Mese: ottobre 2012

David Foster Wallace – Il re pallido

DAVID FOSTER WALLACE – IL RE PALLIDO – EINAUDI STILE LIBERO 2011

«La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…». La bellezza di queste poche righe (pag. 184) giustificherebbe da sola la lettura de Il re pallido il romanzo postumo di David Foster Wallace (morto suicida il dodici settembre del  2008), senza dubbio lo scrittore più amato della sua generazione. Un genio assoluto della letteratura. Righe che sembrano quasi un presagio. Pur rilevando i  contrasti, che sempre suscita un lavoro incompleto di uno scrittore, chi ha amato DFW e suoi libri precedenti (Infinite jest su tutti) non potrà fare a meno di amare questo libro. Una buona metà del romanzo è totalmente scritta e revisionata dall’autore stesso, la seconda è stata assemblata, con gli appunti e parziali scritture di Foster Wallace, dal suo amico e storico editor Michael Pietsch, che ne ha curato la stesura definitiva e pubblicazione. La storia racconta l’anno in cui DFW lavorò effettivamente per l’Agenzia delle entrate dell’Illinois. Semplificando potremmo dire che questo libro è la perfetta trasposizione narrativa della Noia, la dimostrazione che il talento per l’invenzione letteraria può tirare fuori miracoli anche dai più (apparentemente) soporiferi lavori del mondo. Nel romanzo troveremo: digressioni, finte prefazioni, introduzioni a storia già cominciata da un pezzo, personaggi surreali, a volte comici, a volte addirittura solenni, altre commoventi. La storia ambisce a restituire alla noia una sua dignità, una certa empatia e ci riesce. DFW ci concede pagine intere di scrittura memorabili, frasi che mozzano il fiato. Non ci si separa facilmente da questo libro così come non ci si è separati facilmente dal suo scrittore. “Siccome respiriamo tutti, tutto il tempo, è sbalorditivo quando qualcuno ti indica come e quando devi respirare. E con quale chiarezza uno totalmente privo di immaginazione veda una certa cosa se gli dicono che ce l’ha davanti, corredata di ringhiera e guide di gomma, che curva a destra sul fondo inoltrandosi in un’oscurità che si ritrae davanti a te. Non è come dormire. Né la sua voce si modifica o sembra ritirarsi. Lei è lì, parla con calma, e anche tu.” La malinconia che attraversa questa narrazione, in alcuni passaggi, è talmente intensa che sembra quasi si possa toccare con mano. Fa quasi male. Restano quando si arriva alla fine alcuni dubbi, si sta sospesi tra la meraviglia e le domande. Come sarebbe stato questo libro se a portarlo avanti fosse stato il solo DFW? Quali altre pagine memorabili avremmo letto se il lavoro di cucitura e riduzione l’avesse fatto lui? Pietsch stesso, nell’introduzione, spiega d’aver cercato di toccare il meno possibile, addirittura di non aver tolto, nelle parti da lui lavorate, le molte ripetizioni che DFW avrebbe eliminato sicuramente. La differenza, però, si sente, forse quest’opera a metà tra romanzo e saggio avrebbe meritato un’edizione diversa, magari critica. Difficile darsi una risposta. Quello che conta è che questo libro adesso è qui e almeno per la straordinaria bellezza (inarrivabile) di molte pagine merita di essere letto. David Foster Wallace è uno scrittore che ringrazieremo e rimpiangeremo per sempre.

Gianni Montieri

Nota: recensione pubblicata sul numero 11 (maggio/giugno) della rivista QuiLibri

Andrea Zanzotto. Un anno. Una poesia

OLTRANZA OLTRAGGIO

Salti saltabecchi friggendo puro-pura
nel vuoto     spinto     outré
ti fai più in là
intangibile – tutto sommato –
tutto sommato
tutto
sei più in là
ti vedo nel fondo della mia serachiusascura
ti dentifico tra i non i sic i sigh
ti disidentifico
solo no solo sì solo
piena di punte immite frigida
ti fai più in là
e sprofondi e strafai in te sempre più in te
fotti il campo
decedi verso
nel tuo sprofondi
brilli feroce inconsuntile nonnulla
l’esplodente l’eclatante e non si sente
nulla non si sente
no     sei saltata più in là
ricca saltabeccante     là

L’oltraggio

 

Lemmario per Anedda

di Marilena Renda 




Fantasmi

Tutti sanno, per contatto più o meno prolungato con l’oggetto, che i fantasmi difficilmente lasciano la presa sui viventi. Spesso sono i viventi, però, ad aggrapparsi ai fantasmi, a mettere un nome sopra le immagini fantasmatiche e archiviarle tra le cose che li fondano. C’è una grande libertà, però, nel lasciarli fuggire, e ancora maggiore nel lasciar cadere i nomi; non solo la loro arbitrarietà è sgradevole, ma nei riti di passaggio i nomi tengono ferma la carne e impediscono il movimento. Che c’è di meglio che perdere un nome per dimenticarsi? A quel punto è più facile perfino prendere sonno.

Cucire

Con un identico movimento si cuce e si scuce. Già nella Vita dei dettagli, lei cuciva i pezzi di giacca dell’amato sui propri oggetti domestici, per incorporarlo tra i suoi Lari e non farlo fuggire dalla prossimità del corpo. Cucire significa non far fuggire l’ultimo resto della Presenza (e si sa, la Presenza è un attributo della Divinità). Si cuce per tentare un’incorporazione, e gli aghi possono farlo meglio delle parole. Si cuce per addensare il Tempo.

Pronomi

Si scivola dall’uno all’altro senza fare tante storie.

Immagini

Le immagini non meritano un eccessivo rispetto: sono semplicemente un tavolo da lavoro. Occorre pestarle e ripestarle, come il seme biblico, perché diano senso. Sono il testo a fronte della memoria; ma se con loro non ci si prende delle libertà diventano immediatamente inerti. Il dettaglio porta più lontano, l’anonimato della figura è quasi sempre un sollievo (anche le persone più care è bene che restino senza nome). Perché ostinarsi con l’intero quando i pezzi raccontano una storia in modo tanto più eloquente?

Spazio

“Contro il tempo trovammo l’arte dello spazio”. E’ una prospettiva molto ebraica: se il tempo risulta invivibile, l’unica dimensione salvabile resta lo spazio. Nell’ordine: spazio della paura estiva, spazio della paura diurna, spazio dell’invecchiare, spazio dell’acqua domestica. Anche in questo caso, ad essere in gioco è la libertà, la possibilità di trovare – nello spazio – agio sufficiente e riparo.

