“Da un estremo margine” di Flavio Ferraro

Sulla soglia oscura

*

io rendo polvere alla pietra.
Così fa il mare; così dona
vertigine la terra.

Luce sommersa, che sempre
trascolora: e tu, cui un’onda chiara
levigò il respiro, tra i flutti
ancora non lo vedi?

È questa fissità, lo sai,
che più non può tardare

*

tu custodisci una parola straziata.
Uno spazio aperto ai venti.

E attorno, come varchi
improvvisi, dimore: soglie
leggere, quasi fossero d’aria.

E uno spazio, una parola anche lì.
Aperta ai venti

*

fosse anche lui, il senza ombra,
il nome infinito a cui tendevi
strenuamente, quando tracciasti
un solco nella sabbia.

Fosse anche questo, un respirare
attonito.Tu sai qual era il voto:
oltre il confine nessun suono.

E la tua voce, se trascende,
fende l’aria stupefatta

Da un estremo margine

*

sempre un sentiero affiora.

Una misura, che porta al punto
di vertigine: estremo lembo,
dove il fiore sprofonda.

Attraversare non è nulla.
Solo nel vuoto
il vuoto si colma

*

lei, la non placata.
Ancora intatta nei fiordi
alla deriva, ancora pura,
nebbia di sirena.

Goccia dopo goccia,
fiorita da parole.

In parola raggelata

*

non ancora sorgente:
ma un fiume, che scorre
nell’alto. Un fiume azzurro.

Anche questo, vedi,
è mutamento; anche là,
nel fondo occulto,
cerchio di luce.

Che emerge
limpido dal buio.
E lo racchiude

Di chiarore in chiarore

*

discendi, sgorga,
che le tue stelle
affondino quaggiù.

Spezza i cardini, inclina
l’asse, erompi
come fossi un nimbo.

Tu non sai
quale spazio, quanto
inconoscibile sia.

Solo una scheggia,
una scintilla:
spegnerla ci basterà

*
le cuspidi, le guglie,
come una freccia
scagliata in alto.

Come una notte,
uno spazio che ci invade
e noi vibranti, noi
nell’aria senza vento.

Che una soglia,
quella soglia varcammo,
che è qui, è ora.

Non dire più: questo.
Adesso è uno.
Non chiamarlo:
è lui che chiama te

*

non era che ascolto, ma cresceva.
Non più che un sigillo
di ghiaccio, ma sonoro,
reso lieve dall’abisso.

Perché fu parola,
eco che nascondemmo,
finché non tacque.

E ora che non ha più margine,
non ha misura, quella ora
si leva, fino a qui,
si fa respiro e direzione

*

flavioFlavio Ferraro è nato a Roma nel 1984. Tra le sue opere: Sulla soglia oscura, 2010 (La Camera Verde); Da un estremo margine, 2012 ( La Camera Verde). La sua ultima raccolta di poesie uscirà in autunno per le edizioni Oèdipus.

7 comments

  1. Poesia scabra, ma non per questo senza luce: grande. Ringrazio qui, oltre all’autore e a Luca Minola, l’altrimenti restio Gabriele Gabbia, poeta di forme dilaniate pari e parallele a queste, che mi aveva messo già tempo fa sulle tracce di questa splendida poesia.

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  2. E’ bella la poesia di Ferraro: per il ritmo, per i temi, per la visione. Non è mai banale, nè scontata: si interroga su epifenomeni che aqprono spiragli sui grandi interrogativi dell’universo e della nostra posizione entro questo.

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  3. Poesia pregna. Non se ne legge mai abbastanza, ogni verso un lampo che sembrerebbe modesto e proprio per questo si fa grande, fulgente. Grazie.
    c.

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  4. Desidero ringraziare tutti quelli che hanno apprezzato questa bella selezione di poesie e soprattutto Flavio Ferraro per la sua poesia e la sua ricerca costante.

    Un saluto a tutti,

    Luca

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  5. il buon Lorenzo Mari è nel giusto quando vede elementi affini tra la poesia di Flavio Ferraro e quella di Gabriele.
    ovviamente i due possiedono voci distinte e ben riconoscibili, eppure scavano talmente profondamente nella carne della parole da lasciarne in vista pochi brani.
    sono davvero colpito dai versi di “non era che ascolto, ma cresceva”, dove si procede per litoti e avversative per affermare quel poco che comunque si può e si deve continuare ad affermare. forse sbaglio, ma dopo molta poesia sul “precario” che ha sostituito quella sul “caduco” leggere ora una poesia che offra una ‘direzione’ ridona speranza e fiducia alla poesia stessa.

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