Salvatore Migliaccio – Verso le Calabrie

@giacomo-casabianca-luglio-2011

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Verso le Calabrie.

 

“Fatti e personaggi citati sono reali”

 

Viaggio al termine della notte, viaggio all’inferno, viaggio senza destinazione, potrei continuare con altre definizioni relative al viaggio che stiamo per intraprendere, ed è fondamentale sapere sin dall’inizio: il lento spostamento che state per compiere vi potrà irritare il fegato ed insieme farvi spalancare la bocca dalle risate. Due rapidi consigli, reggetevi forte agli appositi sostegni e non parlate al conducente, che forse neanche esiste!

Scendo dal treno regionale giunto da Roma in perfetto orario a Napoli Centrale, e come una immensa calamita il caos organizzato di Piazza Garibaldi mi attira a sé. Le suole della mie scarpe più e più volte hanno conosciuto questi marciapiedi, ma il mio stupore, nell’assistere a scene surreali che qui trovano il loro palcoscenico naturale, è simile alla prima volta in cui vi ho messo piede. Su tale palcoscenico, uomini, donne e bambini di mondi lontani e vicini, si riuniscono e combattono per la vita, seguendo regole fluide che essi stessi creano la mattina e disfano al tramonto.

I raggi di Agosto, perpendicolari alla mia testa, trasformano la piazza e tutto ciò che in essa si muove in una mare dei tropici, con venti caldi, attraversarlo costerà un piccolo sacrificio, che farà si  appiccicare il sudore ai nostri vestiti, ma la soddisfazione avrà il giusto peso. Sto per mangiare la migliore sfogliatella di Napoli, segnatevi questo nome, A t t a n a s i o, potete sceglierla riccia o frolla, io vado pazzo per la frolla calda, appena uscita dal forno.

L’interno del locale è molto semplice, per come è fatto emana un senso di freschezza ed igiene, concetto lontano dal poter essere applicato nei vicoli circostanti. Prevale il bianco delle mattonelle che rivestono le pareti, il marmo chiaro posto sui banconi, e poi ci sono i forni, uno spento, posto dietro alla cassa, dove sono sistemati in alcune teglie i capolavori da gustare, ma è meglio mangiarla fuori, nel vicolo.

Il concetto di vicolo corrisponde al concetto di mercato, di scambio tra merci di qualsiasi genere; nei fiumi di strade che sfociano nel mare della piazza proliferano negozi dove si vende di tutto: orologi di ogni tipo, marca, colore, prezzo, pile di cd vergini da masterizzare, cd falsi già masterizzati, telefonini, macellerie, kebab, tv al plasma, griglie per piccole e per grandi braciate, lettori dvd, lettori mp3 con tecnologia cinese ed occidentale, sveglie, cacciaviti, trapani, cianfrusaglie del Nord Africa, cinture, cappelli, magliette con scritte in napoletano.

 L’edicola che da sempre –  ovvero dal giorno del suo arrivo a Napoli, ma certamente anche da qualche giorno prima della sua venuta (non è Dio ma quasi!), perché qui i prodotti nuovi arrivano in anticipo rispetto ad altre città –  vende e continuerà a vendere la maglia azzurra del Napoli con dietro le spalle il numero 10, ed il nome è inutile scriverlo! Dimenticatevi la distinzione tra vero e falso, categorie non applicabili in questo affollato angolo di mondo. E mentre, con estrema lentezza gusto la sfogliatella perché il piacere di mangiarla deve prolungarsi il maggior tempo possibile,  ascolto dal primo piano di un palazzo circostante le calde ondate di musica africana, dal secondo le fredde folate di musica balcanica, dal terzo le zuccherose poesie neomelodiche napoletane, e dal loro incontro nasce la musica universale, che unisce, purtroppo solo nell’aria, i popoli del mondo.

È ora di ritornare alla stazione dove il treno per le Calabrie è quasi in partenza. Riesco a trovare posto, anche se le carrozze sembrano un po’ poche rispetto al numero di persone che di minuto in minuto salgono in carrozza, ed infatti man mano che si avvicina l’orario di partenza il treno si riempie, ormai parecchi sono in piedi, nei corridoi e tra gli spazi tra le carrozze. Chissà se anche qui da noi, Napoli – Sud – Italia, un giorno si vedranno quelle scene tipiche dell’India, di gente che pende con l’intero corpo fuori dal treno o addirittura sul tetto dello stesso!!

