Una voce nel tempo. Poesie di Paola Musa

 

Dimentica

Questa voce sanguina
il silenzio che non hai detto:
rimargina le labbra
non farlo traboccare –
trattienilo.

Dal viso non svanisce
che il tempo rimandato
ciò che verrà non passa
dalla tua terraferma.

Altrove è sera
il giorno è già trascorso
e tu ne porti i segni
o forse solo i presagi
per questo non parlare –
ascolta.

Ma quanto dentro è neve
scivola muto e bianco
e la sfera di vetro
è torbida di fiato:
un’altra vita accade
in sagoma di nebbia.

Qualcosa è stato
ed è già andato –
dimentica.

 

Non preghiera

Dio,
esteta dell’eternità
e dell’avvento che scolora
ad ogni curva del pensiero
precipitando nelle ossa,
che stia parlando a te
o all’umido chiarore
di questa stanza angusta
non cercando alcuno
non so,
né temo il tuo tacere alle domande,
che qui non c’è audacia, né palestra
dove esercitare un verbo all’infinito.
È già fuor di misura bere senza calici
scostare l’ombra con lo sguardo
stupirsi dell’aurora che cade
sotto il peso fulvo del giorno.

 

La china del verbo

Ho la fatica degli argini
la cieca resistenza al compimento
un’ombra tra narici e labbra
mi esonda in respiro.

La china del verbo
che ho diviso come pane
ha gore tra i ciottoli,
è acqua lenta in mezzo ai sassi.

A tratti riluce nel fango
tra lo stupore di strade sterrate
dopo un temporale estivo.

 

Il tuo nuovo vestito

La profezia di un’ora senza fame e avvento,
masticando soltanto la fragranza della terra
eletta ancora a ventre e senso.
Obliata la tenebra,
smarrito il pendio da cui precipitasti,
nell’accecante stupore dell’ora meridiana
lasciare camminare una formica
sulla foglia della mano,
la brezza orchestrare le note delle fronde
le api affollarsi sul nettare annegato
dei tuoi vasi.

I nomi delle cose già dispersi nelle falde.
Dissolti i volti amati in un nuovo alfabeto.
Vaghe immagini da pietra a pietra
conversando, senza più domandare.
Non una curva,
un sentiero in cui smarrire ora,
o stupire all’improvviso.

Udire solo una voce di madre
canterellare, mentre cuce
il tuo nuovo vestito

 

I cantori  

Siamo a mezza strada
lividi di guerra e pace
siamo ombre sui muri.
I grappoli dei giorni
hanno acini scuri
l’eugenetica del senso,
il nuovo frutto.
Non più i versi eroici dell’orgoglio
ma le cronache incomplete dei falsari,
sappiamo tutto non sapendo niente.
Sediamo al banchetto degli dei
con i cappotti gonfi di metafore
loro ci frugano le tasche
giocano a scacchi con i nomi.
I miti e i Signori di ogni tempo
non hanno più bisogno del nostro canto epico,
ma ci consegnano un gettone di presenza.

© Paola Musa 

Paola Musa image

I versi di Paola Musa (Sardara, 1966) rendono conto di un lavoro duttile sulla costruzione del testo. Ha cominciato a frequentare la poesia da giovanissima, un apprendistato questo che la condurrà a prender parte alla Rassegna Internazionale di Poesia “Il Minatore” nel 1986 accanto a contemporanei di spicco come Waldo Rojas, Richard Burns Berengarten, Walter Perrie. Paola sulla sua formazione letteraria dice: «Devo tutto alla poesia, ma grazie all’esercizio della prosa ho imparato a essere meno ermetica e a lavorare su una densa semplicità.» Una sua selezione di poesie, precedute da una prefazione di Elisabetta Sgarbi, è presente nel volume antologico dalla casa editrice Arpanet. Esordisce successivamente come narratrice nel 2008 con il suo primo romanzo Condominio occidentale, pubblicato da Salerno Editrice, a cui farà seguito, nel 2009, Il terzo corpo dell’amore. Ha composto liriche per l’opera shakespeariana La dodicesima notte, per la regia di Armando Pugliese, sulla musica di Ludovico Einaudi. Inoltre traduce dall’inglese – sue versioni del poeta Berengarten sono apparse su riviste internazionali – e come paroliere ha firmato testi per diversi musicisti, fra i quali la cantante jazz Nicky Nicolai.
Questa versatilità di rapporto con la parola si rispecchia nel non limitarsi a pochi e circoscritti spazi tematici, tende invece a sviluppare occasioni di poesia, ispirazioni che dischiudono per es. una riflessione di natura etica e civile che rimanda al significato e al senso di scrivere, il contrasto fra essere e apparire nella società odierna, motivi questi alternati ad attimi di silenzioso e riflessivo intimismo. Proprio il silenzio per Paola Musa è il corridoio precedente la parola («Questa voce sanguina | il silenzio che non hai detto: | rimargina le labbra | non farlo traboccare – | trattienilo», in Dimentica), voce che non chiede per ottenere risposte, ma per comprendere, pertanto non rivolge o non si pone a supplica, anzi si fa ‘non-preghiera’ poiché «non c’è audacia, né palestra | dove esercitare un verbo all’infinito» (Non preghiera); allora «la china del verbo» si tramuta in «gore tra i ciottoli, acqua lenta in mezzo ai sassi» per rilucere di una verità celata nelle pieghe di ombre e gesti. Siamo persone in attesa (o in cerca) di segnali da chissà dove, ci dice l’autrice, e solo cedendo all’inatteso «mostriamo il nostro vero volto, | all’attesa offriamo solo residui di altre attese» (Le attese). La sua scrittura diventa osservatorio da dove guardare e rimeditare il tempo attuale in quanto «non c’è ragione che combaci con l’abisso», consapevoli noi che «Ogni epoca ha i suoi demoni | ogni guerra i suoi martiri, | noi scegliamo che s’immoli la terra, | per premio una coscienza non più vergine […]». Per Paola Musa la parola poetica non può cambiare lo stato della realtà, può almeno mutare la coscienza, accompagnata alla speranza essa può farsi «sguardo […] sulla fessura corrosa | fra gli steccati del futuro | per spiarne i giardini.»

Le poesie qui presentate sono state pubblicate nella rivista Italian Poetry Review (Plurilingual Journal of Creativity and Criticism), vol. VI, 2011, esclusa l’ultima I cantori che è tratta dalla raccolta Ore venti e trenta, Albeggi Edizioni 2012.

© Davide Zizza