El Desdichado: l’eredità di Nerval

 

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Je suis le Ténébreux, – le Veuf, – l’Inconsolé,
Le Prince d’Aquitaine à la Tour abolie :
Ma seule Étoile est morte, – et mon luth constellé
Porte le Soleil noir de la Mélancolie.

Dans la nuit du Tombeau, Toi qui m’as consolé,
Rends-moi le Pausilippe et la mer d’Italie,
La fleur qui plaisait tant à mon cœur désolé,
Et la treille où le Pampre à la Rose s’allie.

Suis-je Amour ou Phébus ?… Lusignan ou Biron ?
Mon front est rouge encor du baiser de la Reine ;
J’ai rêvé dans la Grotte où nage la Syrène…

Et j’ai deux fois vainqueur traversé l’Achéron :
Modulant tour à tour sur la lyre d’Orphée
Les soupirs de la Sainte et les cris de la Fée.

***

Io sono il Tenebroso, – il Vedovo, – lo Sconsolato,
Il Principe d’Aquitania dalla torre abolita:
La mia unica Stella è morta, – e il mio liuto costellato
Porta il Sole nero della Malinconia

Nella notte del Sepolcro, Tu che mi hai consolato,
Restituiscimi Posillipo e il mare d’Italia,
Il fiore che piaceva tanto al mio cuore desolato,
E la spalliera dove la vite si intreccia alla rosa.

Sono Amore o Febo?… Lusignano o Biron?
La mia fronte è ancora rossa per il bacio della Regina;
Ho sognato nella Grotta dove nuota la Sirena…

E per due volte vincitore ho attraversato l’Acheronte:
Modulando di volta in volta sulla lira di Orfeo
I sospiri della Santa e le grida della Fata.

 

Si tratta del sonetto più famoso tra i dodici che compongono la raccolta Les Chimères (1854) di Gérard de Nerval: una successione di immagini eterogenee, in realtà unificate dal titolo. El Desdichado, Il Diseredato, cioè qualcuno che è stato tagliato fuori da un’eredità. Va da sé che il concetto di eredità assume da subito proporzioni cupe e vertiginose. “Il Principe di Aquitania dalla torre abolita” sembra alludere alla perdita di un casato, mentre la seconda strofa evoca la separazione da un passato felice (di ambientazione italiana, napoletana). Tutto è buio e senza stelle (Baudelaire se ne ricorderà per i suoi Spleen), ma il finale riesce in qualche modo consolatorio. Come Orfeo per due volte ha potuto attraversare il fiume dei morti con la sua lira, così il poetà col canto può ridare vita a ciò che gli è stato tolto per sempre. Un risarcimento fragile e a volte non sufficiente: Nerval morirà suicida il 26 gennaio 1855.
Il sonetto contiene alcuni riferimenti culturali (per lo più alla tradizione classica). Tra questi ce ne sono di meno immediati, come quelli a Lusignano e a Biron (rispettivamente,  re di Cipro, e personaggio delle canzoni popolari vallesi). E però sapere chi sono Lusignano e Biron ci aiuta poco e niente nella comprensione della poesia. Quello che voglio dire è che qui non ci troviamo tanto di fronte a quella che Franco Fortini definisce la difficoltà di un testo poetico (cioè la sua enigmaticità momentanea, dovuta a presupposti e competenze da recuperare). No, la difficoltà è piuttosto al servizio di una più generale oscurità, cioè la deformazione soggettiva del linguaggio ad opera di un io lirico che può permettersi anche di associare in libertà personaggi fra loro molto lontani. Per dirla con Guido Mazzoni (rimando al suo straordinario Sulla poesia moderna, Il Mulino, 2005), all’individualismo sul piano dei contenuti che caratterizza la prima poesia romantica (ovvero la coincidenza tra l’io poetico e l’io empirico) si è aggiunto un individualismo sul piano delle forme, “lo stile come espressione anarchica di sé” (G. Mazzoni, cit., p. 144). Cominciamo insomma a inoltrarci nella notte dell’io, dove la logica diurna perderà gran parte del suo potere. Mazzoni segnala questa svolta formale all’altezza di Rimbaud, e però innegabilmente qualcosa è già avvenuta con Nerval. Per questo dobbiamo considerare l’autore delle Chimères come un pre-simbolista, anticipatore di quell’universo analogico e soggettivo che troverà in Mallarmé la sua resa più impressionante.
Ma questa poesia è famosa anche per un’altra ragione, per così dire esterna. Ha avuto per ben due volte l’onore di essere citata da uno dei più grandi poeti del Novecento, Thomas Stearns Eliot. Nel primo caso si tratta di un riferimento intertestuale ancora vago. Siamo alla fine di The love song of J. Alfred Prufrock, e leggiamo: “Ci siamo attardati nelle camere del mare/ con le figlie del mare incoronate di alghe rosse e brune”. Queste camere del mare discendono dalla “Grotte où nage la Syrène”? Prima di Nerval ci sarebbero Omero, Shakespeare… La conferma che si tratta di un’immagine nervaliana arriva però retrospettivamente. Il secondo riferimento, infatti, non lascia dubbi: alla fine del poema The Waste Land Eliot cita alla lettera il verso “Le Prince d’Aquitaine à la Tour abolie”. Non è casuale che una poesia del genere sia ripresa in un’opera che ha cantato l’aridità e la sterilità del mondo. E dunque l’impossibilità di lasciare una qualche eredità.

