tre inediti

alba a Papanice

Appunti di moleskine



La moleskine e le poesie di Walcott in cucina:
oggi leggo e scrivo qui, con l’affacciata ad est,
e mi abbandono un po’, dimenticandomi –
fuori il feroce Minosse si è calmato, la pietà del clima ironizza
una frescura fuori stagione;
ritorno alle mie pagine, cerco un finale per un articolo,
la fuga della penna testimonia un silenzio che non so dire;
mi restituisce questa prosa una quotidianità già conosciuta,
ha sapore di terra e di carta questa lotta –
puntualmente persa – della parola che non tiene.




Inatteso



L’aria frizzante è un invito; abbraccio l’iperborea luce
nell’aurora, mentre sento da un balcone più in là un inatteso
Bach (suite numero 1) eseguito da Feeley – il momento sembra rilasciare
sentori che arrotondano le spine dei giorni.
Cambio mente ad ogni passaggio di ora, restando uguale.
Chiuso nel tempo della parola, per ora non so desiderare
altro che fondere il pensiero
con le note di questa suite che albeggia di là
due vicoli, più oltre.




Faccio in modo che rimanga qualcosa nel fondo



Faccio in modo che rimanga qualcosa nel fondo
del mio occhio, che la retina possa catturare situazioni, colori
ambienti e stati d’animo
perché qualcosa rimanga – residuo, voce, ossidazione del tempo –
da disseppellire dal fondo del mio ippocampo.
Guardo mia moglie dormire, e la sua figura attuale
fa rimbalzare nella mente sorrisi da bar,
noi all’epoca già vecchi fidanzati di gioventù.
La voce del tempo diventa allora un sapore di vento
che percorre immagini sovrapposte come abbagli,
epifanie, le uniche vere pupille
quando la verità recupera il suo silenzio.


© Davide Zizza

14 comments

    1. Faccio in modo che rimanga qualcosa nel fondo

      Faccio in modo che rimanga qualcosa nel fondo
      del mio occhio, che la retina possa catturare situazioni, colori
      ambienti e stati d’animo
      perché qualcosa rimanga – residuo, voce, ossidazione del tempo –
      da disseppellire dal fondo del mio ippocampo.
      Guardo mia moglie dormire, e la sua figura attuale
      fa rimbalzare nella mente sorrisi da bar,
      noi all’epoca già vecchi fidanzati di gioventù.
      La voce del tempo diventa allora un sapore di vento
      che percorre immagini sovrapposte come abbagli,
      epifanie, le uniche vere pupille
      quando la verità recupera il suo silenzio.

      Questa è una bellissima poezia, antologica direi!

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  1. “le uniche vere pupille
    quando la verità recupera il suo silenzio”

    versi molto belli

    “perchè qualcosa rimanga nel fondo” – residuo, voce, ossidazione del tempo –

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  2. Molto belle queste poesie in cui l’intimità del fare poesia si unisce all’intimità del quotidiano in cui le cose e le persone (penso alla moglie che dorme ma anche a Walcott presente con la sua poesia – penso alla moleskine, alla penna, alla finestra) sono i punti fermi a cui il poeta lega la sua parola perché tenga. E mi pare che tenga bene e anzi lasci affluire in superficie la verità della bellezza così come nelle sue epifanie la sanno cogliere i poeti. Grazie Davide. Lucianna Argentino

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    1. Ti ringrazio molto, Lucianna, per il tuo commento che ha centrato con precisione il senso di quanto volevo dire in questi versi. Davide

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  3. Tre liriche che appaiono come spaccati di quotidiano, attimi fuggenti di cui solo qualche attimo dopo non ci si ricorda più; vissuti istantanei e immediatamente disciolti in quel flusso di coscienza e tempo che è il divenire dell’esserci nell’essere, e che senza ombra di dubbio o scetticismo siamo noi. Tre liriche che dicono simultaneamente due eventi: il trascorrere e il permanere; l’Io continuamente diluito in kronos e lo stesso Io che si erge a segno grafico, traccia, scrittura, cifra che tenta una resistenza, parola che non solo “recupera” ma che si oppone testardamente al “silenzio” che fatalmente segue ad ogni pronuncia. La poesia è anche questo: ribellarsi al silenzio, salvare l’Io dalla nullificazione a cui il divenire destina, dichiarazione d’identità in una Storia che presto dimentica nomi e cognomi. Il tono, il registro espressivo del quotidiano ne è la conseguenza (ma ritengo che si tratti di scelta intenzionale di canone), e non potrebbe essere altrimenti quando l’Io poetante sceglie di rimanere nella dimensione della realtà e del vissuto, quando il neo-platonismo o il neo-sublime non riescono più ad essere categorie filosofiche ed esistenziali attraenti o semplicemente capaci di dare spessore e senso a quel sentimento della vita che si sente scorrere dentro. Qui si tratta di parola che intenzionalmente -e poeticamente- ha “sapore di terra e di carta”, parola che non è professione di materialismo e nemmeno di ‘superficialità fenomenica’; qui il quotidiano non è quella dimensione troppo spesso bistrattata da tanta critica, quasi si trattasse di uno scarto poetico, del parente scemo dell’aulica, ma è il quotidiano emozionale della poesia e non quello descrittivo e tautologico della prosa. “Guardo mia moglie che dorme…” è sì una fotografia, un’istantanea, una riproduzione realistica, ma non ci vuole molto poi ad avvertire quali echi, quali momenti emozionali (“epifanie”) quella scena innesca, mette in moto, come fosse un pretesto, un sasso nell’acqua i cui cerchi poi si distendono e allargano, si dilatano distanti.
    E in fondo, la vita è forse qualcosa d’altro da ciò che quotidianamente viviamo?

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    1. Mi rivedo in ogni parola del tuo intervento dettagliato e ti ringrazio per l’attenzione, caro Francesco. Soprattutto nel passo dove dici che il quotidiano da me inteso e’ quello emozionale della poesia, quello e’ sempre uno dei temi che cerco (spero) di trasmettere. Ti ringrazio per la tua lettura.

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