Mauro Valentini, Cianuro a San Lorenzo

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Mauro Valentini, Cianuro a San Lorenzo. La storia di Francesca Moretti, Sovera 2015

Un fatto di cronaca, un rebus, una drammaturgia. La ricostruzione dei fatti intorno alla vicenda che viene ancora oggi ricordata come “il caso della minestrina al cianuro” diventa in Cianuro a San Lorenzo di Mauro Valentini costruzione di un’opera a più voci della quale il cronista-autore mantiene ben saldo il timone. Si badi bene: Mauro Valentini non bara, non falsa le carte, non offre sacrifici sull’altare del facile effetto, eppure riesce a incatenare chi legge alle vicende di Francesca Moretti, la giovane sociologa marchigiana morta a Roma al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni, alle 19, 35 del 22 febbraio 2000, dopo essere stata ricoverata d’urgenza per dolori lancinanti. A pranzo aveva mangiato soltanto una minestra con il formaggino, preparata da una delle ragazze che con lei divideva l’appartamento nel quartiere romano di San Lorenzo. È la minestrina la causa del decesso? E se questa è stata avvelenata, chi ha messo il veleno? E le medicine che Francesca prendeva da giorni per la lombo-sciatalgia? Di tutto questo tiene conto e dà conto Mauro Valentini, distribuendo voci e passi a una costellazione di personaggi di diverse culture e provenienze. Altra non è, questa costellazione, se non quella delle persone che, nella vita di Francesca, dalla nascita agli ultimi giorni, hanno occupato un posto di primaria o di secondaria importanza, ma che un ruolo nelle vicende di Francesca hanno svolto. Provengono da varie parti dell’Italia, questi personaggi, o da altri paesi europei, come Mirela Nistor, romena, una delle due coinquiline di Francesca,  oppure appartengono a culture percepite come molto distanti e viste con diffidenza, come Graziano Halilovic, rom, sposato, padre di cinque figli,  che  con Francesca ha una storia d’amore. Sono donne e uomini in carne e ossa, non solo personaggi, ovviamente, e ci vengono incontro, attraverso le pagine di Cianuro a San Lorenzo, con le loro deposizioni, le confidenze, i gesti riferiti, con i loro tic, le loro manie, le reticenze su alcuni aspetti e, d’altro canto,  la sovrabbondanza – quasi un fiume, se si pensa, ad esempio, alla deposizione di Antonella, amica di Francesca, al processo – di dettagli su altri aspetti. Uno dei meriti di Mauro Valentini va individuato senz’altro nella capacità di dare alle vicende narrate e alle persone coinvolte sia la veridicità della cronaca sia l’animazione drammaturgica.

Anche i luoghi, gli interni come gli esterni, assumono in Cianuro a San Lorenzo il ruolo di indicatori del contesto in cui si svolgono i fatti e, allo stesso tempo, di veri e propri personaggi. Il quartiere di San Lorenzo è, ovviamente, in primo piano, con i suoi locali, le botteghe, lo scalo ferroviario e i piloni della Tangenziale, con la sua storia ricca di eventi e l’impatto sull’immaginario collettivo, ma pagine significative vengono dedicate anche alla città natale di Francesca Moretti, Pesaro, così come a quella di Daniela Stuto, Lentini. Daniela Stuto è l’altra coinquilina di Francesca in quel tragico febbraio 2000; Daniela è la giovane donna accusata dell’omicidio di Francesca. Come e perché si sia arrivati a quell’accusa, con quali sentenze si siano conclusi i processi lo apprenderemo nel corso della lettura.

Lo studio preparatorio, le indagini sulle indagini che hanno preceduto e accompagnato la stesura di questo libro, tuttavia, permettono a chi legge di apprendere molto di più delle semplici risultanze dei due gradi di giudizio. Chi legge entra nel vivo del dibattito processuale, impara a conoscere dinamiche relazionali e caratteristiche dei singoli individui che formano la costellazione qui presentata attraverso documenti e testimonianze. Si fa strada e prende corpo, così, un’ipotesi di soluzione del caso che smentisce le vie finora prevalentemente seguite.

