Nel segno consacrato della malattia

 Copertina Dapunt

Roberta Dapunt, Le beatitudini della malattia (Einaudi, 2013)


«Io non ho motivo di mietitura | poiché dentro non mi cresce l’erba. | Io non ho causa di poesia | ché per essa mi marciscono le parole in bocca | prima ancora di averle raccolte». È il finale della primissima poesia sine titulo della raccolta La terra più del paradiso della Dapunt, pubblicata nella bianca einaudiana nel 2008. Un critico puntuale e attento quale Giovanni Tesio sottolineò in un suo articolo (Alla finestra una credente in cerca di fede, “TuttoLibri”, “La Stampa”, 27/09/’08, Numero 1633 anno XXXII) i caratteri fondamentali e persistenti di una poetica spirituale ma dalla «corporalità resistente e tesa» («è solo il corpo ad amare la terra più del paradiso» ci ricorda la poetessa). Se è vero che l’autrice non ha causa di poesia – quella intellettuale, quella dei salotti e dei circoli poetici metropolitan –, la sua scrittura conferma, attraverso un severo lavoro di sintesi, una densità che non sarà per niente retorico definire autentica. La geografia interiore della poetessa Dapunt aderisce ad una geografia della vita e i versi ne portano le tracce, ovverosia il mondo culturale e arcaico della cosiddetta «Ladinia», la regione alpina dolomitica dove si sviluppò il ladino, la lingua retoromanza (due poesie in La terra più del paradiso sono scritte con questo idioma). Vero, un poeta non si distingue necessariamente dalla provenienza, nel personale si tocca inevitabilmente l’universale. Eppure leggendo le sue poesie si sente che il respiro è diverso, si cammina ad una quota dove l’aria è rarefatta – «Alla finestra devo ciò che a volte fisso per ore, | Badia è lo specchio e l’orologio dei miei giorni» –, le parole portano allora il significato, l’altitudine della sua terra e dei sentimenti per essa radicati.
Se ne La terra più del paradiso l’autrice cercava la fede attraverso segnali intermittenti e invisibili – «In questo buio compatto è perpetuo novembre. | Sei tu Dio? Onnipresente sconosciuto. | Perché io so che tu sei, | lo sanno i miei sensi | quando tornano dalla stalla» (di ritorno dalla stalla), e quindi «riuscissi io a rivolgermi al cielo, | agli occhi azzurri del divino.» (io e l’Avemaria) – o attraverso una riflessione disincantata ma non meno speranzosa – «Niente ali per il paradiso, | né una vanga per l’inferno ci è concessa, | ma un rosario e al confine dell’orazione | un Padre Ave Gloria a chi di noi altri | sarà il prossimo a morire» (rosario in dicembre) –, con l’ultima raccolta La beatitudini della malattia Roberta Dapunt si misura con il tema difficile e inesorabile della malattia. L’ossimoro del titolo è un’intenzione, cioè dall’antitesi dei due termini far nascere un livello di significazione comune (intenzione, per ritrovare un esempio superlativo, che fu del poeta siciliano Gesualdo Bufalino con la raccolta L’amaro miele, il quale aveva fatto dell’ossimoro la sua cifra stilistica). Mantenendo la compattezza prosaica di una poesia parlata, espressa nel soffio silenzioso e umano di un dolore fragile pensato con coscienza riguardo e tenacia, la raccolta lavora sul duro argomento dell’Alzheimer e della demenza senile. Poco prima dell’uscita del libro, Roberta Dapunt ha affermato: «Con il termine di beatitudine si indica la condizione perfetta dell’anima, se pensiamo al Paradiso e da persone di fede. Questo stato di felicità completa io l’attribuisco alla mente, e la chiamo beatitudine quando nella demenza totale, nella malattia dell’Alzheimer, raggiunge la condizione perfetta del silenzio fisico, e a quel punto non c’è più errore, non c’è più difetto, la mente arriva addirittura a non avere neanche una semplice distrazione.»
La sostanza che abita la presente raccolta e la lega alla precedente è rappresentata dalla laica sacralità della parola, tale da farsi preghiera («Proteggimi dal dimenticare, proteggimi dal non sapere, | dal non aver sentito, ascoltato, visto, guardato»), cifra ormai inconfondibile del suo stile. Questa sacralità si lega a una delicatezza, dolce e materna, nei confronti di Uma – termine ladino per indicare Madre, qui intesa come figura universale – alla quale l’io narrante rivolge cure e attenzioni, in un dialogo ininterrotto per seguire e comprendere il silenzio tanto fisico quanto interiore della persona amata. L’Alzheimer è «il senza fine, in ogni tempo» e l’autrice l’esplora nell’espressione di gesti devoti, garanti della sicurezza, in un lungo tempo poetico dove è la malattia a scandire l’alternanza fra le parole e la «sospensione della carne». Quante volte in diverse occasioni abbiamo sentito dire, senza celare umana empatia, un meglio la morte! sia da parte dell’accudente che dell’accudito ancora lucido nella sofferta ipotesi di un simile destino? La raccolta invece capovolge il teorema comune di evitare la sofferenza. Se Leopardi esplorò il motivo del dolore, la Dapunt riesce a chiarire quello della demenza.
La cura diventa un rito sacro: l’abluzione giornaliera non è soltanto causa di necessità, ma momento in cui la Madre assistita recupera dignità, allora «È luogo leale il tuo corpo, degli anni depositati, | consegnati uno a uno, lì e lasciati.» (il lavacro); la ripetizione è il meccanismo regolatore e quindi ripetere le stesse frasi diventa «unica via consegnata alla nostra sopravvivenza» (il verso della cicala); lo stesso corpo si fa fermo simulacro, oracolo senza responso e «Come un’opportunità lungamente siedi | in grembo alla tua vecchiaia». Comprendiamo una cosa importante, se colei che accudisce diviene bussola nell’esistenza della Madre affetta da demenza, per lo stesso motivo l’accudente entra nel mondo di lei e ne assorbe i ritmi. Sullo sfondo una fede, anzi due modi di intenderla, quella della Madre, forse meno cosciente ma intrisa della devozione, quella dell’autrice «poveramente lontana» e scevra di ogni ricerca di miracolo. E ancora nel fondo il motivo della scrittura come sublimazione e assorbimento nella vita, con tutti i suoi tentativi a volte sconfortati («Fallire ogni giorno davanti al foglio di carta») a volte così delicati e precisi da riuscire a catturare una psicologia per le cose («Chiamami quando avrai finito di lavarti. | Ti vestirò le calze, ho posto le pantofole ad aspettare | i tuoi piedi dalle dita intrecciate»). Il fattore incisivo che colpisce, oltre l’aura religiosa in cui viene circoscritta la demenza senile, è l’educazione allo sguardo da parte dell’autrice, uno sguardo coraggioso e mai compassionevole. Notiamo una durevolezza e una caparbietà nei versi, sintomi questi di una persistenza, a sua volta riflesso di un apprendistato dell’anima.
La voce e la parola di Roberta Dapunt esprimono il silenzio oracolare e mistico della malattia. In tal senso la demenza senile e l’Alzheimer non si prefigurano come la pena esasperata di un dolore o perlomeno vuol dire superare la dimensione desolante per scoprire l’unica vera risposta: accettare e accarezzare lo spazio inconoscibile di una condizione. Condizione certo difficile, ma non priva di quella beatitudine capace di rinnovare gli occhi verso la persona amata.