Voce

Riecheggiare, ma non essere posseduti dalle voci altrui. Se si diventa cassa di risonanza e si lascia che i morti attraversino lo scheletro del corpo, allora i giorni e le notti passeranno quasi incruenti. Il soggetto retrocede sullo sfondo, qua e là ne emergono pezzi doloranti ma silenziosi. Conta davvero il nostro dolore? Forse, se non gli diamo importanza, se ci poniamo dietro le quinte del nostro scontento, vedremo un paesaggio diverso, di tregua. Immagini di una donna che stende le lenzuola, guarda il tempo che farà, accende la luce, distende la schiena, abbozza un gesto di riconoscimento.

Polvere

Tutto sommato, lasciarla depositare è cosa saggia. Non compiere gesti superflui, tendere alla sobrietà del vegetale, al silenzio. “Adesso c’è silenzio. So che non torna più nessuno ma che esiste una tregua: questa, ora, tra mezzogiorno e l’una”.


Antonella Anedda, Salva con nome, Mondadori, Milano 2012, pp. 119, 16 euro.

[Già su Alfabeta2, luglio 2012]

Virgole di poesia: al via la terza stagione su Radio Ca’ Foscari!

VIRGOLE DI POESIA riparte il 17 ottobre su Radio Ca’ Foscari

a cura di Anna Toscano e Alessandra Trevisan

 *

tutti i mercoledì alle ore 22.00

su Radio Ca’ Foscari

www.radiocafoscari.it

Virgole di poesia è un programma di cultura poetica in onda ogni mercoledì alle 22.00 su Radio Ca’ Foscari, radio web d’Ateneo, che giunge quest’anno alla terza stagione.

Con più di trenta puntate all’attivo che hanno visto ospiti voci del Novecento e del Duemila, Virgole di poesia prosegue il proprio percorso nella lirica contemporanea, sfruttando un mezzo di comunicazione congeniale come la radio, che fa perno sulla voce e sull’ascolto, parla all’immaginazione, al cuore e alla mente, ed è perfetta per la diffusione della poesia.

Ogni mercoledì alle 22.00 su http://www.radiocafoscari.it si potrà ascoltare mezz’ora di reading & musica.

I poeti “superviventi” invitati a leggersi saranno moltissimi anche quest’anno, già son stati ospiti Anna Maria Carpi, Bianca Tarozzi, Renzo Favaron, Piero Simon Ostan, Francesca Ruth Brandes, Silvia Bre, Guido Oldani, Gianmarco Busetto e molti altri.

La novità della terza edizione, che già serpeggiava nelle precedenti ma che sarà conclamata in questa, è la presenza di autori che scrivono in più lingue o in diversi dialetti che si leggeranno: ascolterete dunque poesia in più lingue e in più dialetti! Le voci dei poeti “stramorti” invece saranno lette dalle ideatrici del programma Anna Toscano e Alessandra Trevisan, rispettivamente docente e studentessa di Ca’ Foscari, e, com’è consuetudine, ci sarà l’intervento di alcuni studenti del CLA Centro Linguistico di Ateneo o di studenti altri, che leggeranno in italiano e poi tradurranno nella loro lingua madre gli autori scelti.

Dal giorno seguente la messa in onda, sarà possibile scaricare il podcast dal sito di RCF.

Quest’anno Virgole di poesia introduce una seconda novità e sceglie di utilizzare solamente musica rintracciata su piattaforme web di pubblico dominio, musica ‘downloadable’ messa cioè a disposizione dagli artisti che l’hanno creata per essere non solo condivisa in rete bensì scaricabile gratuitamente. Ogni puntata avrà dunque come sempre una soundtrack ad hoc, reperita su piattaforme quali ‘soundcloud’ o ‘bandcamp’ o altre tra le più famose nel mondo, in cui artisti internazionali caricano musica quotidianamente. Si passerà dal jazz che caratterizza Virgole da ben due anni – la nostra sigla contiene una rarissima lettura di versi in italiano di Chet Baker –, alla musica contemporanea, anche minimal, strumentale per lo più, nella convinzione che, operando noi in un contesto giovane e sperimentale quale è quello di una radio web universitaria come Radio Ca’ Foscari, questa scelta musicale apporti nuova qualità al programma e conceda di differenziare ancora di più il format nonché dia valore aggiunto ai testi poetici che si ascolteranno.

Solo 1500 n. 67 – La separazione dal soggetto

Solo 1500 n. 67- La separazione dal soggetto.

Il fotografo milanese Franco Vimercati (1940\2001) ha ritratto, per molti anni, oggetti. Molto spesso un unico oggetto per un lungo periodo, stesso scatto in ore diverse con luce diversa, o in giorni diversi di stagioni diverse. Famosissime sono, ad esempio, le serie de Il ciclo della zuppiera e delle Bottiglie d’acqua minerale. Vimercati a un certo punto della sua vita da fotografo decide di attuare quella che ha chiamato Separazione dal soggetto, concentrandosi solo sull’oggetto. Creando con questo un rapporto intimo. Il fotografo e l’oggetto. Per settimane, mesi. Quasi due amici. Col tempo poi Vimercati attua un passaggio successivo che renderà l’oggetto non più ciò che sta al centro della foto ma lo strumento che permette che la fotografia si realizzi. Lo farà mettendo gli oggetti rovesciati, davanti all’obiettivo. “Sono rovesciati perché la fotografia è così in fondo: l’oggetto viene proiettato sulla lastra al rovescio e quindi capovolgerlo per renderlo leggibile a questo punto a me non interessava. A me interessava che avvenisse la fotografia che scoccasse la fotografia.”. Questo tipo di lavoro mi ha molto colpito. La ricerca che porta a ritenere la fotografia l’atto, lo strumento, il soggetto. La fotografia in sé più importante di ciò che ritrae, in un rapporto che cambia un po’ le carte in tavola. La bellezza dello scatto è nello scatto stesso. Mi viene da pensare che il momento del click realizzi l’armonia tra più complici: il fotografo, il soggetto, la macchina, la luce, la pazienza. Le opere di Franco Vimercati sono esposte in questo periodo a Palazzo Fortuny a Venezia, all’interno di “Autunno a Palazzo Fortuny”. Mostra e Palazzo valgono bene une visita.