Una nota a parte deve essere dedicata agli approfondimenti che arricchiscono Cianuro a San Lorenzo e che offrono scorci di varia natura, dalla panoramica sull’avvelenamento al cianuro nel cinema e nella letteratura, alle indagini compiute dallo stesso Mauro Valentini tra gli artigiani del popolare quartiere romano sulla possibilità di accedere al veleno mortale, ai veri e propri ‘studi di caso’ compiuti su misteri e delitti che presentano analogie con la storia di Francesca Moretti.

© Anna Maria Curci

PROLOGO 

Roma, via dello Scalo di San Lorenzo – 22 febbraio 2000

«Francesca, la minestra è pronta!»

Daniela chiama Francesca per la seconda volta. Dalla cucina scandisce il nome a voce alta, sono giorni che sta cercando di farla uscire dal suo torpore e dalla sua stanza. E farla almeno mangiare.

«Francesca, la minestra è pronta!»

Sta male Francesca. Un dolore lancinante alla schiena, lombo-sciatalgial  dice il dottor Giuliani.

Giuliani è il medico di base della ragazza, la sta seguendo con pazienza e preoccupazione; quel martedì  mattina è in ambulatorio, ma la richiesta di aiuto gli è apparsa grave, e così è corso appena ha potuto nell’appartamento dove vive Francesca con Daniela e Mirela per visitarla ancora.

Anche la domenica precedente era corso da lei, lo aveva chiamato il sabato sera Mirela che era molto allarmata e non aveva aspettato il lunedì. Con scrupolo, anche se di domenica era andato ad assistere questa paziente che in due anni non aveva quasi mai visto e che quindi doveva aver qualcosa di grave davvero per chiamarlo in continuazione.

Queste fitte lancinanti che non le permettono neanche di fare pochi passi non lo convincono proprio, troppi giorni senza dare cenni di miglioramento anzi, sembrano aumentare. È scrupoloso e attento il dottor Giuliani, ascolta in silenzio Francesca, rimane perplesso dal racconto che lei fa del suo dolore insopportabile. Possibile che le iniezioni non gliel’abbiano almeno un po’ fatto passare?

Le aveva prescritto quella domenica il Feldene e il Muscoril in fiala, due farmaci che dovevano esser efficaci per una sciatalgia come quella, gliele aveva fatte la signora Marisa, una vicina di casa che si presta a fare le iniezioni. Aveva avuto, Marisa, la mano ferma e l’abbraccio materno e consolatorio per Francesca. Quella donna nel quartiere la conoscono un po’ tutti, gentile e sempre dedita verso chi ha bisogno. A Roma, in un quartiere popolare ed antico come San Lorenzo ancor oggi esiste questa figura rassicurante, mezza massaia e mezza infermiera, la “signora delle punture”; ce n’è una in ogni cortile.

In “Bellissima” Luchino Visconti di questa immagine popolare ne aveva tracciato, 50 anni prima, un quadro struggente e divertente al tempo stesso. La Sora Maddalena, interpretata da Anna Magnani, arrotondava il misero stipendio del marito facendo appunto le iniezioni.”Ce penso io, Spartaco, alle spese de casa. A costo de fa venì er diabbete a tutta Roma!” diceva la protagonista di quel film straordinario, girato nel 1951, proprio a pochi passi dalla casa dove adesso vivono dividendo le spese Francesca, Daniela e Mirela.

Marisa però non le faceva per soldi, lei le faceva solo per aiutare il prossimo. Ha una storia difficile alle spalle, Marisa. È volontaria della Croce Rossa da anni, da quando suo figlio, appena diciottenne, era venuto a mancare, da allora lei aveva deciso che doveva esser d’aiuto. «Devo tenere occupati tutti i momenti della mia vita, altrimenti impazzisco. E così aiuto chiunque me lo chieda.»

Aveva preso a cuore, Marisa, questa ragazza così giovane e sofferente che veniva dalle Marche.

Comunque, anche con le iniezioni il dolore non è passato, anzi…

Quella notte era trascorsa insonne, non solo per Francesca ma anche per Daniela e Mirela che si erano alternate per assisterla. E non solo quella notte, erano cinque notti di fila che Francesca non riposava. Era disperata e le ragazze la stavano sostenendo come potevano, del resto quando si vive lontano da casa, senza le famiglie vicino si finisce per sentirsi una il sostegno dell’altra. Sentirsi un po’ una famiglia.