Davide Zizza ©

 

(tre poesie tratte dalla raccolta)

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il lavacro

Poggiano ai vapori nell’intimo dell’acqua
la pelle, il tuo collo, i capelli intrecciati.
Come a deporre un segreto, la nudità che nulla finge,
le braccia piegate aprono al petto le mani,
nascondono ritrose i tuoi seni, il loro pudore.
E mentre ti lavo si abbinano le ciglia
e le foglie del sorbo a settembre.

È luogo leale il tuo corpo, degli anni depositati,
consegnati uno ad uno, lì e lasciati.
È labbro che libera un afono agio,
inno commovente che componi in silenzio,
tra terra e cielo, che nessuno sa e nessuno ascolta.

Risolvi così il tuo lavacro,
esibendo al mio sguardo la dignità.
Tra poco aprirai gli occhi chiedendo di uscire,
a stento alzeremo insieme questo corpo.
Aspetto il tuo consenso asciugandomi il triste osservare di dosso,
stiamo immerse, ognuna nel proprio acquaio.

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* * *

Ho compreso, colmato di carezze il silenzio,
ho trasportato il suo acume dalla tua carità alle mie orecchie,
per non ricusare, oppormi alla tua quiete.
Mi hai portata nella tua mancanza di suono,
nel non dire, tra le pause della tua voce
e mi hai accompagnata fino all’assenza totale dei rumori.
Ho capito l’astensione del parlare,
la muta esistenza del corpo.
Mi hai dato in mano il suo accordo all’abbandono
delle richieste, dei tuoi desideri.
Mi hai consegnato tutto nella tua privazione
e senza rimpianto e senza nostalgia da un giorno all’altro
non hai più detto, non hai proferito, non risposto, non hai capito.
E da lì, dal tuo tempo distante, coerente luogo il tuo,
non hai cambiato silenzio, non lo hai più tradito.