Informazioni qui : Autunno a Palazzo Fortuny

Gianni Montieri

Giovin/Astri – edizioni Kolibris (comunicato)

Le Edizioni Kolibris di Chiara De Luca, emigrate in vista dell’autunno a Ferrara, rilanciano la collana di poesia “Giovin/astri”, che sarà diretta da Matteo Bianchi. Dopo la pubblicazione del volume antologico Quattro giovin/astri nel 2010, che includeva testi di Francesco Iannone, Anna Ruotolo, Vittorio Tovoli e Federica Volpe, continua la ricerca di nuove voci liriche fresche e coerenti, capaci di manifestare entusiasmo e stupore , con un’attenzione particolare agli under 30.

Per informazioni e proposte:

matteo.bianchi@edizionikolibris.eu

http://www.edizionikolibris.eu/

Interviste credibili # 6 – Luigi Socci

(chiacchierata svoltasi nel cuor dell’estate tra l’andata in vacanza dell’intervistato e l’attesa della propria dell’intervistatore.)

Ciao Luigi comincio con tre domande di servizio. Sei a conoscenza del fatto che molta gente ritenga il Rosso Conero un tramonto? Potrebbero avere qualche ragione?

Rosso di sera in effetti bel tempo si spera. Have a good time, specialmente abusandone. Quando ero piccolo ricordo che il Rosso Conero (a proposito è un vino) sapeva di tabacco, almeno così sembrava alle mie giovani e inesperte papille. Ora, grazie ai processi omologanti dell’enologia moderna, si è reso abboccato, amabile, pieno di sfumature e di retrogusti di bacche rosse (che poi di che cazzo sappiano queste bacche rosse, magari velenose, nessuno lo sa), in una parola: ruffiano. Proprio come un tramonto. Ma scusa: questa sarebbe una domanda di servizio?

Ancona è un’isola?

Mmmm, non dirmi che siamo su candid camera. Comunque provo a risponderti anche se mi fido poco. Potrebbe anche darsi, in questo caso però i ponti che porterebbero ad essa dovrebbero essere assai ben dissimulati. Non un’isola felice, comunque. Ischerzi a parte la singolarmente puntuta conformazione geografica della mia città (dal greco Ankon, che vuol dire gomito) fa sì che ad Ancona sia possibile vedere il sole (a seconda dei punti in cui ci si trova) sia sorgere che tramontare sul mare. Detto questo però se sei in grado di vederle entrambe vuol dire che soffri d’insonnia. 

Pagliarani era (è) il più bravo di tutti?

Complimenti per la stringente logica con cui si susseguono le domande. In particolare mi sembra che quello della consequenzialità sia per te un valore irrinunciabile. Sei sicuro di aver copia-incollato bene?

Pagliarani ci mancherà, questo è certo. “Un gigione” secondo la definizione di un suo illustre compagno di strada di cui non faccio il nome. In Italia va la poesia seriosa (non seria) e musona, e lui certo musone, almeno in versi, non lo era. Non so se davvero fosse (sia) il più bravo di tutti ma “La ragazza Carla” è capolavoro assoluto del secondo novecento italiano e su questo non ci piove. Piove invece sui meccanismi editoriali del bel paese se  il garzantone  che ne contiene (conteneva) l’opera omnia è nuovamente esaurito rendendone irreperibile un’altra volta gran parte della produzione. Il fatto di non aver ricoperto posizioni di potere, d’essere fuori dai giochi (“non ho capacità d’incidere ”mi disse al nostro primo incontro) lo rendeva particolarmente umano e simpatico (ma lo perseguita ancora, evidentemente). Bravissimo, contrariamente alla media italica nostra, anche in fase di esecuzione vocale dei propri testi (di performance, diremmo oggi), e in grado di suscitare empatia come pochi in chi lo ascoltava. Purtoppo il materiale video che gira non gli rende onore.  

Non lamentarti, era per venire incontro alle tue agilissime abilità mentali.Assodato che non sia il numero di libri editi a fare  un poeta, ti sei dato delle spiegazioni circa l’affannosa corsa alla pubblicazione di cui sono vittima molti?

Un combinato disposto di inconsapevolezza e narcisismo. A tutti piace vedere il proprio nome stampigliato in copertina e mettere nella nota biobiblio un corposo numero di titoli, è il modo più semplice per auto attribuirsi la patente di poeta. Pubblicare oggi poesia da noi, a patto di scendere a umilianti compromessi, non è certo difficile, ma i poeti, con o senza esistenza cartac(c)ea  restano condannati all’invisibilità. Ma il mito permane, inossidabile. Non so se è vero ma mi si dice che la Garzanti pretenda dai sui autori, per contratto, un libro ogni cinque anni! Pensa pure che c’è un editore delle mie parti che ha preparato un dizionario dei poeti contemporanei in cui chiunque, a patto di aver pubblicato almeno tre libri poteva, a richiesta, essere incluso. Una specie di elenco telefonico in cui io, se avessi voluto, non sarei neanche potuto entrare. In ogni modo per chi, come me, coltivi un’idea di poesia ad alta vocazione comunicativa, l’importante è pubblicare per un editore, piccolo o grande non importa, che gli assicuri di superare la strozzatura (vero scilla e cariddi d’oggidì) della distribuzione.

Tu sei il direttore artistico de “La punta della lingua”, festival letterario giunto felicemente alla settima edizione , credo che uno dei segreti del successo sia dovuto al fatto che siate sempre riusciti a mantenere (oltre che l’alta qualità) anche un equilibrio tra poesia riconducibile a canoni più “classici” e poesia che sperimenta. Ragionando in termini di bellezza, potremmo dire che tradizione e rinnovamento siano destinati a incontrarsi, per forza, e più volte, lungo la strada?

La punta della lingua è la continuazione della mia poetica  con altri mezzi (evenemenzialI, in questo caso). Alto e basso, dotto e popolare, comico e tragico, tradizione e rinnovamento ci possono agevolmente convivere. L’importante è appunto la qualità per cui ho un criterio di selezione altamente scientifico: il mio (il nostro, perché non decido tutto da solo) proprio gusto. C’è inoltre un altro piccolo segreto etico: non cedere mai a logiche di convenienza, di scambismo, di reciproci favori o di etichetta istituzionale; il successo di un festival lo fa la soddisfazione del pubblico e il pubblico (che non è sciocco e non ama essere truffato) se sente puzza di autoreferenzialità e di logiche conventicolari se ne scappa (giustamente) a gambe levate e il lavoro (duro e pluriennale) di convincimento che la poesia non è il peggiore dei mali rischia di andarsene in fumo. Per quanto riguarda la necessità di fecondi e continui rapporti tra tradizione e sperimentazione, a parte la banale considerazione che tutti i grandi poeti sono stati (a modo loro e per il proprio tempo) degli sperimentatori, di più non posso dirti perché il discorso sarebbe troppo lungo e complesso. Posso dirti però come queste due estremità convivano nella mia, di poesia. Il mio rapporto con la tradizione è spesso di stampo parodistico, in un atteggiamento non dissimile da quello dello scolaro che per esorcizzare il grande fascino che subisce dalla sua compagna di scuola ne intinge le trecce nella boccetta dell’inchiostro. Per un procedimento di questo genere Guido Almansi e Guido Fink parlano di “falso consacrante”; a me piace parlare invece di “parodia amorosa”.