Il dottor Giuliani decide di passare ad un’azione più drastica, corre giù in farmacia e si fa dare il Tora-dol, glielo inietta lui stesso, non si può più aspettare e questa deve esser più efficace, ma nel contempo ordina a Francesca un immediato ricovero in ospedale: «ci vuole una TAC,  con una lastra non vediamo nulla.»

Il medico compila la richiesta e raccomanda assolutamente di mangiare; l’aggressività della ketorolac trometamina, principio attivo del farmaco appena iniettato si palesa con un’accentuata tossicità gastrointestinale e se Francesca non mangia nulla, come sta facendo ormai da troppo tempo, può esser pericoloso.

Sono giorni che la ragazza non sta in piedi, dal giovedì precedente, quando Daniela aveva chiamato l’ambulanza perché la gamba non la muoveva quasi più. Al Pronto Soccorso del policlinico”Umberto I” la diagnosi era stata sempre la stessa: lombo-sciatalgia. Le avevano prescritto qualche antidolorifico per via orale e rimandata a casa. A Francesca era parso di star meglio, ma poi la situazione, ora dopo 4 giorni era, se possibile, ancor più precipitata.

«Richiamiamo l’ambulanza?» Le aveva chiesto Daniela. «Ma che ci vado a fare ancora, per farmi prescrivere le stesse medicine?» aveva quasi pigolato Francesca. «Richiama il dottor Giuliani» le aveva chiesto con un fil di voce e così Daniela aveva fatto.

«Mangia, mi raccomando» insiste il dottore andando via. Doveva assolutamente sforzarsi ed ingerire qualcosa.

«Francesca, vieni, la minestra si fredda!» Ci ha sciolto dentro anche un formaggino Daniela, qualche caloria in più per sostenerla e proteggere lo stomaco della sua amica. La minestrina con il formaggino sciolto dentro a Daniela ricorda l’infanzia, la sua difficile infanzia a casa degli zii e soprattutto al collegio.

Dalla finestra della cucina arriva il ticchettio insistente della pioggia di fine febbraio, Francesca si alza a fatica, va in cucina, guarda svogliata fuori dalla finestra. Tre piani più sotto San Lorenzo pullula di studenti che si riparano allegri sotto la pioggia. Il rumore insistente e rotativo delle auto sulla Tangenziale neanche la sfiora, ci si abitua a tutto, anche ad avere una strada sopraelevata a quattro corsie, progettata da un ingegnere giapponese in vena di follie, che passa quasi davanti alla loro finestra. Anzi, Francesca fa come un gioco con se stessa che la fa sorridere sempre ogni volta che piove, riesce a sentire le gocce di pioggia e non sente il fragore di quel mostro di cemento.

Come è lontana la sua Pesaro, la spiaggia, il mare e quella quiete che da questa prospettiva sembra di un altro continente.

Quando la signora Marisa suona alla porta per farle l’ennesima iniezione, sono ormai le 15:00.

Daniela le comunica che per quel pomeriggio non serve il suo aiuto. «Ci ha pensato il dottore.»

Marisa però vuole salutare lo stesso la ragazza e sincerarsi delle sue condizioni. Francesca dopo aver mangiato e aspettato paziente che il farmaco faccia effetto pare stia meglio, accenna anche ad un sorriso quando Marisa le chiede: «Francesca hai mangiato qualcosa?» Francesca fa cenno di sì, le sorride, sembra una zia premurosa questa signora Marisa che, indugia un po’, si guarda attorno, cerca di capire se può far qualcosa per aiutarla.

Allunga lo sguardo verso la cucina e vede una scodella in tavola, le bucce di una mela e un bicchiere semivuoto. E Daniela che lava i piatti.

«Bene, brava. Ora vedrai che starai meglio. Ci vediamo stasera. Qualsiasi cosa chiamatemi.»

 

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Mauro Valentini, scrittore e blogger romano, collabora da anni con diverse testate giornalistiche, scrivendo di cinema e di cronaca nera. Ha partecipato come relatore a numerosi convegni sulla violenza di genere. Ama il cinema d’inchiesta e la nouvelle vague francese. Il suo primo libro, 40 passi – l’omicidio di Antonella Di Veroli, è stato un piccolo caso mediatico e letterario.

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