Lo sguardo delle donne de-scrive le Marche – per una lettura dell’antologia “Femminile plurale”

di Marco Di Pasquale

femminile plurale

Quando si parla di un’opera letteraria che sfugge alle solite categorie sembra fuor di luogo iniziare introducendo uno dei più vieti luoghi comuni, ma è un fatto acclarato che le Marche sono contemporaneamente una ed innumerevoli regioni, intrecciate come una trama tessuta da un pettine di colline digradanti verso il lago-mare Adriatico che a noi, suoi abitanti, fa da consolante confine e rampa di lancio verso il futuro. In questa variabilità di paesaggi e di contesti, chi vi abita finisce per assumere caratteri diversi e acquisire molteplici prospettive, come innumerevoli e disparati sono gli sguardi e le sensibilità che la poeta e studiosa di letteratura marchigiana Cristina Babino, ha voluto raccogliere nel volume antologico Femminile plurale – Le donne scrivono le Marche, uscito sette mesi fa per la casa editrice maceratese Vydia, riunendo in queste pagine diciassette voci di donne che vivono e riflettono quotidianamente sui simboli, i caratteri e su un’ipotetica comunità antropologica, sociologica e culturale di questa terra.

Nella complessa costruzione di questo mosaico della scrittura femminile – e non “al femminile”, rifiutando ogni categorizzazione di genere per affermarne solamente la maternità autoriale – la curatrice ha voluto confrontarsi con donne che conducono quotidianamente la loro esperienza di “residenza” 1 nella regione e che la leggono tanti modi diversi, quanti sono i profili biografici, professionali e letterari. Ovviamente in questa rassegna di punti di vista è stato possibile ravvisare non una linea ideologica e gnoseologica comune, ma di certo «l’affermazione di un posizionamento»2 storico e sociale, del riconoscimento di una cifra interpretativa nei confronti di un mondo da sempre declinato al maschile, tentando con questa visione una relazione, alternativa, conflittuale, ma anche integrativa e conclusiva. Al fine di donare organicità alla totale libertà di tematiche lasciata alle contributrici, Babino suddivide in quattro sezioni l’antologia, dando ad esse i nomi di quattro figure mitologiche femminili (Sibille, Sirene, Pleiadi e Chimere) che potessero rappresentare quattro dimensioni, quattro approcci analitici al mondo marchigiano.

La prima sezione, che deve la sua denominazione al simbolo per antonomasia della visione espressa attraverso l’affabulazione, è inaugurata da Dentro un orizzonte di colline e altre prose di Franca Mancinelli, che descrive, in una lunga passeggiata per Fano e zone collinari limitrofe, un percorso di riappropriazione, tramite il ricordo e la reinterpretazione, di luoghi che riaffiorano alla mente acquisendo una familiarità e «una strana grazia»3 pacificante finora rimaste ignote. L’osservazione affettuosa e al contempo impetuosa è invece il tratto precipuo della narrazione, caratterizzata da una lingua sfarzosa, laccata, folgorata da sinestesie continue, di Maria Angela Bedini, una spericolata corsa a volo d’uccello su Ancona ma anche sulla dimensione quotidianamente vissuta dagli anconetani tra pietra e acqua che racchiudono, circondano e difendono la città. Garden Party di Lucia Tancredi ci offre poi tre «micro-racconti di giardino»4, tre ritratti di donne del passato, fuori dagli schemi e intimamente libere, che custodiscono con geloso affetto quel legame oscuro, di orto botanico invernale, tra natura e femminilità. Nel territorio maceratese si dipana invece il ricordo storico del lager di Sforzacosta di cui Caterina Morgantini riscopre l’esistenza, tra 1943 e 1945, cercando di scavare tra i pochi resti ancora in loco e restituendoci un acuto ritratto di provincia in un momento cruciale della storia mondiale. Tutt’altro tenore di delicatezza si respira nel brano di Maria Grazia Majorino, che si avventura tra gli anfratti dei ricordi di una storia d’amore la cui strada si è persa tra le asperità della baia di Portonovo, alla ricerca del luogo, la casa delle iris del titolo, in cui la femminilità adolescenziale si faceva mistero compiuto e preziosa presa di coscienza. Conclude il primo segmento del libro la carica viscerale di denuncia contenuta in ci vogliono solo dieci minuti di Alessandra Carnaroli, dedicato alla violenza di genere: la scrittura ibrida mastica con rabbia linguistica il racconto di una mattina a cercare di difendere la propria condizione di “violata” dall’indifferenza, se non maliziosa accondiscendenza, di due donne, la madre ed una sua amica, che hanno accettato altri modelli, in altri tempi, oggi riproposti senza pietà.

Le Sirene cui è dedicata la seconda parte dell’antologia hanno una duplice valenza, di attrazione verso la bellezza ma anche di allarme e richiamo sulle problematiche femminili. Il primo caso è rappresentato dal brano scritto da Anuska Pambianchi, che descrive le motivazioni fondanti il progetto del Distretto Culturale Evoluto del Montefeltro, facendoci toccare con mano l’orgoglio per una pianificazione tesa a valorizzare la sapienza delle alte Marche verso un futuro più consapevole e sostenibile. Invece l’indignazione si fa palpabile negli altri due testi: prima nell’appassionata requisitoria civile di Cristina Babino, dedicata a “Violata”, la discussissima statua anconetana dedicata inopinatamente alle donne che subiscono violenza, ma che è riuscita solo nell’intento di sollevare proteste da ogni direzione; e poi in Sbarcare il lunario di Natalia Paci che, nella compilazione di un puzzle esistenziale fatto dei materiali più disparati (codici legali, sms, articoli giornalistici) trova la misura dell’autobografia senza schermo, traendone una dolente riflessione sul ruolo contemporaneo della donna e su come poter cucire insieme la molteplicità delle pulsioni emotive, professionali e ideologiche, in un contesto confuso e precario come quello del lavoro.

