La vita segreta di un industriale bibliofilo – di Francesca Adrower

Cappotto Proust

La vita segreta di un industriale bibliofilo

«Ombra nata dal vapore dei suffumigi, il viso  e la voce mangiati dalla consuetudine della notte»

Paul Morand, Ode a Marcel Proust

Tempo fa, su Facebook, mi sono imbattuta in una cugina “famosa”, e ho scoperto che aveva appena scritto un libro su Proust. Non esattamente su Proust… Ma questa è una storia mia (più o meno).

Parigi, anni ’20 e ’30. Jacques Guérin, un giovane fabbricante di profumi, durante la settimana lavora come industriale; i weekend, invece, li dedica alla ricerca di libri rari, manoscritti preziosi e carte autografe di artisti. E pare che di artisti ne conoscesse molti: Jean Genet e Picasso, tanto per citarne solo due. Proprio a Genet, che l’industriale aveva aiutato e incoraggiato quando era uscito dal carcere, Guérin dedicherà un profumo, “Divine” e verrà ringraziato con questa dedica: «Non posso esprimervi meglio la mia gratitudine se non con la gioia che provo a conoscere un lettore per il quale il feticismo è una religione».

Eric Satie una volta gli scrisse in una dedica: «Al mio buon amico Jacques Guérin, affascinante bibliofilo». Guérin non amava definirsi bibliofilo: la sua era una tendenza al collezionismo, accompagnata da passione “investigativa” e da un spiccato senso degli affari. Quando poteva mettere le mani su qualcosa di raro, e perciò pregiato, si sentiva profondamente appagato, soprattutto se si trattava di oggetti appartenuti ad altri, amati da altri, e assaporava la misteriosa sensazione di poter trattenere una scintilla di quell’amore.

Il Presidente Mitterand lo va a trovare un paio di volte nel tentativo di persuaderlo a vendergli la sua collezione per la Bibliothèque Nationale,  ma Guérin lo congeda rifiutando educatamente.

La sua vera ossessione, però, è quella di collezionare tutti gli oggetti posseduti da Proust. Iniziò con i manoscritti, gli appunti, le prime edizioni e poi passò ai mobili di Rue Hamelin: il letto, le librerie, la scrivania e infine il cappotto che lo scrittore aveva indossato durante quelle che Cocteau chiamava “le sue escursioni notturne” e che usava piegare in due a mo’ di coperta quando scriveva a letto, la notte. Guérin rintracciò chiunque avesse avuto un legame con Proust, familiari e amici, presentandosi perfino ai loro funerali per cercare di scoprire se fossero in possesso di altri oggetti appartenuti o usati dallo scrittore e se poteva comprarli a un prezzo vantaggioso. Per quale ragione era particolarmente ossessionato da “questa” collezione?

Manteau Proust

Da giovane, per una strana coincidenza, aveva avuto la “fortuna” di incontrare il fratello di Marcel. Colpito da appendicite, venne infatti operato dall’eminente chirurgo Robert Proust. Finita la convalescenza, quasi non riusciva a capacitarsi di essere stato curato dal fratello della sua divinità letteraria. E quando, alcuni mesi dopo, lo andò a trovare, il dottore gli mostrò uno scaffale pieno di appunti manoscritti del fratello scrittore. Guérin rimase molto colpito: che fine avrebbero fatto, si domandava, tutti questi oggetti proustiani? E se nessuno se ne fosse curato, o fossero distrutti o anche solo persi nel tempo? Lo stesso Proust aveva scritto: «…quel che ci rende translucido il corpo dei poeti e ci lascia scorgere la loro anima non sono i loro occhi, né gli avvenimenti della loro vita, ma i loro libri, dove proprio quella parte della loro anima che, per un desiderio istintivo, voleva perpetuarsi si è trasferita per sopravvivere alla loro caducità».