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* * *

il dialogo

A nulla io dico, nulla tu rispondi.
Così ora tu sai ciò che io non sapevo,
tu racconti ciò che io non avrei ascoltato prima,
tu ascolti ciò che io non avrei detto mai.
Ci siamo necessarie, dunque.
Così poco basta ad essere fondamentale nei giorni,
seppure nei tanti libri, scritture espongono discorsi ideali.
Ce li teniamo sopra la testa, mentre il silenzio,
tu ed io, dimenticate ancora prima di aver dimenticato.
Che sia poetico forse anche il nostro tempo, Uma?

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Roberta Dapunt è nata nel 1970 in Val Badia, dove vive. Ha pubblicato due plaquette stampate semi-privatamente, OscuraMente nel 1993 e La carezzata mela nel 1999. Ha realizzato assieme al Maestro Paolo Vergari una registrazione su CD (2001), intitolata Del perdono – poesia e musica per Pianoforte. Nel 2008 è uscita la raccolta di poesie La terra più del paradiso (Einaudi), seguita quest’anno da Le beatitudini della malattia. Sue opere poetiche si trovano in varie riviste letterarie, tra le quali: Arunda, Tras, Ladinia, Filadressa, Sturzflüge e i Quaderni del Fondo Moravia. Scrive in italiano e ladino. Nel dicembre 2011 è uscita la sua traduzione di una scelta di poesie di Georg Paulmichl presso la casa editrice Folio. Nel 2012, sempre per i tipi dell’editrice Folio, è uscito un altro suo libro di poesie scritte in ladino con traduzione tedesca a fronte dal titolo Nauz, «mangiatoia».

5 comments

  1. confesso la mia ignoranza, prima di questa bellissima lettura, dell’opera della Dapunt. così questa domenica inizia con una piacevole (a dispetto dell’argomento di questi versi) scoperta

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  2. “Vero, un poeta non si distingue necessariamente dalla provenienza, nel personale si tocca inevitabilmente l’universale”. Mi sembra che qui, Davide, tocchi una corda importante, quella dell’apparente paradosso della poesia moderna (in Italia da Leopardi in poi): parlare di sé, senza pudori selettivi, con grandioso egocentrismo, e tuttavia riuscire a parlare anche per gli altri, diventare esemplari senza essere exemplum, com’era nella poesia di una volta. Il racconto del dolore privato, di cui Dapunt si fa carico, diventa così racconto del dolore di tutti, e l’età della demenza diventa davvero un tempo poetico. Valgono sempre i bellissimi versi di Sereni per Saba: “Sempre di sé parlava ma come lui nessuno/ ho conosciuto che di sè parlando/ e ad altri vita chiedendo nel parlare/ altrettanta e tanta più ne desse/ a chi stava ad ascoltarlo”.
    Bell’articolo davvero.

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  3. bravo Andrea! cogli il punto in cui dal personale ci si sposta all’universale poetico.
    se Roberta Dapunt si fosse arenata nella palude del personale, avrebbe consegnato un diario o qualcosa di simile, ripiegato in se stesso. invece sgrava, proprio nel momento in cui si fa più grave, l’io e sposta il tiro per rendersi testimonianza e perciò cercare il dialogo (non a caso – credo – oggetto di una poesia e anche oculata scelta di Davide)

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  4. Ringrazio tutti per la lettura e i commenti, mi fa piacere che il pezzo abbia raccolto responsi positivi e di cui mi sento, con cuore sincero, orgoglioso. Se posso “esondare” un attimo dal tema preciso della raccolta, il tarlo dell’universale mi è ritornato spesso davanti negli ultimi mesi, e devo dire che di recente grazie alla frequentazione di Empson sono riuscito ad aggiungere un ulteriore tassello chiarificatorio (per le mie ricerche). Non che il tema dell’universalità nella poesia sia qualcosa di oscuro e da scoprire, anzi è il contrario (qui mi ricollego ad Andrea e Fabio che ringrazio per aver letto l’articolo nell’ottica sopra esposta); eppure scopro ogni giorno la bellezza di questa universalità che si rinnova nella mutante espressione sia del tema che della forma. E’ una forza del dire capace di diventare voce di tutti (nella sostanza tematica recepita da Giuseppe Barreca). Grazie ancora.

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