Festivaletteratura: Finale #FestLet

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Sembrerebbe che quest’anno, almeno in base al colore, se io scendessi sul campo di calcio potrei soltanto ammonire. Invece nulla è cambiato rispetto al rosso-espulsione del pass precedente. Certo, ho avuto il coraggio di attaccare il laccetto non regolamentare che vi avevo promesso durante il primo post. La chiavetta che vedete, invece, apre la catena di una bici: quest’anno mi è stato dato un piccolo aiuto a realizzare il mio sogno mantovano di ubiquità. Anzi, tutt’altro che piccolo: la volantina rossa che inforco per passare il ponte dal campeggio alla città ha l’arietta dolce di una qualsiasi nonnina inglese ma in realtà è Miss Marple. All’inizio avevo una mountain bike bianca, in realtà, ma il ghiaino ha deciso altrimenti; una squadra di volontari ha provveduto a darmi un altro mezzo in (li ho cronometrati) sei minuti e tre. A questo proposito: quando sono arrivata, alla consegna della tenda mi è stato dato un materasso (vi prego: un materasso, non un tappeto). Ci sono stati ragazzi che hanno ritardato il pranzo per tenermi d’occhio un cellulare in ricarica, e volontari che si sono offerti di fotografare per me eventi troppo affollati perché io potessi entrare. La maggior parte di loro era così giovane da darmi, con mio sommo sconcerto, del lei. Lo ripeto anche quest’anno chiedendo un applauso a tutti loro, poi la chiudo qui: la Mantova del Festivaletteratura non è solo il luogo in cui strade e piazze e chiese e cortili offrono ogni scelta di eventi di grande spessore, ma un laboratorio di complicità, dove si gode del dovere civico di mettersi a disposizione e lasciarsi semplificare la vita. (Per non parlare della festa di chiusura dei volontari, di cui non posto fotografie del risotto alla mantovana per non suscitare invidie.)
Ieri pomeriggio, quindi, Festivaletteratura ha offerto i suoi ultimi grandi eventi in attesa del ventennale dell’anno prossimo. Io e la mia Miss Marple siamo state ubique prima tra Javier Cercas e Richard Ford, poi tra Luca Scarlini e il premio Nobel Mario Vargas Llosa. Il primo ha parlato dei “romanzi dal punto cieco”, scritture che – come Don Chisciotte, MobyDick, Il Processo – si guardano bene dal risolversi completamente e lasciano una crepa che ridefinisce e interroga i grandi temi dell’uomo: Bene e Male, innocenza e colpa, sanità e follia. Sembrerebbe ambizioso tendere a tanto, ma Richard Ford dal canto suo ha chiarito: “Il dovere dello scrittore è sedersi alla scrivania e cercare di scrivere un capolavoro”. Luca Scarlini ha invece narrato le vite di Amelia Rosselli e dell’omonima nonna, nata Pincherle; non potevo mancare, anche quest’anno il Festival mi sembra cucito addosso perché, spiego a Miss Marple mentre la faccio correre sui sampietrini, su Amelia Pincherle ho scritto una monografia qualche anno fa, quindi si corra ad ascoltare qualcuno raccontare la sua storia, mostrare le sue fotografie. Poi, povera Miss Marple, facciamo in tempo soltanto a vedere Vargas Llosa dritto e signorile chiudere, con le sue firme, il FestLet. Dopo, la festa. E dopo ancora, gloriosa per essersi trattenuta per cinque giorni, la pioggia, a scrosci e raffiche, tutta la notte.
Stamattina siamo usciti dalle nostre tende un po’ sbilenchi. Speravamo non piovesse, anche se devo ringraziare il ticchettio sulla tenda per avermi regalato un’emozione tutta nuova. E ora che ci penso dovrei ringraziare anche la ragazza che mi ha fatto strada in bici la prima notte, a bordo di Miss Marple, mentre il lago costeggiava le mura del Palazzo Ducale e io avevo paura di non vedere il fosso. E la pasticciera che mi ha elencato tutti gli allergeni (e vi assicuro che con me è una guerra) di ogni singolo dolcetto della sua vetrina. E lo sconosciuto che non è andato via con la mia felpa dimenticata sulla sua vespa ma l’ha lasciata in bella vista perché la ritrovassi. E la signora che mi ha ceduto la corsia in bici dicendo che io lavoravo per Mantova. E chi ha inventato i fiocchi fritti di zucca. E gli undici redattori di PoetarumSilva che da scrivanie in varie parti d’Italia hanno letto in anteprima i miei appunti facendo di questo lavoro un gioco di squadra. E chi non poteva cambiarmi cinquanta euro in spiccioli per rifornirmi di caffeina al distributore però mi ha preso il caffè.

Grazie, #FestLet.

© Giovanna Amato

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