La lingua delle Pinne.

283744_10150919441022471_579849696_nSophie Curzon arriva dall’Australia, amante della lingua e della cultura italiana. Nel corso della sua formazione ha scelto di fare dell’italiano la sua lingua poetica. Per realizzare questo suo obiettivo-sogno ha chiesto “aiuto” ad Elisa Biagini decidendo così di trasferirsi temporaneamente in Italia e farsi seguire nella realizzazione di questo progetto che si è poi concretizzato nella pubblicazione del suo primo testo. Ho incontrato Sophie a casa di Elisa e sono rimasto colpito dalla lucidità con cui necessariamente affronta il testo scritto e lo scambio critico in una lingua che non è la sua. A fine maggio Sophie ha presentato a Firenze il suo testo e Marco Simonelli, poeta e traduttore, che con Sophie e me ha seguito una parte di questo “cammino di formazione”, ha introdotto la presentazione del libro. Ho chiesto a Marco di “girarmi” il suo testo e ritengo sia importante riportarlo così come è.

(jacopo ninni)

pinneSophie Curzon-Siggers
Autoritratto con le pinne
Firenze, Gazebo, 2013
***
Sophie è una giovanissima scrittrice australiana che ha deciso di usare la sua seconda lingua, l’italiano, per esprimersi in versi. Qualche tempo fa le ho chiesto: “come mai hai deciso di scrivere in italiano?” Lei mi ha risposto: “È l’italiano che ha scelto me.” Più tardi mi ha inviato una sua nota di poetica in cui dichiara di aver iniziato recentemente a sognare in italiano. Per un poeta la scelta della lingua è fondamentale: nella storia della poesia del Novecento italiano abbiamo avuto un poeta come Amelia Rosselli che grazie al suo trilinguismo ha contribuito non poco ad esplorare le possibilità espressive di questa lingua. Per un poeta, la lingua è sempre una terra straniera, una terra sconosciuta, da esplorare e da mappare, forse un luogo da colonizzare, un luogo in cui insediarsi, conquistandolo centimetro dopo centimetro, verso dopo verso. Entrando più nello specifico del testo: che cos’è l’autoritratto del titolo? Per realizzare un autoritratto è necessario uno specchio che riproponga un’immagine del soggetto che desidera ritrarsi – e sono portato a credere che in questo caso lo specchio che Sophie usa sia proprio la lingua italiana, una lingua essenzialmente liquida. Mi chiedo se la superficie in cui Sophie si specchia non sia tanto quella di uno specchio da parete quanto quella di uno specchio d’acqua: nel suo ritrarsi infatti Sophie non si limita a fotografare i lineamenti che vede ma riesce a percepire ciò che si rivela dietro la sua stessa immagine, proprio come quando ci guardiamo in una pozza e siamo in grado di vedere sia noi stessi sia il fondo di quella pozza, sia il cielo dietro di noi. In uno dei versi più belli di questa compagine Sophie si definisce “palombaro della lingua”.

Cosa sono invece le pinne? Le pinne ci parlano di una creatura acquatica e se è proprio questa creatura colei che si raffigura è lecito supporre che sia una creatura anfibia. E difatti la voce che parla in queste poesie si muove in più elementi subendo ogni volta un processo di metamorfosi e trasformazione (in alcuni casi di ibridazione e/o fusione fra soggetto ed elementi)

prendo il treno,

tutte le sedie diventano

frasi (prime parole)

facciamo la rosa dei venti noi stessi (rosa dei venti)

se una mette la bimba nell’acqua termale

tutti i giorni, quella compie 18 anni e le spuntano le pinne. (autoritratto con le pinne)

Con questi testi Sophie sembra suggerirci che all’interno del viaggio di esplorazione della lingua non è tanto il poeta che si appropria degli elementi (storia, paesaggio, risorse naturali) quanto gli elementi che colonizzano spontaneamente scrittura e identità poetante, rendendole altro.