Alle Pleiadi, chiave d’orientamento dei naviganti, e quindi agli astri riconosciuti nel firmamento letterario marchigiano, è dedicata la terza sezione di Femminile plurale, con tre saggi: il primo, memorialistico, in cui Luana Trapè s’incontra e si confronta con l’amico Luigi Di Ruscio, con la sua eccentrica posizione nell’ambito della poesia marchigiana e nazionale, con la sua burbera timidezza e l’acuta nostalgia di un paesaggio che non appartiene più al presente e si staglia invece per sempre nella memoria. A questo brano segue la disamina puntuale in cui Eleonora Tamburrini ci introduce alle doti di modellatrice della marca maceratese di Dolores Prato, che dispone la rappresentazione in un sinuoso succedersi di parole-quadro ad incorniciare oggetti fatti di voce, una voce che veste persone e luoghi, scorci e momenti dell’infanzia trascorsi a Treia. In Scataglini legge “Tre circostanze” invece Elena Frontaloni ripercorre invece l’idea della morte nei versi del poeta dorico, scandagliata con strumenti umani che appartengono ad una quotidianità dimessa, rappresentandola come un muro che si oppone alla curiosità di conoscere la vita fino all’ultimo soffio, fino a quel «taio tra luce e scuro»5.

L’ultima parte del libro, intitolata alle Chimere, ci sospinge verso l’esperienza del tutto individuale dell’immaginario artistico marchigiano, offrendocene un’interpretazione completamente personale delle cinque autrici qui radunate. Nel primo brano Renata Morresi si rappresenta impegnata in un pedinamento coatto dell’errabondo cinquecentesco Lorenzo Lotto, analizzandone da vicino le opere disseminate per le Marche, e prende spunto da questa ricerca per un autoinerrogatorio inesausto che innerva il quotidiano, tra minestre, conti correnti, mappe di Google e uliveti, provando ad analizzare quello scarto tra noi e l’artista che ci lascia in fondo la libertà di essere noi stessi. Proseguendo incontriamo Carlo Crivelli, solenne protagonista nel testo in cui Enrica Loggi compara lo scenario naturale del Piceno alla percettività del pittore veneto ivi trapiantato, e s’immerge in un pellegrinaggio alla scoperta delle donne crivellesche, assorte in una sapienza millenaria illuminata da un innato pudore che emana tuttavia una sensualità arcana e affascinante. Nanny, moglie devotissima di Osvaldo Licini, è invece la protagonista dello scritto di Daniela Simoni che rilegge le pagine del diario della donna e ripercorre così i tanti momenti particolari di una vita di coppia vissuta in modo simbiotico, consegnandoci il ritratto di una consorte docile ma al tempo stesso pilastro incrollabile per il grande Errante Erotico Eretico. Nel quarto racconto, significativamente intitolato Operetta morale. Dialogo di un attore di teatro e di un passeggere, Allì Caracciolo ci presenta due personaggi dalle ascendenze leopardiane, impegnati in un dibattito sul tema dei numerosi teatri marchigiani, ma soprattutto su quello del Teatro come entità pulsante e vitale che si sostanzia dei luoghi e delle persone che lo costituiscono.

Questa esplorazione di Femminile plurale si conclude con il testo consuntivo di Maria Lenti che, con occhio commosso e rinfrancato, si volge al nostro solido passato artistico, partendo dal Martirio di San Sebastiano del Barocci nel Duomo di Urbino, e slanciandosi per un volo sulle colline dell’arte, raccontando con passione come ogni angolo di paesaggio, ogni nome preso a caso nella carta geografica «si distinguerà per un museo, un’opera, una stamperia d’arte, una editrice non solo ferma al locale, un laboratorio scritturale e pittorico fuori dalla serialità, un rilievo dalle produzioni più correnti, un labor limae»6. Da questo testo, come da tutti gli altri, si ottiene in conclusione la sensazione precisa di una marchigianità sfaccettata ma coerente, in un progetto di laboriosità diffusa che le diciassette scrittrici riunite in questa avventura letteraria hanno descritto con lucidità e fervore rivendicando fermamente il loro fondamentale ruolo in questa amata terra di Marca.

1 Scataglini teorizza una forma residenziale dell’esperienza intellettuale, vissuta come immersione in una dimensione quotidiana dei luoghi e dei gesti che «finiscono per costituire l’essenza identitaria di chi la vive, anche nel momento in cui ci si allontana» (C. Babino, Introduzione, in Femminile plurale, Macerata, Vydia, 2014, pag. 16).

2 Ibidem, pag. 23.

3 Ibidem, pag. 54.

4 Così li classifica Babino nell’introduzione (ibidem, pag. 24).

5 F. Scataglini, Tre circostanze, cit. ibidem, pag. 237).

6 Ibidem, pag. 315.

One comment

I commenti sono chiusi.