Poesie inedite di Marco Villa

di Marco Villa

David Altmejd

David Altmejd The Swarn; Anno: 2011. La foto è stata scattata al Musée d’Art Moderne di Parigi.

*

Da piccolo sognava di inglobare le cose. Non era possibile lasciare tutti quegli oggetti fuori di sé, osservarli in una separazione irraggiungibile al suo controllo: giocattoli e emblemi, collezioni esposte all’usura, ogni volta minacciate di rompersi, ogni volta rotte, si mangiavano un pezzo della sua camminata, lo facevano sentire sempre meno riconosciuto.
Ed eccolo quindi, ogni sera: contava per prendere sonno tutti gli oggetti del suo corpo, forse presentendo (forse illudendosi) di entrare in un mondo dove, per qualche ora, sarebbero stati al sicuro. Non si sentiva mai così compiuto come quel secondo prima di non ricordarsi più.

(ma gli elenchi, che roba, dovevano essere ripetuti sempre mille volte ancora per esistere, con voce bella scandita, che dio sapesse, che non ci provasse.
E ancora: sognavo la pronuncia definitiva, non c’era niente di così ridicolo. Dopo qualche tempo ero un corpo che fumava fantasie.)

Piano piano provò a rivolgere alcune parole all’esterno, si rese conto che quelle parole gli creavano spazi, una ricchezza tolta al tempo, e agli altri, e a sé. Più metteva a fuoco i contorni del mondo circostante più giocava a una nuova sottrazione, provava la leggerezza di guardare altrove forme sue che gli erano intoccabili, intoccabili agli altri, intoccabili al tempo, da tutto nutrite.
Ora si perde di volta in volta, svanisce con ordine e confida di essere sempre più riconoscibile.

(eppure non è meno dura, così, è come se questo progressivo distacco mi permetterà alla fine di compiere l’azione più grave, quella contro il mio nemico.
E non è meno dura, così, se tutta quest’opera di sintassi non è che la distinzione impassibile del mio nemico, il detto mille volte per una sola.
Eppure non è meno dura, così, è come se fossi in questa stanza, e credo proprio ci siano certe parole che devo dire prima di poterne essere fuori, del tutto.)

*

La via per la continenza soffre contraddizioni.
Il nuovo santo, per cui lasciarsi andare, non opporre attrito al corso del mondo in sé e viceversa, significa entrare in un’inerzia immobile (sonno, abbrutimento a tutto tondo, morire fino al sonno), mostra una volontà arginante dal doppio compito: frenare, per l’appunto, una vaporizzazione verso l’autoannullamento; e creare, con un non piccolo paradosso, quelle spinte vitali che di default mancano.
Questa forza, ormai non più esauribile nella mera continenza, è qualcosa di ben mostruoso, costretta com’è a torsioni circensi e pervertite: struttura vuota per natura, si trova per la prima volta ad affrontare non un susseguirsi di esplosioni affamate, bensì una molto più sottile, sfuggente, quasi infida materia silenziosa, migliaia di torrentelli di mercurio che minacciano di farsi, più che piena, risucchio.
Il nuovo saggio avverte lo sviluppo di questa forza come semplicemente necessario, una sorta di insorgenza evolutiva che gli conceda uno strumento base per la sopravvivenza. Strumento complicato, comunque, estremamente controintuitivo al suo stesso padrone/schiavo e dal quale esige uno sforzo costante perché il suo ritmo appaia, quanto meno il più delle volte, aggiornato al mondo. Come è chiaro, le sue azioni si dividono tra scarso entusiasmo e autentico terrore.
Ne deriva un soggetto particolarmente forte, che deve essere forte perché sa di non poter cedere un solo giorno al sonno, al suo sonno odiato come si odierebbe un destino. Un uomo in seconda battuta, per cui il piacere è legge ammutinata e che nel nulla non può permettersi il lusso di vedere alcuna perfezione.
Un uomo che deve costruire un mondo solo per provare a se stesso di non essere un fantasma.

***

(Il senso comune lo confina nella più o meno irritata etichetta di “rigido”, cosa che non manca di procurargli la disperazione di chi è smascherato insieme alla soddisfazione recondita di essere riuscito a non implodere.)

*

Tutte le astensioni della sua vita
erano che ulcerano e fioriscono
quella prima e unica rinuncia,
che quella prima e unica rinuncia
rende eccessivi e dolcemente genera.

(È già quando cammina, come chi parte
con qualcosa da recuperare,
è affannato e incerto, più di incerto:
pietrificato. Ogni luogo
è una diversa possibilità di morte,
spiazzato da chiunque
risponde con l’imbarazzo
di chi deve scusarsi in una lingua non sua)
(Non manca di slanci
a seconda delle donne o del meteo
ma fedele a se stesso
– per quanto possa dire cosa significhi –
prosegue la sua opera di diversivi,
sperando che quella negazione
continua, da un’altra parte,
sia un accumulo per)
(Sogna o ha paura di coincidere con la sua parabola,
come quella di tutti: in fuga da un inizio
che non ricorda nemmeno
anche quando crollerà
vorrà solo allontanarsene, so da dove
devo sparire

mentre sente come se ogni sua astensione
non fosse che un
di quella prima e unica rinuncia)

*

Ecco, guarda, lo spettacolo totale

Le sale d’attesa con heavy rotation
pubblicitaria, il sempre più grottesco

dei Grandi,
le case al mare
dove in inverno non resta niente,
i padri loro veramente ribelli.

Il doppio delle donne che invadono
e si impongono.
I finali di David Foster Wallace,
le coperte conosciute per anni, l’idea
che “virtuale”
————–sia parola da non
meritare ormai valutazioni.

Pensare di essere più intelligenti
di ciò che prendevamo,
se ne hai uno e devi scegliere quello

se ne hai infiniti e devi sceglierli tutti,
volerlo perché mi piace.

Le prime stanche del maledettismo, l’intuizione
dell’intelligenza facile
———————che un cinismo schiudeva,
gli ammicchi di un pessimismo di lusso, e penso basta.

L’invito a subire per accumulare credito.

Volontà di potenza dispiegata
in colonne sonore autistiche e collettive,

pause e intonazione formate da anime giapponesi
e certa Hollywood dura e sofferente e witty,
la diffusa
e inconfessabile elaborazione
di un’aria disinvolta. Il tentativo

– mai riuscito davvero –

di separare sottile erotismo e pornografia.

Non tutto questo ma di più molto di più ci ha portati al punto zero del nostro stile.

*

Un sort pour eloigner les tenebres

Hanno costruito un fuoco
che teneva lontane le notti
– ma lì… eravamo in tanti
e quasi fratelli, ma il sole non si può costruire in silenzio
entrarci di più non è concesso
e lo alimentano parole un po’ folli
che tengono lontane le notti e una solitudine
brutale quando uno lo realizza, all’improvviso
cercai una solitudine meno brutale.

Tramonto. Scoprii il tempo, che non è
mutamento ma fissità, ripetizione
di fissità e . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Un grande iato del pensiero.
Bruciai la mia casa.

Quello che verrà poi… ha aggredito notti fratelli sole tempo solitudini con qualcosa di animale: eravamo sottovoce fino all’inarticolato, dispersione di un urlo estremamente volgare. Ma dentro, silenzio.
Eravamo dentro il fuoco.