 Il fatto che tutti i finestrini siano abbassati lascia presupporre che l’aria condizionata non è di serie su questo treno diretto chissà dove.

Di fronte al mio sediolino si piazza una anziana signora, molto spaesata, contenta di sedere in mezzo a ragazzi, mostra il suo biglietto e capiamo che ha sbagliato treno, questo è un maledetto regionale, mentre lei doveva – doveva perché ormai è partito – prendere un intercity. Il tempo passa e siamo ancora immobili sul binario 23, nel vagone la gente si moltiplica e gli spazi si sottraggono, gli ultimi tre posti liberi vengono occupati da una famiglia: il papà-bambino, la mamma-lascia fare, ed il bambino-papà.

Nessun altoparlante avvisa del ritardo che aumenta proporzionalmente al numero di passeggeri, così come nessuna voce ci dice che il treno comincia a muoversi verso le Calabrie. Durante tale movimento in avanti, il papà-bambino è sceso dal treno per comprare ‘e patane e a coca-cola al bambino-papà, e mentre il treno si muove la mamma-lascia fare ha lo sguardo perso nel vuoto, riesce solo a dire “ma stamm partenn??? Ma addò sta chill? Amma scenner a prossima  fermata!!”, il bambino, con il silenzio assenso della mamma, sale con i piedi sul sediolino, fa leva con le mani sul finestrino abbassato e sporge la grande testa rasata fuori dal vagone, e guardando verso la stazione che si allontana urla “Addò sta papà?? Nun o vec!!Papà ma si tutt strunz!!”.

Il treno frena di colpo, ciò provoca uno spostamento in avanti dei nostri corpi, invece il treno come per magia si sposta all’indietro per ritornare al punto di partenza, è stata una semplice manovra, fatta per far passare la locomotiva funzionante, posta in coda, davanti al treno.

Il papà-bambino pelato anche lui, montatura nera sul naso schiacciato e camicia con fiori hawaiani, risale a bordo e racconta di aver esultato mentre il treno si allontanava, felice di togliersi dai piedi la moglie ed il figlio, quest’ultimo continua ad insultarlo “papà si nu strunz’, o pullman parte e tu nun saglie??”, e dando pugni all’aria lo rimprovera anche, la giovane mamma-lascia fare seduta al suo posto, rivolta al figlio gli fa “nun è nu pullman a mammà, stamm int a nu tren!!”.

Siamo ormai con 45 minuti di ritardo e la partenza va assumendo un significato diverso rispetto a quello che ha in altre stazioni di Italia, e l’altoparlante continua a tacere, tanto mica siamo passeggeri uguali a quelli di altre stazioni della penisola!

Ora a sporgersi dal finestrino, senza poggiare i piedi sul sedile, è il papà-bambino che urla come un ossesso contro i ferrovieri e le ferrovie, le sue “maleparole” sono raffiche di kalashnikov che però non colpiscono nessuno, infatti l’altoparlante continua a tacere, nessun avviso che comunichi qualcosa, nessun uomo vestito di verde all’orizzonte.

E quando dalla carrozza partono gli applausi e i “brav brav”, il papà-bambino con le sue parole questa volta, a differenza della raffica di prima, centra in pieno il bersaglio “ O guaio e Napoli sit’ vuie, che sit’ brave sulamente a parlà, nisciun ca se move, ca fa caccosa co ‘ccos!! Nun song io ca m’aggia piglià scuorn’ pecchè sto alluccanne, ma site vui ca ve state zitt ca vavita piglia scuorn!!!Ogni stagion stu tren,  ca o pigli a 20 anni  è sempe o stess, nun cagne mai!!!”.

Riesco a calmarlo, gli dico se mi accompagna dal macchinista, che sembra l’unico ferroviere presente sul treno, ma già mi dice che è inutile andare a chiedergli qualcosa, tanto non ci darà nessuna risposta, e camminando sulla banchina verso la locomotiva che il papà-bambino di punto in bianco, alza un carrello adoperato per mettere su le valigie, e lo scaglia con violenza contro il treno, un secondo dopo tale gesto le porte del treno si chiudono, riusciamo ad entrare in un vagone prima che le porte si chiudano definitivamente!! Che bello si parte allora!! Illusione, il macchinista spaventato dal lancio del carrello, ha fatto una finta, ha voluto farci credere che il treno stesse per partire, invece un’altra presa in giro!!

