cose nuove. I puntini di fianco ai paragrafi o ai nomi di luoghi o di persone sono, infatti, innumerevoli e di diversa natura. Nel mio linguaggio, i puntini rappresentano una Novità, o qualcosa da approfondire. La singolarità di questo libro sta nel fatto che non si ripercorre solo la storia o la letteratura in maniera univoca e ridondante senza possibilità di futuro. Il passato e il presente della Russia si incrociano, si scontrano, si abbracciano e si tengono per mano legati dalla scorrevolezza della narrazione. Si scoprono segreti, come per esempio quello che cercavo da quando ho conosciuto la prima volta l’anima russa, ossia: “Girate al contrario le lettere dell’alfabeto cirillico paiono del tutto a loro agio, cosa che non accade con quello latino e forse questo è il segreto di una letteratura e di un’esistenza paradossale”; ho conosciuto la lingua futura, un’assenza di parole che sognano parole; donne come Aleksandra Petrova o uomini come Solonovi. A tal proposito, credo fermamente che l’intervista a Solonovi sia stata inserita tanto per un omaggio alla bellezza intrinseca della poesia italiana, quanto soprattutto per un tentativo fallimentare di pulirsi la coscienza da parte degli scrittori/viaggiatori. Per un amatore, sognatore, aspirante slavista, la lettura di questo libro comporta inevitabilmente sogni di gloria legati al desiderio inespresso di arrivare un giorno a scrivere un libro di tale portata. Questo forse il senso della frase buttata lì quasi per caso, lasciata sulle povere labbra asciutte di Solonovi, ossia “Ora la prima cosa che dico agli studenti è che non riusciranno a vivere di letteratura” , che assume un’aura di tormentosa ambiguità.
Il soggetto in prima persona mi affascina, perché posso essere davvero io, possiamo essere noi. E il desiderio di essere lui, di camminare e viaggiare con lui è inaudito. Non sono una spettatrice passiva, non vorrei essere il suo fermaglio o il suo orologio, io so di poter essere lui: io pretendo di muovermi sui suoi movimenti. E questo desiderio che chiamerei quasi insano è amplificato dal fatto che non so effettivamente se riferirmi a lui o a lei. Percepisco, infatti, nella scrittura respiri maschili e femminili. Dissimulando un po’ lo stile dei viaggiatori, porterei il riferimento al già citato Erofeev e al suo Mosca-Petuški, libro molto amato soprattutto dagli uomini che si identificano forse in lui, o vorrebbero avere la sua libertà, ma che, d’altra parte, non sapranno mai quello che prova una donna. La donna viene letteralmente sedotta da Venika, una seduzione quasi ipnotica che un uomo riuscirebbe poco a percepire. Io supponevo che il magnifico viaggio ripercorso a Petuški, quasi altrettanto seducente quanto il primo, fosse stato scritto proprio solo e unicamente dal viaggiatore Francesco. Per cui la mia sorpresa, quando scopro che è stato scritto dalla viaggiatrice Elisa, è una sorpresa meravigliosa, quasi agghiacciante che mi fa sentire meno sola.
Sedotta da Venika ancora una volta, ma compresa, finalmente, da una donna che diventa amica di sventure amorose, ricordo Marina Cvetaeva, quando scrive: “Alcuni avevano scoperto Mosca seguendo i suoi passi”.
Io non l’avevo ancora conosciuta Marina, quando ho assaporato Mosca per la prima volta, ma posso essere sicura adesso che nel momento in cui tornerò, oltre a seguire i suoi passi, seguirò indubbiamente tutti i puntini che formano il percorso, il mio percorso, che ho tracciato con i viaggiatori nel freddo.

La mia memoria ha finalmente quello che cercava.