 C’è un dato biografico molto interessante che l’autrice condivide con noi: in passato ha avuto esperienza di oratrice pedagogica e al liceo voleva fare la pastora. Io non so in che accezione sia da leggersi il termine pastora: potrei immaginarmi una situazione bucolica e agreste e pensare alle pecore oppure sfruttare la metafora religiosa e immaginare una folla di fedeli, una congregazione che si riunisce e si riconosce tramite un rito di condivisione. Qualsiasi accezione io possa scegliere non posso che identificare la pastora come colei che scrive e le pecore e i fedeli come le parole (sempre a rischio di dispersione e di perdita di senso). Poesia può essere anche questo: la cura e la responsabilità di un gregge di sillabe da guidare e da cui essere guidati. Nell’organizzare i suoi discorsi, l’oratore richiama a sé le parole (e i significati e i suoni che esse comportano) conducendole nell’organizzazione (in un gregge) di un discorso. L’oratore lascia che le parole si nutrano di senso in pascoli erbosi.

Vorrei concludere questo intervento con l’analisi di una poesia. È l’ultimo movimento di una suite che si intitola “alcune lettere pasquali da un’australiana all’Italia” e si trova a pagina 20. È l’ultima di 4 poesie che si scostano leggermente dalla matrice figurale dell’intero lavoro: se in tutta la raccolta il procedimento metaforico scatta ibridando la realtà e contaminandola, nel descriverla, con elementi stranianti, in questa zona lo sguardo sembra insistere sul territorio e la difficoltà antropologica di accettare la differenza come valore. È un testo nettissimo che scaturisce dall’osservazione e da una riflessione storica elementare e tuttavia affascinante. Lo leggo:

nel reame del Papa

si compra il pane e un buon vino

nel giorno di cui morì Gesù sulla Croce

eppure da noi, non si fa niente

a causa delle chiusure –

per legge, è una giornata sacra

e stiamo ancora pentendoci,

un paese di immigrati

da carceri e campi profughi.

Alla base di questa poesia c’è la risemantizzazione di due luoghi comuni: l’Italia come “reame del Papa” e l’Australia come colonia penale del vecchio mondo europeo. Usufruire dei luoghi comuni per un poeta è un’operazione delicatissima: è facile scadere nella banalità o scivolare sia nel politically correct sia in involontarie dichiarazioni offensive. Qui mi pare invece che l’operazione di commistione del luogo comune produca un ampio risultato sul termine della riflessione; il punto di collisione e incontro è il concetto di sacro: se da una parte “si compra il pane e il buon vino”, dall’altra i negozi rimangono chiusi in una declinazione del sacro che è pentimento e espiazione. Ad una prima lettura sembra di trovarsi davanti ad una contrapposizione fra un’impostazione cattolica e una calvinista. Ma nell’economia delle quattro lettere pasquali il dato saliente è un rapporto ironico col concetto stesso di religione e differenza: “se incontrassi Dio per la strada/ gli rivolgeresti la forma di cortesia?/ e sarebbe la cortesia di Lei oppure di Voi”? si chiede l’autrice in un dubbio grammaticale che è contemporaneamente una critica e una dichiarazione di buon senso. E chi preferisce declinare il sacro (qualunque cosa sia) col pentimento piuttosto che col pane e il vino? Ciò che rimane da questa precisa dissezione è “un paese di immigrati/ da carceri e campi profughi” ma non sappiamo più se stiamo parlando dell’Australia colonia penale o dell’Italia che vede Sophie oggi. E in questo dubbio non possiamo che identificarci noi lettori, ibride creature umane che sviluppano le pinne per sopravvivere, come “immigrati” e “profughi” in una mappa di trasformazioni.

ms. 23.5.2013

3 comments

  1. Stamattina è comparso sulla bacheca Facebook di Sophie l’annuncio dell’improvvisa morte della moglie Adelaide, conosciuta questa primavera e che ha condiviso la genesi del libro fino alla sua presentazione alla Libreria delle Donne di Firenze. Con questo piccolo post voglio abbracciare fortemente Sophie a nome della redazione di Poetarum Silva.

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