 

Una delle tue poesie che preferisco è Ultima prima al “Na Dubrovka (testo ispirato dalla strage del 23/10/2002 al teatro moscovita del titolo, quando alcuni terroristi ceceni presero in ostaggio gli spettatori). Mi piace moltissimo la maniera con cui hai raccontato in versi  l’episodio (tu stesso spieghi che il testo dovrebbe essere una lunga didascalia in versi all’immagine della giovane terrorista addormentata-morta in poltronissima), parto da questo testo (ma penso anche alla tua produzione poetica in generale) per chiederti, quanta fatica costa non essere banali?

Più che di originalità (che poi non è un valore di per sè) preferirei parlare, per me, di uso della facoltà immaginativa. Facoltà che mi sembra abbastanza atrofizzata tra tanti miei sodali, dediti ad un nevrotico e autofustigatorio autocontrollo. Già Leopardi, nello Zibaldone, metteva in guardia i suoi contemporanei sul rischio che si corre, in poesia, a non voler correre rischi, per cadere poi nella mediocrità (“in voli bassi”) di chi non osa alzarsi “con quella negligente e sicura e non curante e dirò pure ignorante franchezza” per paura “del biasimo e del ridicolo”. La fatica che costa oggi non essere banali è la fatica di sopportare la diffidenza di una cricca di pedanti controllori di un presunto gusto medio. Una fatica agevolmente sopportabile, dunque.   Del resto il concetto stesso di “gusto medio”, nell’assenza di lettori che affligge la poesia italiana degli ultimi anni, è già un assurdo. Viva i poeti pescati a pisciare in flagrante fuori dal vaso comunicante!   

Ci sono alcune foto in bianconero (anni settanta e anni ottanta) dove si vedono insieme: Porta, Raboni, Giudici, Sanguineti, Bertolucci, Zanzotto e altri grandissimi, fossi tu un fotografo oggi, chi includeresti nello scatto?

Sono un pessimo fotografo. Le mie istantanee riescono regolarmente sfocate o fuori quadro, quando mi ricordo di inserire il rullino. Comunque di quella generazione che indichi, volendo rimanere al bianco e nero, gli unici soggetti da mettere in posa, in quanto sopravvissuti, sarebbero Giampiero Neri, Nanni  Balestrini, Franco Loi , Nelo Risi e Emilio Isgrò (questo non lo conoscevi eh?). Nella generazione successiva, assai nutrita, mi sembrano particolarmente fotogenici Franco Buffoni, Umberto Fiori e Vivian Lamarque (magari anche Attilio Lolini, Pusterla, la Cavalli, il Benedetti di Umana Gloria, il Cucchi del Disperso, il penultimo Milo De Angelis,  il Villalta di Vanità della mente, sullo sfondo). Man mano che si scende di generazione in generazione i valori mi sembrano però assottigliarsi e divenire meno chiari. Sono d’accordo, purtroppo, con chi dice che c’è un progressivo deterioramento della qualità. Nella mia generazione metterei Andrea Inglese e Aldo Nove (sono nati lo stesso giorno dello stesso anno lo sapevi?), forse Fabio Franzin (quando scrive in dialetto) e Edoardo Zuccato, per salvaguardare le quote rosa, Elisa Biagini (fino a un certo punto della carriera) e l’appartatissima Giovanna Marmo. Ma ce ne sono anche altri, autori di singoli buoni libri. Se guardi i programmi delle 7 edizioni della punta della lingua ce li trovi. Ma già domani potrei cambiare idea. 5 anni fa t’avrei detto altri nomi.

Sapevo del compleanno in comunità dei due. Isgrò è un colpo basso, lo conosco ma da poco, quindi è  come se non lo conoscessi. Esistono ancora editori con lo spirito giusto, con la voglia di rischiare su un poeta giovane, solo perché bravo?

Pochi e misconosciuti. Ultimamente mi sembra che uno dei più coraggiosi, per gli esordienti, sia “Le voci della luna” ma, ahimè, ahinoi, ahitutti, i libri non li distribuisce.

Le Marche (o la Marca, come si dice lì)è una regione piena di poeti giovani e molto bravi, siete pronti all’invasione?

Stiamo preparando, con alcuni sodali “di marca”, un incontro sulla nuova poesia marchisciana. L’incontro si dovrebbe tenere in Umbria, che di nuove leve è singolarmente sprovvista. Il fine è annetterla senza troppi spargimenti di sangue. Abbiamo bisogno di spazio vitale per i nostri enjambements.

Quali sono per  te i film della vita, quelli ai quali ritorni spesso?

La domanda è irricevibile. Sono centinaia, almeno, e la classifica cambia continuamente. Comunque tanto per spararne qualcuno: Psyco, Sunset Boulevard, Dr. Strangelove, La dolce vita, Apocalypse now, Fargo, Goodfellas, La confessione, L’angelo sterminatore, L’uomo che amava le donne, M il mostro di Dusseldorf, Quarto potere, il Circo di Chaplin ETC ETC ETC. Dell’ultimissima stagione direi Miracolo a Le Havre di Kaurismaki (unico esempio esistente di irrealismo socialista) e l’iraniano Una Separazione. Mi piacciono meno registi mistico-pittorici o filosofico-estetizzanti, oggi molto quotati come Malick, Greenway, Wenders, Sokurov o Lynch.

Quali sono, invece, i poeti e gli scrittori che ti hanno ispirato, appassionato,  insegnato?

