La Domenica (tutte le sue crepe) e Luigi Bernardi

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E il pensiero va alla povera signora Armida. Dopo l’ultimo dissesto del terreno non riesce più a chiudere la finestra della camera da letto. È inverno e fa freddo, l’abbiamo vista con i nostri occhi la signora Armida tappare alla bell’e meglio le fessure con strisce di spugna e, prima di mettersi a letto, infilarsi un vecchio maglione di lana, lo stesso che il suo defunto marito indossava quando usciva all’alba per andare a funghi con gli amici del dopolavoro.

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Gregorio pensa che non ci sia niente di male a non volersi confondere con gli altri, a mantenere una distanza di sicurezza da chi pretenderebbe di avvicinarsi troppo. Il prossimo non lo si deve per forza amare, non è il primo che lo pensa, non sarà l’ultimo. In lui quest’attitudine è arrivata ad acquisire risvolti anche fisiologici. A ogni vicinanza indesiderata la pelle della faccia comincia a macchiarsi, la fronte a sudare, le ginocchia a vibrare. Il mestiere l’ha scelto di conseguenza: è anatomopatologo. La prossimità dei corpi morti non ha lo stesso effetto di quelli vivi, non lo disturbano, gli lasciano liberi i pensieri, li rendono sconfinati, come ogni volta senza limite è il desiderio di spingerli oltre.

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È facile scrivere quando si ha della materia da raccontare, quando quella stessa materia si presenta come un caleidoscopio di idee e di immagini che si compongono, si scompongono e si ricompongono in una frenesia che conduce alla chiarezza. Esce dal montacarichi, si sente ancora vagamente frastornata dalle meraviglie che ha visto giù in cantiere, ringrazia per l’ennesima volta ingegner Ghetti, lo saluta con un doppio bacio sulla guancia, percorre frettolosamente il lungo tunnel di lamiera ondulata, saluta anche le due guardie giurate che controllano l’ingresso ed è subito in strada. È buio, guarda l’orologio, non si era accorta che fosse così tardi, ha passato almeno quattro ore sottoterra.

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La città non  si emoziona, le città non si emozionano mai, come fossero fatte della stessa pietra fredda che chiude le sue case. La città non si emoziona, neppure oggi che i presupposti ci sarebbero tutti. […] La città non si emoziona, la città sono i cittadini, e i cittadini hanno ormai l’abitudine di farsi gli affari propri, ognuno dentro un confine personale, sempre più stretto, ogni giorno più inviolabile.

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Orfeo ha un biglietto di seconda classe. È arrivato una buona mezz’ora prima della partenza, ha percorso il convoglio in tutta la sua lunghezza, ha schivato i capannelli delle autorità, ha ammirato la linea dinamica e la striscia di colore rosso che corre lungo la fiancata delle carrozze dipinte di un bel grigio metallizzato. È salito e si è seduto nel posto che aveva prenotato. Dentro il contenuto è bello come l’involucro. Gli spazi sono comodi, i tessuti nuovi, le poltrone accoglienti. La doppia linea di finestrini lascia entrare così tanta luce che non sembra di stare in un luogo chiuso: è lo stesso principio dell’architettura che lo esalta e alla quale consegnerebbe il compito di ridisegnare l’universo.

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© Luigi Bernardi – Crepe – Il Maestrale – 2013

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Nota: per come la vedo io in questa rubrica ci stai da dio.