Raggiungiamo il macchinista che alle nostre lamentele non risponde, dice che il semaforo è rosso e lui non può partire, a tale affermazione torniamo indietro e il papà-bambino mi fa “t aggi ditt che era inutile a ghi addu chist a domandà!!” ed in effetti ha ragione.

Un’ora perfetta di ritardo, almeno c’è il tramonto che con la sua luce inonda di rosa le pendici del Vesuvio, che si intravede tra i pali della corrente elettrica e dei treni in transito. Nella mia terra c’è questo elemento che appare sempre, puoi essere nella situazione più schifosa del mondo, ma d’incanto la bellezza appare, ti viene in soccorso, e la rabbia per le ingiustizie subite si placa, sostituita da un brezza armoniosa che spinge via l’odio che cresce dentro le nostre anime.

Il rumore delle porte che si chiudono anticipa la partenza, che qualche istante dopo si concretizza, ma siamo stanchi come se il viaggio fosse cominciato da diversi giorni. Ad ogni stazione c’è il timore che il treno si fermi e non riparta più, la notte scende silenziosa,  il mare ci fa compagnia e i suoi spruzzi ci bagnano le dita della mano destra nel tratto di ferrovia che va da Portici a Pompei passando per Ercolano e Torre del Greco, poi a Nocera ci lascia da soli, e quando giungiamo nella stazione di Salerno la carrozza “esplode” –  il Napoli stasera è in Albania, non per gestire traffici illeciti, ma per la partita di Intertoto – al goal di Pià una banda di ragazzini diretti a Scalea grida e sbraita e c’è chi comincia a bere vino oppure birra.

Il bambino-adulto non riesce a star fermo e a non parlare, “papà ma hai ditt che erama fà sulo tre fermate!! Ma addò stà stu mare??”, è come a nu strummolo che non ha bisogno della cordicella per essere ricaricato, e gira gira senza fermarsi mai, e girando continua a mangiare tutto ciò che la mamma gli passa tra le grandi mani. Ha voglia di fare a botte, sguardo da pugile, sempre con i pugni chiusi pronti a colpire i palmi delle mie mani e quando, per brevi attimi, riesco a farlo parlare, avvicinandosi al mio orecchio mi chiede con voce bassa “ ma esiston ‘e mariuoli?? E o cavall cu chelli corna n capa??”.

Riesco anche a domandargli cosa gli piace mangiare e con convinzione risponde “past e patane, maccarun cu a sarza”, e mentre lo dice mi passano davanti agli occhi tutti i bambini di Napoli e di me stesso quando ero bambino, che crescono in bilico tra felicità e mille difficoltà. C’è chi si perde tra queste, perché non ha reti di protezione, cavi di acciaio che li tengano su, e la loro caduta non ha fine, se non con la morte, quando sono poco più che adulti; altri più fortunati che  riescono a crescere, trasformando tali difficoltà in punti di forza, gli ostacoli lasciati alle spalle fanno si che i nuovi ostacoli che si incontreranno saranno superati ad occhi chiusi.

 Mentre mi parla continua a toccarsi in mezzo alle gambe, e allora gli chiedo se deve andare in bagno a fare pipì, ma sempre con decisione e con grande schiettezza mi risponde “tengo a mutanda tutta azzeccat!!!!”, “gooolll” urla la banda di ragazzi, il Napoli ha raddoppiato in Albania, ed oltre all’alcool, nel vagone cominciano ad alzarsi nuvole di fumo!

Il ritardo si mantiene costante, sull’ora e 30 minuti, ma finalmente siamo a Praia e il treno comincia a svuotarsi, dalle porte che si aprono scendono bande di ragazzi che come fiumi in piena  travolgono tutto, addirittura a Scalea, nel preciso momento in cui il treno si ferma, il cielo si illumina dei fuochi di artificio, sicuramente sarà una accoglienza festosa per l’arrivo di qualche importante personaggio!!!

A Scalea ci salutiamo con il bambino-adulto che sceso dal treno ci mostra il dito medio, mentre il padre sorride e ci augura una buona vacanza, e finalmente il treno fischia e giunge alla stazione di Diamante-Buonvicino, capolinea del viaggio-avventura verso le Calabrie.

©Salvatore Migliaccio