Uffffa, la domanda è triplice, oltretutto. Stiamo al gioco, te ne dico un po’ a casaccio, anzi a coppie: Dante e Bret Easton Ellis, Vonnegut e Cavalcanti, Kafka e Jacopone da Todi, Arnaut Daniel e Flaubert, Caproni e Celati, Palazzeschi e Fitzgerald, Aldo Nove e Scataglini, Volponi e Gregory Corso, Pasternak e Andrea Pazienza, Pagliarani e Enzesberger, Clemente Rebora e i Fall di Mark E. Smith, Corrado Costa e Freak Antoni, Gozzano e Lou Reed, Montale e Philip Dick, Poe e Rabelais, Lovecraft e Fenoglio, Raffaello Baldini e Brecht, Beckett e Sbarbaro, Carver e Camus, Catullo e Burroughs, Bulgakov e Antonio Rezza, Gombrowitz e Will Eisner, Gadda e G.Gioacchino Belli, Sanguineti e Mark Twain, Auden e Agota Kristof, Luigi Di Ruscio e T.S.Eliot, Cioran e Alan Moore,  Tony Harrison e Enzo Jannacci. Tiè.

Sopravvalutati: Philip Roth, Don De Lillo, Houellebeq e D.F.Wallace  

(Non sono d’accordo con le sopravvalutazioni De Lilliche e Foster Wallaciane, ma ti perdono.) Ritieni che le Antologie servano ancora  a qualcosa?

No, troppo voluminose per metterle sotto uno zampo del tavolo che non spiana bene. A parte la battuta il furore millenarista che ne ha prodotte diverse sul secondo novecento italiano ha dimostrato che rischiano di essere mappature perlomeno provvisorie. Un po’ come cercare di costruire un mappamondo alla vigilia della deriva dei continenti. La distanza temporale insufficiente impedisce uno sguardo critico sereno. Ad un lettore inesperto possono servire, anche molto, per farsi un’idea generale della situazione, ma per chi già ne sa un po’ di più rischiano di apparire come un messaggio in codice tra iniziati, una difesa corporativa, una resa di conti tra opposte fazioni o come un tentativo di familismo allargato. In qualcuna ci sono finito anch’io, anche se in realtà detengo il record del più citato, nelle prefazioni, tra gli esclusi: in Parola Plurale di Sossella in quanto sicura promessa ma con bibliografia ancora insufficiente, nell’ostuniano Poeti degli anni zero, invece, per un farraginoso ragionamento che si conclude con un “tanto non ne ha bisogno” o giù di lì.    

Si possono perdonare quelli che non hanno mai visto Portonovo?

Sì, basta che non lo facciano più. Errare è umano ma perseverare è davvero  troppo (umano).

(c) Gianni Montieri

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Nota biografica:

Luigi Socci è nato ad Ancona, dove vive, nel 1966.

Agente di commercio, versificatore part-time, performer confessional e (ri)animatore poetico non ha, come più volte ribadito, alcun legame di parentela con Antonio Socci. Ha scritto un centinaio di poesie circa. Alcune si possono leggere, volendolo, nella plaquette “Freddo da palco” (d’if, 2009) e nelle antologie “VIII Quaderno italiano di poesia contemporanea” (Marcos y Marcos, 2004) e “Samiszdat” (Castelvecchi, 2005). Ma anche in rete, in riviste o dove si preferisca. Alcune sono state tradotte in russo, spagnolo, inglese e serbocroato, altre no.

È direttore artistico, ad Ancona, del festival di poesia “La Punta della Lingua”.

da “Il discorso animale” (inedito) di Carlo Cuppini

di Carlo Cuppini
http://militanzadelfiore.blogspot.com




I.


la paura s’è fatta strada
guadagnando terreno produce
disposizioni lineari
dispacci dal regno dei morti
per salvare la faccia
intelligenza parziale in
modalità provvisoria
potremmo chiamarla strategia
a proposito del fallimento a proposito
invocando a gran voce il diritto
di essere serviti con oggetti
essendo schiavi




II.


parliamo di parlare e parliamo
lambendo con lo sguardo lingotti virtuali
dentro il ventre dell’unicorno ibernato
parliamo e siamo tutt’uno solidali
col parlare che si parla da solo
uniloquio materiale redatto in vitro

paghiamo per parlare e veniamo
sessualmente parlati dal parlare
promanante da sassi unigeniti stesi
ad asciugare sul filo di rame
del discorso commercial democrat
rifluito nell’asta dei contusi

parliamo e siamo pagati per tagliare
le orecchie agli ultimi sequestrati
rimasti a disposizione del comitato centrale
sezionano i pezzi di carne da confezionare
per l’approvvigionamento dei neonati
iscritti all’ordine delle preposizioni




III.


voi vi chiedete cosa è stato
e chi fa cosa
e chi è chi e chi
non era d’accordo

voi chiudete gli scuri
per succhiare con calma l’aerosol
nella routine sessuale delle bambole
pettinate

tutto è spalmato sul muro
le dita le rose l’aerosol
i pezzi non si distinguono più
le dita non si possono staccare

incidete l’algoritmo
sull’intonaco fresco
per non udire le lacune
e non vedete il fagiano




IV.


ti guardano da dietro il muro
ti guardano da dietro ogni muro
non c’è interfaccia che tenga
non c’è dispositivo che mostri
le cose come stanno
nemmeno l’ultimo modello
quello meno che mai
le mappe sono tutte sballate
al posto del muro giardinetti
e non appare alcun dietro
né il fatto che uno se muore
né il loro guardare
anche il gatto è sparito




V.


dentro il confine
del per-così-dire
sta’ attento
aperte le virgolette una volta
non si richiudono più
la faccia rimane la stessa
il volto precipita
sotto il controllo perfetto
non una scarpa che vola
dalla parte del coltello
pugno chiuso di mosche



Due petizioni per la scuola pubblica

di Pietro Li Causi

1) La proposta di Profumo di aumentare il numero delle ore di insegnamento da 18 a 24 è perniciosa e creerà ulteriore scompiglio nelle vite di migliaia e migliaia di famiglie di docenti e di studenti. Non si tratta soltanto di un ennesimo attacco al salario (l’aumento delle ore, infatti, non equivarrebbe a un aumento dello stipendio mensile!). Se dovesse passare il piano che il Ministro dell’Istruzione ha intenzione di proporre, le condizioni di lavoro degli insegnanti di ruolo diventerebbero a dir poco disumane. Facciamo un esempio.

