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Carla de Falco – Poesie da “Il soffio delle radici”

defalco

 

 

di Carla de Falco

prologo

a te che arrivi
o addirittura torni
alla pagina mia macchiata in piena
non posso dire benvenuto in porto
ché ogni luogo d’arrivo è tempio morto
a te voglio augurare dolce tregua
e di risalpare e di buona lena

* * *

andando a lavorare

è un rorido germoglio l’alba di periferia
per strade umide, deserte e buie
ombre chiuse nelle corolle dei cappotti
come fiori infreddoliti nelle notti d’inverno
ondeggiano operose nella nebbia
nel solo tempo in cui ha un suono il passo.
stretta stretta dentro il proprio andare
se uomo o donna non sapresti dire
questa marea fremente di scrosciare
nel fragore indifferente della città
e del suo ventre.

* * *

ksar ghilane

dormii all’aperto nella straniera polvere
su un letto sporco, improvvisato e sghembo
con un tappeto di serpenti neri ai piedi
dune arancioni per morbidi cuscini
come coperta un cielo d’oro scoppiettante.
la sete ed il sudore del mattino
si fecero gelo viola nella notte.
lenta poi giunse una nuova alba,
di un dolce ed esitante rosa tiepido,
salutata dal sapore impavido
del cardioritmo di tamburi al vento.

* * *

verso il sole

con me berrai l’infimo e l’assoluto di radici
che sostennero altezze e storture assolate.
e non ci piegheremo allo spreco dell’attesa
per vedere di colpo genuflessa l’aria estiva.

coltiverai l’eleganza del cuore tuo giovane
che renderà bambino il mio amore trasandato.
e non celebreremo i giorni delle fotografie
sempre troppo più luminosi del ricordo

guarderemo avanti insieme
dritto verso il sole.

* * *

infanzia di parole

se solo tu sapessi
quel che t’avrei da dire
una spiegazione mia
per ogni tua curiosità
del mondo.
precisa, semplice,
infantile e definitiva
come nelle tue pagine
il giallo del sole
il verde delle foglie
il rosso dell’incendio
o il blu del mare.
ma ogni cosa mi sfugge
di fronte al tuo incanto
e non conosco nomi
non voglio più spiegare.
tu sei il solo mistero
che sto imparando a tacere.

* * *

corpo lieve

in lotta con un eterno mai
in fuga dall’oltraggio del buio
voce, anima mia
da lame di vento trafitta
tu del mio tempo sangue nudo
tu tuono, tu campana
sussurro di eco bambina
tu pietra lieve in orbita dura.

* * *

intellectu ali

prima fu l’albatros ferito e goffo
poi è stato il falco alto levato
mo’ ci hanno presi per un piccionaccio
sporco, grigio e indesiderato
dannoso nel produrre quel suo guano
che campa d’aria e bricie di granone
e scampa al dissuasore ed al pestone.
ci chiamano a volte intellettuali
e credono che il nostro valutare
nell’aria si libri stanco a volteggiare
come il senno di orlando del passato
oggi avvilito a questo brutto stato:
un falco che razzola nei prati
o, al più, affamata tortorella.

* * *

il graffio

inciampate sul nastro
di una riga avorio e oro
visioni incerte, vaganti
hanno risalito le correnti
guizzanti come pesci
vispe come un graffio.
impressioni briganti
senza fissa dimora
rifugiate nel mio verso
almeno per stasera.

* * *


l’istante prima della pesca

il silenzio rotto da una lenza
è un fischio nell’azzurro imperturbato
un graffio che lascia l’aria tersa
un lampo che s’inchioda in nuovo pianto.
in un punto come un altro, estratto a sorte,
in quel punto ancora brulicano pesci
ma, cieca, la vita è già un riflesso.