Un giorno, molti anni dopo (1935), mentre passeggiava per il Faubourg Saint-Honoré, vide una libreria antiquaria che non aveva mai notato prima e vi entrò per passare un po’ di tempo in modo piacevole in mezzo a mucchi di vecchi libri. Il libraio lo informò che proprio dieci minuti prima era riuscito ad acquistare, piuttosto inaspettatamente, alcune bozze corrette a mano da Marcel Proust, e gli chiese se fosse interessato. Naturalmente Guérin rispose di sì. Il libraio gli propose di aspettare, poiché l’uomo che gli aveva venduto quelle carte sarebbe tornato di lì a poco per ritirare il suo assegno e pareva che avesse altre cose da vendere, tipo la scrivania e la libreria di Proust, che lui non era interessato a comprare.

Guerin era incredulo. Era mai possibile che si trattasse degli oggetti che il Dott. Proust gli aveva mostrato anni addietro? Li ricordava bene, aveva esaminato tutto febbrilmente: «una libreria nera a tre scomparti e una scrivania imponente, pile altissime di appunti manoscritti… l’opera completa di Proust scritta di sua propria mano… con una grafia decisamente angolosa, frettolosamente scribacchiata e inclinata verso il basso».  Come raccontava la sua governante, Proust scriveva a letto, con un quaderno in una mano e la sua penna nell’altra. Le pagine si sparpagliavano sul letto e cadevano sul tappeto. Lei li raccoglieva con cura e attenzione.

Per la seconda volta nella sua vita, Guérin si trovò sulla strada di Robert Proust, e il giovane venditore che lo accompagnava aveva notizie importanti da dargli: il dottore era morto e la vedova stava vendendo tutto. E i manoscritti? La signora aveva bruciato la maggior parte delle carte e per ciò che riguardava le edizioni a stampa autografate, aveva strappato le pagine con le dediche per evitare che si riconoscessero i nomi. Guérin era scandalizzato, inconsolabile. La signora aveva risparmiato solo gli appunti perché suo marito vi era molto affezionato. Quando raggiunsero la casa, Guérin perlustrò le stanze e scoprì che le edizioni che Proust aveva dedicato agli amici e ai colleghi scrittori erano ancora lì, così come alcune scatole piene di lettere e fotografie.

Dalla parte di Swann

Fatta questa scoperta, Guérin si sentì come investito da una missione: salvare tutto, compreso il letto in ottone sul quale lo scrittore aveva scritto tutta l’opera e dove era morto il 18 novembre 1922 (quello in cui, come ebbe a dire Walter Benjamin, «giaceva dilaniato dalla nostalgia per un mondo alterato») e il suo cappotto. Portò via tutto, a casa sua.

Negli scatoloni, trovò anche molte fotografie dell’infanzia di Proust, e qualcosa di commovente: una  prima edizione di Dalla parte di Swann, pubblicata da Grasset nel 1913, con una dedica al fratello Robert: «Al mio fratellino, un ricordo del tempo perduto, ritrovato per un momento ogni volta che ci incontriamo». Non solo: c’erano numerose lettere scritte, e mai spedite, indirizzate a André Gide, Jean Cocteau e altri scrittori.

Il cappotto di Proust (Mondadori, 2010) di Lorenza Foschini segue le tracce di Guérin e della sua ossessione («l’esaltazione di Guérin non era più quella di un collezionista, ma quella di un salvatore») e scopre la storia di un intrigo familiare che vede la famiglia di Proust scandalizzata, imbarazzata e offesa dalla suo modo di vivere, quindi decisa a distruggere qualsiasi cosa che venisse dalle sue mani, esprimendo forse «attraverso gli oggetti sentimenti e risentimenti mai esplicitati». Come disse lapidariamente la cognata Marthe, Marcel «era un essere bizzarro». Ma «le beau est toujours bizarre», come ricorda l’autrice con le parole di Charles Baudelaire.

I dieci quaderni salvati da Guérin permisero di realizzare le edizioni definitive delle opere di Proust pubblicate più tardi. I mobili della camera di Proust, invece, sono ora al Musée Carnavalet, sistemati esattamente come un tempo.

Prima di morire all’età di 98 anni nel 2000, Guérin confida a un amico: «la mia collezione è come un pallone aerostatico. Gli anni passano e io salgo verso il cielo».

© Francesca Adrower

(copyright foto di Marco Molendini)

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