Un insegnante di francese delle medie, per arrivare a 24 ore, dovrebbe insegnare in dodici classi, partecipare alle riunioni di dodici consigli di classe (lavorando così per molte ore pomeridiane in più, che peraltro non verrebbero computate) e correggere un numero spropositato di verifiche scritte (anche questo lavoro non computato per lo stipendio mensile).
In ogni caso, l’aumento naturale degli impegni pomeridiani andrebbe a sottrarre tempo alla fase della preparazione delle lezioni e del materiale didattico, con un naturale scadimento della qualità dell’insegnamento.
La cosa peggiore, però, è che l’aumento delle ore di un terzo rispetto a quelle attuali comporterebbe anche un taglio di un terzo delle cattedre attualmente presenti nel nostro paese!
Le conseguenze, in termini di costi umani, sarebbero perniciose. I precari, che in tutti questi anni hanno sopperito a tutte le situazioni di emergenza che si sono create nella scuola italiana, perderebbero la speranza di lavoro. Un terzo degli insegnanti di ruolo (in genere i più giovani) potrebbero invece perdere il posto nelle loro sedi di titolarità, e, precarizzati a loro volta, diventerebbero il serbatoio umano (probabilmente pagato a cottimo) per le ore di supplenza che attualmente sono affidate con contratto a tempo determinato proprio ai precari.
E’ dunque un dovere sociale firmare questa petizione, per difendere la qualità dell’istruzione delle nostre scuole e per tutelare la qualità di centinaia di migliaia di vite umane che, senza alcuna responsabilità, pagherebbero il costo di una crisi che non hanno causato.

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2) La Bozza del Decreto Interministeriale n. 25 del 29 marzo del 2012 vorrebbe imporre alla scuola secondaria di secondo grado (un tempo chiamata più semplicemente “scuola superiore”) la regola secondo la quale le prime classi di ogni ciclo debbano essere composte da almeno ventisette alunni.
Questo significa, ad esempio, che, in barba al principio della continuità didattica, le classi terze e quinte di ogni istituto superiore rischiano di essere periodicamente smembrate e accorpate ad altre classi, a volte per un solo alunno in meno.
Questo, ovviamente, costringerà gli studenti coinvolti in questi giochi di prestigio del MIUR ad acquistare libri di testo sempre nuovi, oltre che ad adattarsi bruscamente a nuovi orientamenti didattici.
Ma c’è di più.
Tutta l’operazione ha anche il fine, subdolo e sottile, di operare nuovi tagli e falcidiare altri posti di lavoro anche fra gli insegnanti che sono già di ruolo, riducendo ulteriormente l’organico a furia di accorpamenti e smembramenti forzati di classi.
Ribellarsi a questa norma, dunque, è un dovere sociale.

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CHET BAKER, tra biografia e poesia

Chesney Henry “Chet” Baker Jr. (Yale, 23 dicembre 1929 – Amsterdam, 13 maggio 1988)

Chet Baker è stato uno dei maggiori interpreti ‘bianchi’ del jazz nel secondo Novecento. Su di lui s’è scritto e detto sempre molto, proprio perché il suo suono era perfetto e ammaliante così come la sua voce, la tromba intonatissima come la sua intenzione – un termine questo che denota anche una capacità profonda d’attenzione, una qualità estendibile a tutto il mondo dell’arte, cruciale e necessaria. Chet Baker va ricordato perché la sua musica fu evocativa e delicata ad ogni nota e possedeva tutte le qualità estrinseche dell’arte appunto, non ultima la volontà di mettere in relazione più campi, come vedremo tra poco. Si crede spesso che fosse la sua condizione di tossicodipendente il motore che poteva innescare una facile propensione al trasformismo (fu musicista, attore e altro), eppure la versatilità da uomo di spettacolo è una dote artistica che riconduce anche verso altre direzioni, e nutre i rispettivi campi d’interesse producendo risultati sempre alti nel suo caso.

Qualche anno fa è stato pubblicato postumo un volume autobiografico, As Though I Have Wings. The Lost Memoir, The Chet Baker Estate, 1997 (Come se avessi le ali. Le memorie perdute, minimum fax, 1998-2008, traduzione di Marco di Gennaro), una biografia ‘autorizzata’ dagli eredi (e molto simile nella scrittura a quella di Billie Holiday), in cui la vita viene spesso tradita da racconti fantasmagorici su un passato – verrebbe da dire – verosimile. Gli aneddoti si incastrano in un tessuto a tratti filmico: la vita del musicista scanzonato, anche goliardico, sempre squattrinato, degna d’una commedia di Billy Wilder, è condita da spaccati di vita ‘altra’. I tempi della droga (dell’eroina) si misurano sui tempi della musica, e sono frazionati all’unisono e su “intervalli giusti”. Avere le ali – simbolico della condizione anche dell’eroinomane – è per Baker anche un modo di dirsi, di elevarsi al di sopra d’una condizione di esecutore: il suo strumento parlava e parla ancora una lingua e uno stile noti ed identificabili. Noi tutti possiamo rintracciare il clima di quegli anni ’50, molto narrati nella letteratura statunitense (si pensi a Richard Yates) e un certo vuoto di senso dilagante, nonostante la ricostruzione ‘civile’ postbellica: il sapore della California spensierata eppure amara di Chet Baker in quelle sue pagine perdute e ritrovate, è anche quella sensazione di non-conciliazione dell’io con un mondo che può offrire tutto ma non concede quasi nulla ed è dunque possibile per Chet una continua fuga verso l’altrove, nella musica che come si sa non è arte tangibile, eppure è pregnante e riempie laddove la quotidianità sottrae. Un’esistenza scapestrata e spietata alla ricerca d’un punto fermo, d’un ingaggio – l’ennesimo – e d’una paga. – Si facevano tutti – qualcuno diceva (e lui pure, lo diceva e l’applicava); viene in mente Bird di Clint Eastwood, dedicato al sassofonista Charlie Parker, che esce proprio nell’anno della morte di Chet Baker: è il 1988.

Dell’88 è anche un documentario in bianco e nero straordinario che parla della sua vita, Let’s get lost di Bruce Weber: quell’America suonata, forse povera di valori, perduta in se stessa, intrisa d’una calma apparente, è rivelata nel volto di Chet giovane e nel volto di Chet poco prima della scomparsa, invecchiato, rugoso, consumato dall’eroina. Lui suona e canta con la stessa intensità, con la stessa precisione. La sua vita e la musica sono la stessa cosa, coincidono alla fine e coincideranno all’infinito.

Ma perché ricordare questo musicista, che era stato amico del gigante Parker e che con lui nel ’52 e successivamente aveva suonato, con lui e con altri pilastri, tra cui Dizzy Gillespie, Stan Kenton, Stan Getz? Perché l’88 è l’anno della registrazione di un LP unico e prezioso, che coniuga inaspettatamente jazz – standard e originale – e poesia.