@Andrea Accardi

 

 

6 comments

  1. Trovo qui – ed è riconoscenza la mia prima reazione – un testo dal quale prese le mosse un intero corso monografico di letteratura francese, tanti anni fa alla “Sapienza” di Roma, per volontà dell’allora mio professore di francese, Massimo Colesanti. Da allora, non esagero, i versi di “El Desdichado” di Nerval hanno accompagnato i miei giorni. Torno a leggerne una disamina approfondita e gioisco all’idea di poter collegare gli appunti della studentessa di allora alle annotazioni di Andrea Accardi, oggi. L’eredità complessa di Nerval va raccolta e curata. Qui si compie un passo importante in quella direzione.

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  2. Eccomi a fare da controcanto al commento di Anna Maria.
    Una bella nota, questa tua Andrea. Una nota che finalmente mi permette di capire proprio quel verso di Eliot che mi rimaneva molto oscuro, malgrado i commenti rinviassero a Nerval.
    Chiarire l’oscurità è impresa difficile, ma a quanto pare tu giri col lanternino ;)

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  3. Come Fabio, anch’io finalmente riesco a comprendere Eliot a partire da questa tua nota, e a ritornare su alcuni autori che avevo affrontato molto tempo fa. Grazie Andrea!

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  4. Solo ora mi imbatto – e tutt’altro che a caso! – in questo sito e leggo…Anch’io, infatti, da triennalista di Lingua e Letteratura Francese, fui gli studenti del Corso Monografico su Gérard de Nerval del Grande Massimo Colesanti che, grazie alla sua bravura e passione pura, mi fece scoprire questo stupefacente, incantenvole ed incantante sonetto dalle immagini esoterico-mitologiche, sacre e profane a un tempo, ed il suo “diseredato”, ciclotimico autore dall’animo tanto profondo quanto, ahilui, nel profondo “minato”, davvero ingiustamente relegato tra i “minori”, reo unicamente di non essersi esistenzialmente trovato nel posto giusto e al momento giusto…
    Una poesia che da subito mi stregò, foss’anche solo ed unicamente per il meraviglioso, incredibile risuonare delle parole che la compongono ed il modo ed il ritmo con i quali esse sono assemblate (sono un soprano lirico drammatico col dono di un orecchio musicale pressocché assoluto e dunque…)…una poesia che mandai a memoria all’istante o quasi…e che, in sede di esame, al cospetto del Professore in persona alla fine addirittura recitai invece di leggere, tanto mi rapiva, tanto la sentivo perfetta e mia…
    Perchè, per quanto, in generale, noi ci si possa anche sentire parte integrante di un Tutto armonico (o quasi…), in verità in ognuno di noi – ed ancor più se trattasi di individuo con tendenze artistiche – si cela sempre e comunque un senso di più o meno forte privazione, di mancanza di appartenenza, di estranietà, di distacco, di solitudine da chi e ciò che ci circonda, di “senza eredità”…Qualcosa che, pur se latente, nei momenti bui della vita è sempre terribilmente assai pronto a manifestarsi in tutta la sua “grandeur”…
    Ma al di là di questo e di ogni possibile interpretazione degli arcani nervaliani, anzi “su” tutto questo, a dominare, secondo me, restano la bellezza, il fascino, la perfezione indiscussi ed indiscutibili di un simile piccolo, grande capolavoro poetico in sé…
    Nel tempo, non mi ha mai stancato, non l’ho mai dimenticata, serbandola non solo nella memoria ma nel cuore, tra le mie poesie preferite, insieme alla Foscoliana “Alla sera” od a “The Tyger” di William Blake…l’ho fatta scoprire e declamata a molti…ogni tanto la ripeto fra me e me o persino a voce alta beandomi dei suoi suoni…e domenica prossima la declamerò ad un consesso di appassionati di poesia…ecco perché, navigando sono giunta qui: curiosavo sui commenti…Ma nulla avviene mai a caso, come…Celestino docet…e come ben sappiamo…Ad Andrea Accardi, dunque, vada anche tutta la mia gratitudine per la sua scelta eccellente e la sua recensione davvero bella e pregnante nella sua chiarezza e semplicità…ed alla mia (evidentemente!) ex-Collega di Corso de “La Sapienza” Anna Maria, non a caso stregata anch’essa da “El Desdichado”, un abbraccio virtuale.

    Priscilla

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