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Un estratto da “L’abitante” – di Domenico Lombardini

di Domenico Lombardini

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Paolo Traverso, sezione_1, L’impostore

Qualcosa come abitare sarebbe essere

–
per questo non si è, se non intermittenti
epifanie di coscienza costeggiando
quel nulla da cui siamo avvinti e repulsi;

per questo non si è, se non esseri desideranti
e disperanti lungo rive di abisso,
disperando e sospirando di piombarvi;

per questo non si è, se non abitanti
graditi e bistrattati
di una casa familiare e straniera.

 

Allora è come se io stessi non dico dinanzi alla mia casa,
ma dinanzi a me stesso mentre dormo,
è come se avessi la fortuna di poter dormire
profondamente e al tempo stesso
osservarmi scrupolosamente.

 

Nevrosi della casa

–
tutto è stato fatto
per entrare in una casa. per poi
allontanarsi dopo, rinfacciandole
dolori e sconfitte.
fossili dovremmo essere, sentirsi
giusti tra quattro mura per apparire
confortevolmente qualcuno.
di questo si è abitati, dall’idea
di un individuo,
dal fascino di un’individualità giusta,
ancorata a una realtà, a una promessa.

Femminilità

–
avere un’anima e non saperlo,
e desiderare un corpo senza.
e quel corpo si vuole curare,
confrontando il tuo e quello
con una mano sul ventre di lui
e saggiando delle fibre
resistenza e arrendevolezza.
accorgersi dell’incommensurabilità
tra il suo e il tuo amore,
di quella separatezza.
e un dolore ti sorprende
e il piacere fa lo stesso:
mentre lui non c’è,
tu ci sei, e l’osservi
sbigottita amare un corpo.

*

–
il pulviscolo allineato sulla riga di luce
filtrata dalla finestra socchiusa.
minutissime le particelle,
la stessa sostanza dell’aria
che la gloria del sole mostra, come un’epifania.
è un continuo albeggiare,
essere una di quelle particelle
il cui piccolo contributo di luce
rende conto del riverbero di tutte:
una luce dentro la Luce.
è come stare fuori e dentro,
essere particella ed energia:
riempirsi, sgravarsi,
annichilirsi, sovrabbondare di vita…
è un movimento in cui tutto si perde
e tutto rimane salvo e intatto
nella mano che si colma
vuotandosi. coincidenza amorosa degli opposti:
l’unicità signoreggia
e, sovrana e imperiale, il tempo trascende.

*

–
tradirsi,
consegnarsi all’altrove,
all’indisponibile, all’inassumibile,
disarmati,
perché orfani di una presenza,
eredi di una mancanza
che ci spiazza,
dislocandoci in un altrove
in cui mai abiteremo.

–

–

dalla Prefazione di Federico Federici
–
“Non si può dunque scindere l’abitante dal luogo dell’abitare, anzi l’essere abitati «[…] dall’idea/ di un individuo» diviene al contempo un essere tout court («Maestro, dove abiti?», Giovanni 1, 38-39). Questo luogo, che all’inizio appare solo spazio conquistato e rifinito a piacimento accumulando oggetti, è via via manipolato, interiorizzato, sino a diventare molto più di un’espressione di se stessi, ma quasi un’identificazione, la sola esperienza “vera” che si fa di sé.
La dialettica dentro-fuori presuppone una demarcazione, una parete, una pelle, una superficie sensoriale crivellata di canali, cunicoli, fessure, finestre, attraverso cui transitano luce e materia che informano le parti, ben sapendo che «[…] si cerca dove non/ c’è, nella certezza di non/ trovare […]». L’ulteriore denotazione di un dentro/qui allontana il fuori/là, accentuando un senso di solitudine nell’identità, nell’io quale punto indivisibile.”

Domenico Lombardini, L’abitante, in uscita per Italic PeQuod

Una replica a “Un estratto da “L’abitante” – di Domenico Lombardini”