S’intitola Chet on poetry e fu pubblicato dalla Novus di Roma nel 1989, e vede la partecipazione di grandi jazzisti italiani del calibro di Nicola Stilo al flauto, piano e synth, Enzo Pietropaoli al basso, Roberto Gatto alla batteria, e le voci di supporto di Alfredo Minotti e Carla Marcotulli, Diane Vavra e Paul Cantos con cui Chet Baker da qualche tempo, avendo passato in Italia e in Europa buona fetta della fine della sua vita. Originali e grandi classici (tra cui Almost Blue di Elvis Costello, in una versione magnifica) per attraversare la parola e le note come se fosse l’ultima volta: per Baker ogni esecuzione sembra l’ultima, la più sincera, totalizzante.

Portami dove sono già stato
chino sull’acqua
fuori il deserto mulino invaso da rovi
fa ancora quel fuoco?
Porta in palmo di mano
le sete e i velluti della cecità.

Questa la presumibile ricostruzione metrica dei versi delle liriche di Gianluca Manzi e Maurizio Guercini, che chiudono l’album; una lettura sia in inglese sia in italiano di Baker, ci accompagna e ci porta in un terreno di contatto tra la musica e la poesia, rafforzando la verità della prima e lo stimolo ad accordare l’orecchio per intendere la seconda, e che rivela a noi – ancora una volta – quale fosse l’anima multiforme ed elegante di Chet.

L’idea dell’album fu di Maurizio Guercini, che dirigeva allora anche una galleria: lo racconta il pittore e scultore Andrea Nurcis, il quale segnala anche che Guercini si ispirò ad alcuni disegni che proprio Nurcis espose lì nel 1987, per scrivere i versi che Chet recita. Gli stessi furono utilizzati come “presentazione” della mostra. La copertina dell’album, invece – ricorda ancora Nurcis -, è stata realizzata dal pittore romano Piero Pizzicannella.

[Su youtube non si trova la lettura in italiano qui citata, utilizzata però come sigla di questo programma radio, ma una lettura in inglese, incipit di questa magnifica esecuzione di In a sentimental mood di Duke Ellington. Altre tracce son reperibili in rete.]

*ps. Questo pezzo l’ho scritto seguendo l’istinto ‘da fan’; qualunque piccola imprecisione segnalata è ben accetta!

Conferme da “Critica e critici” – di Fabio Libasci

La pubblicazione recentissima di Critica e critici di Cesare Segre per la Piccola Biblioteca Einaudi aggiunge un nuovo tassello al mosaico già ricco di uno dei critici più prolifici e influenti del panorama italiano. Nella premessa l’autore sottolinea che questo nuovo volume continua la serie iniziata nel 1969 con I segni e la critica e ovvero la serie di raccolte che portano nel titolo la parola critica o crisi; è il caso, oltre il già citato volume del 1969, di Notizie dalla crisi e del più recente Ritorno alla critica. Questo nuovo volume però oltre che sottolineare una certa continuità, cerca di esortare alla storia dei critici in quella che potrebbe essere una sorta di introduzione generale. Cosa muove a questa storia dei critici? Forse la certezza che i critici di maggiore inventività «operano sempre in un’area molto più ampia e mossa di quella coperta dai metodi che essi eventualmente impiegano»[1]. Si avverte in questa frase una eco di quel Todorov che nel 1984 faceva un discorso analogo a proposito dei critici francesi, scegliendo proprio quelli di maggiore inventività, che in quel caso chiamava critici-scrittori. In Segre, però, non c’è abbandono al biografismo, tutt’altro: questa storia dei critici esorterebbe a smentire e confutare la “morte della critica”, tema che abbiamo visto essere dominante nel volume del 1993 e ancora nella propria autobiografia Per curiosità del 1999.

La raccolta di Segre è articolata in tre segmenti. La prima parte è dedicata alla storia dei critici, ed è la parte più sostanziosa e credo anche la più nuova e stimolante, la seconda dedicata alla teoria della letteratura in cui riprende o verifica temi e problemi già formulati nel sempre valido Avviamento all’analisi del testo letterario, e infine la terza parte dedicata alla lettura filologia di due testi, il Don Chisciotte e l’Orlando Furioso. Nonostante i saggi provengano come sempre da comunicazioni, conferenze e spesso occasioni commemorative e siano stati scritti in anni diversi, per la maggior parte tra il 2007 e il 2010, questi, sembrano essere nati per essere letti nella successione che Segre ha dato loro; segno da un lato di una continuità di interessi e di studi e dall’altro dell’attenzione verso la sistematicità e il rispetto del lettore.

I saggi riprendono i temi classici del filologo e ovvero da un lato il rapporto tra strutturalismo e filologia dove ribadisce ancora una volta il ruolo svolto dagli italiani nell’introdurre lo strutturalismo in Italia e nel non abbandonarsi a mistiche conversioni sincroniche e alle grandi teorizzazioni che in più di un caso hanno fatto perdere la specificità del testo letterario. Dietro quest’apparente trionfalismo ed elogio però, come già è accaduto nel 1993, non nasconde l’amarezza per «il successivo letargo, che però riguarda tutta la critica, di qualunque indirizzo, e forse ogni attività speculativa»[2], insomma il ricordo non può esimere dalla coscienza dei fatti presenti.

C’è spazio per un elogio di Auerbach e la critica dialogica di Bachtin; ambedue i critici,infatti, sembrano essere mossi dalla preoccupazione di mostrare che la lingua che si riflette nella letteratura ha sviluppato in sé una dialettica o un dialogo fra ideologemi o indicatori sociali, situazioni storiche, linguaggio e realizzazione letteraria. Segre in questo modo rivendica la natura fondamentalmente linguistica delle operazioni di Auerbach e di Bachtin che possiamo riassumere nella seguente frase: «quando la lingua è in piena efficienza, essa riproduce già in sé le posizioni sociali e i livelli culturali»[3]. C’è spazio ancora per Contini, maestro ed amico di cui loda l’equilibrio che Segre ritiene necessario alla critica letteraria, quasi consustanziale, tra tecnica e arte, tra logica e giudizio, intelligenza integrata con divinazione. Oggi forse il primo termine tende a scomparire dietro il secondo. Nell’elogio dell’equilibrio tra metodo e genio, tra osservazione delle regole e superamento delle stesse Starobinsky viene indicato come un esempio insuperato dove però, e a ben vedere, più che essere fedele al metodo il critico francese sembra essere fedele al testo, alla relazione critica, alla critica come occhio vivente. D’altra parte bisogna dire, e Segre è fra questi, che i metodi della critica letteraria non sono strutture eterne e ideali ma costrutti storici; la critica deve perciò essere cosciente che i metodi si sviluppano in una dialettica con i metodi che l’hanno preceduta entro l’asse della storia, per questo non ci può essere il “metodo” secondo Starobinsky e Segre ma diversi metodi scelti coerentemente a partire dal piano sul quale si vuol condurre l’analisi.

