Trobar Leu

L’incastro dei frammenti

L’incastro di frammenti si dispone
ad arte e con usura in linee lente:
io racconto le norme e l’incostanza
del permanere fatuo, orlo d’istanti
identici nel sempre, in vuoti giorni.

Nei modi prevedibili, ragione
e intelletto ridicono le spente
note d’una conforme irrilevanza:
non rifiutarmi, tu che ami gli incanti
reiterabili, il gioco dei ritorni:

serialità della ripetizione
isocrona fungibile suadente:
qui posa calma e dorme un’invarianza
di pensieri plausibili, dei tanti
volti al mattino, unanimi contorni.

La facile acquiescenza in te ripone,
in questa linea eguale, eco di niente
cui segua senso d’orme, ogni speranza
di sedurre il tuo senso, i tuoi distanti
silenzi di riserbo a cui ritorni.

Può sembrarti monotona equazione
d’una qualche dottrina irriverente,
questo culto di forme e di costanza
a ricoprire fra speciosi manti
che lume quotidiana ombra contorni:

e tu perdona il ludo che compone
ambiguo metro in cera iridescente:
parole fondono informe la danza
elettrica dell’anima in tornanti
lungo dilemmi di lune bicorni.

Ma in fruscii già si spegne la canzone
serica della brezza alle ombre intente
dei sogni in torme nel buio che danza
con la fuga di fari lontananti
e notte sfuma nel nulla i dintorni.

* * *

Eco e Narciso

si se non noverit (Ovidio)

Nella liquida piega degli sguardi
fuggiti per l’incastro sulle vie,
mi conoscevo, specchio di frammenti:
così la luce inclina i raggi tardi
per polveri, increspandosi di scie,
se la rifrange l’onda in cerchi lenti
e in bagliori ravviva argini spenti:
e tu ti compiacevi d’un incontro
di bagliori di terra, alee di un’orma
priva di corpo, inganno della forma
per l’ombra d’un’immagine riflessa.
Senza risposta, ci veniva incontro,
al mimo eguale di danza compressa,
un ritornare equivoco di gesti,
come di chi, sorpreso in vetro, resti.

Straniata dalla via, lungo nascosti
cammini, ascolto un tremare di voci,
come d’un’onda quieta in lisci sassi:
così rispondo i non miei suoni imposti
per la parola d’altri, se alle croci
è un lontano distogliersi di passi:
e il tuo perso cercare che restassi
al rispondere, è inganno d’un cristallo,
da cui tornano pallidi i contorni
agli occhi, quasi che nube contorni,
per un velo di polvere sui vetri,
i rimbalzi d’un suono in vuoto stallo.
Così deluso al mio richiamo impietri,
perché io in voci rotte mi consumi,
in parole che tu nel vento sfumi.

Mi reclino, riflesso, in steli d’ombra
–serpeggiano, sull’orlo delle foglie
che segnavano forma aspra al mio volto:
da mani tese al buio, dove voci ómbra,
un riflesso di suoni ora si toglie
e il segno del tuo viso in nulla è vòlto,
già con la brezza perdersi lo ascolto,
e svanisce ogni corpo nella fuga,
se ti fai spuma a un’onda di parole
persa nel vuoto di rocciose gole.
Così il vento ha il colore d’un’assenza
e il sussurro si increspa in una ruga
che rompe in stille di resipiscenza:
ogni tua spenta linfa apri in rugiada,
scoppi in gocce nell’alba all’erba rada.

La materia già in voci si assottiglia,
non è incontro, per te, che di sentieri
nel silenzio, alla sponda d’un’attesa,
se l’onda della fonte ora bisbiglia
senza spuma né fondo di misteri,
e la tua immagine al buio è già arresa:
ti stempera la notte, ecco, più tesa
del laccio che tendevi alla tua preda,
straniata, da carpirla alle tue reti:
caduto con la polvere dei greti,
adesso sfumi piano in pozze scure,
quasi che ai giorni la memoria creda:
e tenderti vorresti con le dure
tenebre in un abbraccio oltre l’abisso,
ma non resta di te che un volto scisso.

Il corpo prende forma di corolle
d’acceso croco fra l’erba e la rena,
alla sorgente dalle sponde morte:
ritrattomi così nell’urna molle,
richiudo i petali e, consunta vena,
la stagione li sgrana in lieve morte;
altro sguardo è precluso alle mie porte,
se creatura sorella è persa, al fondo
che di tenebre cerchiano le gore.
Qui non giunge che un’esile rumore,
se carezza di steli aridi cade
e gli ansiti si posano in profondo.
Così, suadente voce, il buio pervade
la fonte chiara e il bosco e il canto cupo
della ninfa, se il vento orla il dirupo.

Adesso il nodo si scompone in frange
di rami desolati al freddo giorno,
che radica i silenzi in ghiaccia luce:
sulla pelle dell’aria il suono piange,
se fioco abbraccio d’ombra vana torno
che dal vuoto sottile ora seduce:
così la notte vacua noi conduce,
e ti conosci, al respiro di vènti
in voce che riviene, adesso, scabra
se replica la pietra al canto, glabra:
ed io mi specchio in te, che ti ripieghi
nel mio nulla fraterno, ora che senti
disperderti in folate, ai miei dinieghi:
così la rispondenza si risolve
nel riflusso leggero che ci solve.

Parola che interrotta sulle foci
delle labbra svanivi al vento cieco,
così mi rispondevi a tempo l’eco
riflessasi per me nell’acqua china,
e consunta in corolle fra le voci:
ma ripiegando, il tempo si reclina,
e richiusa è la forma nei frantumi
degli sguardi incrinati in spenti lumi.

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