Gli anni meravigliosi #17: Erich Fried

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Fried_Lebensschatten

La diciassettesima tappa della rubrica propone un testo di Erich Fried, poeta divenuto famoso per le sue Liebesgedichte (“Poesie d’amore”), raccolta del 1979. Il testo presentato qui è invece tratto dalla raccolta Lebensschatten, del 1981. Il titolo della raccolta (“Ombra della vita”) si richiama apertamente all’ultima silloge del poeta Georg Heym, Umbra vitae. Fried aggiunge, tuttavia, un ulteriore senso alle ombre: oltre a quelle gettate dal passato sul presente, si allude qui ad altre ombre che, in nome di altri, dovremmo lanciare. In tal senso la raccolta Lebensschatten si ricollega a quella del 1978, 100 Gedichte ohne Vaterland (tradotta in Italia da Gabriella Napoli Rovagnani e pubblicata da Feltrinelli nel 1979 con il titolo Cento poesie senza patria), nella quale Fried affronta i temi scottanti degli anni di piombo – penso in particolare alle liriche Auf den Tod des Generalbundesanwalts Siegfried Buback e Die Anfrage. L’attività di traduttore di Shakespeare, T.S. Eliot, Dylan Thomas, Edith Siwell, David Rokeah lascia le sue tracce, solide e nella direzione di una pluralità dell’ascolto, anche nella raccolta Lebenschatten.

Disposizioni

Si dice
che il poeta
è uno
che mette insieme
parole

Non è vero

Un poeta
è uno
che le parole
grosso modo
assemblano

se ha fortuna

Se è sfortunato
le parole
lo squartano

Fügungen

Es heißt
ein Dichter
ist einer
der Worte
zusammenfügt

Das stimmt nicht

Ein Dichter
ist einer
den Worte
noch halbwegs
zusammenfügen

wenn er Glück hat

Wenn er Unglück hat
reißen die Worte
ihn auseinander

Erich Fried, dalla raccolta Lebensschatten, 1981
(traduzione di Anna Maria Curci)

6 comments

  1. Gianni e Marisa avete pienamente ragione: la chiusa colpisce al centro e maledice l’artista che comunque, quale sia il suo destino, se fortunato se sfortunato, a esso non può sottrarsi.
    tra l’altro nella chiusa io vedo pure un’eco classica; un rinvio al mito di Marsia, perciò all’osare con le parole ciò che all’uomo comunque non sarebbe concesso.
    grazie Anna Maria.

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  2. Conoscevo già Fried, ma è sempre un piacere rileggerne alcune poesie. A colpirmi è soprattutto la sua attenzione alle parole della lingua tedesca, spesso così sintetiche e dense di tanti materiali linguistici, che lui va poi a decostruire. Come se giocasse davvero a lasciarsi squartare dal linguaggio.

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  3. Conoscevo già Fried, ma è sempre un piacere rileggerne alcune poesie. A colpirmi è soprattutto la sua attenzione alle parole della lingua tedesca, spesso così sintetiche e dense di tanti materiali linguistici, che lui va poi a decostruire. Come se giocasse davvero a lasciarsi squartare dal linguaggio.

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