Su “Mappe del genere umano” di Flavio Santi

di Emiliano Zappalà

Mappe del genere umano

Postmoderno. La prima parola che sale alla gola una volta finito questo libro. Inevitabilmente. Scappa prima di avere il tempo di inghiottirla indietro. Perché essendo questa parola scomoda, abusata, spigolosa, l’istinto è sempre di scacciarla via, come una mosca. Se avessi l’occasione di essere banale direi che Mappe del genere umano è una “raccolta dai tratti splendidamente postmoderni”. Ma correrei il rischio di far infuriare i redattori, sconcertare i lettori e forse anche di infastidire l’autore. Per spiegare le mie eventuali ragioni mi occorrerebbe un tempo che qui non ho. E quindi mastico, deglutisco e caccio giù.
Potrei allora dire che la scelta di reprimere l’impulso potrebbe comunque risultare azzeccata, perché la poesia di Flavio Santi è di difficile classificazione, troppo originale e fuori dagli schemi – figuriamoci poi se le appioppiamo un termine così ambiguo e sfumato, difficile da gestire e metabolizzare. Ma anche questo sarebbe un attacco banale e un po’ scontato.
Non mi resta dunque che tentare la via di un inizio sobrio e semplice. Mappe del genere umano è una raccolta di Flavio Santi, pubblicata da Scheiwiller nel 2012. Dopo il grande e meritato successo di Aspetta primavera Lucky, romanzo edito da Socrates nel 2011 e, quello stesso anno, candidato allo Strega (ma non è certo questo a segnarne il valore). Come lo stesso autore ci confida nelle “Note”, la raccolta accorpa le due plaquettes Viticci e Il ragazzo X, rispettivamente del 1998 e del 2004, con alcuni accorgimenti, aggiustamenti, aggiunte, ritocchi. Ne viene fuori una sorta di “racconto in versi” (e qui davvero le virgolette sono d’obbligo”) che, da un lato, segue e narra le vicende di un clone di Giacomo Leopardi, riprodotto in laboratorio e impiantato nel nostro secolo e, dall’altro, rappresenta e dipinge la nostra martoriata, incomprensibile, eclettica, altalenante epoca, il disagio di un’intera generazione di giovani d’oggi, «di solito abbastanza colti, curiosi, ma allo stesso tempo incerti, destinati a lunghi precariati lavorativi ed emotivi, a cui nessuna partita IVA delle finanze e del cuore può portare rimedio.»
Il titolo stesso è quindi sintomatico. Il termine “mappa”, ce lo dice già Emanuele Trevi nella sua prefazione, nasconde una profonda ambiguità; sta tra la cartografia e la genetica, mette insieme l’Io (un Io sempre altro da sé, che è artificio e ricostruzione) e il Mondo, anche questo duplice e riprodotto. Una raccolta dunque di esperimenti: letterari, linguistici, tematici, scientifici. Non è un caso che, in esergo alla prima sezione – Il ragazzo X –, stiano una di fronte all’altra una citazione di Leopardi («Insomma è un pezzo che mi sono avveduto ch’io sono disgraziatissimo in tutto e per tutto») e una di Michael Crichton («”Senta” disse Gordon, “l’aspetto essenziale della tecnologia quantistica consiste nella capacità di sovrapporre gli universi”»). Letteratura e scienza (o meglio fantascienza), sentimenti, passioni umane e progresso tecnologico; l’intimismo, la sofferenza, lo sforzo di rimanere al mondo e la potenza dirompente del progresso, che manipola le cose e la realtà, che ha ormai trasformato il pianeta e lo ha scisso in una serie di entità parallele e in qualche modo complementari. Forza endocentrica ed esocentrica, tensione verso l’interno e verso l’esterno (Io sono tutti voi/ il presente, il passato, e il futuro./ Nato da uno spiffero temporale,/ nato a carnevale, a natale,/ nato ovunque e da chiunque,/ io sono tutti voi).
Da un punto di vista strettamente narrativo tutto il libro (o meglio una buona parte di esso) potrebbe essere letto come un grande divertissement, un gioco dell’autore che immagina un Leopardi moderno e ne mette in scena le gesta, ma soprattutto le reazioni di fronte alla nostra società, così diversa da quella di inizio Ottocento e che però manifesta le stesse ombre, le stesse spaccature, gli stessi dissidi (O patria mia, vedo le antenne/ e i padelloni e le pay-tv e i simulacri/ ma non vedo più la faccia tua). Ma è anche, proprio per questo, un ritratto pungente del mondo e dell’epoca in cui viviamo, che nasconde un monito e un avvertimento, una critica, sottile e ironica, quanto severa (il verde è sempre il verde/ mercé la merce alquanto merdosa/ eccoci a far la spesa al Mercatone,/ riserve su riserve, scatolette, pacchi, zucchero e sale, beni di prima necessità,/ carrelli e scivoli, bandiere e bambini,/ impronte sul pavimento, fango e acqua,/ porte scorrevoli, fotocellule,/ liste di voluttà e ansia).
Una critica nascosta però solo fino a un certo punto; il libro si apre infatti con la celeberrima citazione dal canto ventiseiesimo della Divina Commedia «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» (seppur in traduzione francese). Ancora una volta un esergo che ci prepara e ci avverte. L’escamotage della clonazione è quindi solo un pretesto (o anche un pretesto) per estraniarsi, guardare dall’alto, allontanare l’impulso a esprimere un giudizio; un modo per prendere le distanze, mettere aria tra se stesso e le cose. Per usare una prima persona che però è già terza, parola consegnata e affidata ad altri. Perché questo è un libro pieno di interrogativi. E le domande che vengono fuori sono enormi, impossibili, ma poste sempre con il sorriso in bocca, con l’aria beffarda di chi sa di non volere risposte, né soluzioni (Adesso posso dirlo, con calma:/ ho sprecato i miei talenti,/ con grande serenità però/ e quindi non me ne pento, come chi sa già/ in partenza di fare la cosa sbagliata).
Il risultato sono tre sezioni – Ragazzo X; La clonazione altrui; Batteri (un’altra vita è possibile?) – che formano un assurdo e incompleto processo di formazione su tre livelli (del personaggio, di chi scrive e di chi legge). Un processo compiuto nella sua incompletezza. Non può così che essere una poesia anomala e atipica, lontana dalla tradizione e dagli epigonismi, personale e brillante come tutta l’opera di Flavio Santi, che anche qui, racconta e descrive, utilizzando però il verso e l’a capo. Poesia che rimane poesia pur essendo in realtà altro, pur guardando in altre direzioni. Piena di trovate esaltanti, di accostamenti improvvisi e sorprendenti, come di immagini potenti e bellissime, di fulmini, che squarciano il verso (Improvviso/ scatta un coltello a/ togliermi il cuore./ Il sangue trascolora/ in nebbioline, è siero/ non epica, non ce la/ permettiamo quella). Una poesia che pesca da tutti i linguaggi ai quali può attingere, che prende in prestito da tutti i registri. Che mette insieme parola poetica e gergo colloquiale e quotidiano, li pone a confronto, li scaglia l’uno contro l’altro e lascia che le scintille generino il fuoco (Se non sono le seghe, è la morte, appunto).
Così Santi racconta una storia che è la nostra storia, di eterni Ragazzi X (in alcuni casi divenuti già Ragazzi A, come vuole Douglas Coupland, che entrambi i termini ha coniato), sperduti e incompiuti, abbandonati, dispersi, arenati e a volte ritrovati, riavuti. E allora, per concludere, non saprei trovare parole migliori di quelle che il già citato Emanuele Trevi ha usato in prefazione «[…] l’Io e quell’Altro che è il Mondo non hanno più il tempo di giudicarsi a vicenda, di patteggiare una gerarchia di valori, una exit strategy. Più che un poeta civile allora, Flavio Santi è un pantografo in versi della nostra condizione di folli ridotti in cattività, di medici costretti a curare se stessi, di Pinocchi impiccati nel bosco, sospesi a metà delle loro storie.»

Le parole sono gomitate in bocca.
L’assedio ci strema.
Scoprirsi l’assediante e l’assediato
Non è che l’ultima beffa.
Nessun pensionato
Nessun lavoro a tempo indeterminato.

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