Nella seconda parte Segre ha la possibilità di tornare su alcune nozioni, come dicevo, di teoria della letteratura, insistendo sulla legittimità di partire dall’analisi eminentemente linguistica, in quanto il testo è prima di tutto un prodotto linguistico; trascurare questo aspetto equivarrebbe a «inseguire vanamente ombre che, se avessero qualunque consistenza, sarebbero già introiettate nel testo linguistica»[4]. È a partire da questo assunto che il filologo spera che la “rinascita” della critica possa ripartire proprio dalla linguistica e dalla filologia, ripartire cioè dal primissimo strutturalismo, quello buono, e non quello che faceva a meno della strumentazione linguistica. Insomma restaurare per ripartire, questo sembra essere l’invito che via via si conferma nelle pagine che seguono, mostrando come molta e buona critica sia partita dall’analisi linguistica per ottenere risultati geniali; è il caso di Cases, Corti e dei già citati Bachtin e Contini. Non sembra un caso, dunque, che Segre rivolge tutta la sua attenzione a una certo tipo di critica – viene da pensare che sia la sola critica praticabile nell’epoca della filatelia – e a un certo tipo di autori, tutti della sua generazione.

Particolare attenzione merita il saggio Quanto vale e quanto dura il canone? Prendendo le mosse dal discusso e discutibile Canone occidentale di Harold Bloom del 1994, il critico si interroga sull’utilità ma anche sull’abuso di un concetto fino ad allora potremmo dire inconscio. Il concetto di canone, infatti, si presta a discussioni accese e inconsuete seppure lasci fuori dal suo campo d’azione la contemporaneità. La storia del canone può essere la storia del gusto, del cambiamento del gusto letterario cui dipenderebbe quello del canone; non è difficile, infatti, comparando diacronicamente le antologie vedere come opere o interi autori scompaiano, riappaiano o vengono ridimensionati a seconda delle epoche. Segre mette in risalto il carattere performativo e imperativo del canone. Nelle epoche classiche il canone ha un’autorità difficile da scalzare favorendo però una resistenza violenta e clandestina. D’altra parte la successiva entrata nel canone di una di queste opere trasgressive ne ridisegna completamente i contorni.

Da questo punto di vista possiamo intendere il canone come una successione di opere che operano una svolta nel campo letterario? È legittimo pensare, così come è legittimo ritenere, che l’eliminazione del libro di testo sia un fattore di disgregazione culturale e non di apertura e pluralismo quale invece vuol passare? Un altro modo per definire i testi canonici è utilizzare la nozione di testo di cultura introdotto da Lotman e Uspenskij in Tipologia della cultura, dove il testo viene inteso come monade che rispecchia il mondo, modello che può contenere, ça va sans dire, fermenti, dissidi e contraddizioni di un dato mondo. Per Segre  basta quest’accenno per «sottolineare che l’esemplarità riconosciuta dal canone a un’opera, include anche la segnalazione dei momenti di crisi, delle speranze cllettive e dei conati di innovazione»[5]. Accanto a questa presa di posizione c’è nel filologo l’analisi dell’altra parola, occidentale. Cosa succede se si tengono in considerazione canoni sopraculturali, lontani dalla tradizione europea? Dobbiamo attendere una sorta di canone orientale o contro canone? E ciò non porterebbe alla creazione di ghetti non comunicanti? Domande legittime, ancora più legittimo chiedersi cosa ne sarà del canone in un mondo in cui le arti tendono a essere collettive, a non riconoscere un autore ma un cast – questo tipo di lettura in un mondo iper-personalizzato non credo risulti troppo condivisibile invero -. In un mondo in cui immagine e verbo tendono a incontrarsi e a contrapporsi cosa e in che modo è possibile canonizzare? Segre tuttavia rimane ottimista: «dal caos potrebbe, dovrebbe uscire l’armonia di un’orchestra»[6]. Ci si può chiedere il perché di tanta attenzione a un concetto come quello di canone che in fondo nella nostra patria non ha mai attecchito particolarmente. Ebbene, proprio in questi giorni su L’espresso Umberto Eco dedica un articolo al canone che prende le mosse proprio da questo saggio di Segre – felice combinazione – . Eco al contrario di Segre punta l’attenzione sul fatto che la nozione di canone riguarda sì il gusto, ma quello essenzialmente della critica letteraria e non dei lettori, riaprendo in forma pacata una vecchia polemica e risvegliando il famoso ruolo del lettore, del lector in fabula. «Il canone riguarda piuttosto l’opinione della critica, la quale talora si pone in polemica col gusto corrente ma talora, avvertendo che il gusto è imbattibile, vi si pone a rimorchio, e ascrive al canone opere che prima vituperava»[7], insomma Eco disegna un panorama critico in ogni caso schiavo del lettore sia quando lo contraddice sia quando lo accontenta. Il semiologo fornisce diversi esempi di autori vituperati e infine ammessi al canone grazie al gusto imperante del pubblico e grazie anche alla mediazione culturale di un editore: è il caso di Adelphi con Simenon, ed è proprio il caso Simenon che lo porta a concludere dicendo che la critica «non assolve ogni perversione del gusto, e continua a scegliere. Ma trova talora in un’opera le qualità che aveva sottovalutato mentre il gusto dei lettori le aveva sospettate»[8].

È in quel “ma” che si leva la polemica contro i critici del canone, forse non dimentico del fatto che molti storsero il naso all’uscita del Nome della Rosa, opera letteraria sospetta perché di troppo e immediato successo. Al di là di questo singolo esempio io credo che l’articolo di Eco sollevi ancora una volta il rapporto tra la critica e il lettore; in che misura può/deve orientare il lettore? Ma ancora: il metodo d’analisi può influenzare la comprensione e la ricezione di un opera? Il concetto di canone in che modo viene recepito? Interrogativi eterni e sempre urgenti che pongono le basi per una futura etica della critica. Ecco perché mi sono dilungato su questo singolo saggio di Segre; esso dimostra che al di là delle posizioni non prese o ottimistiche, concetti come quello di canone sono sempre passibili di dure opposizioni. È non è un caso se nel saggio che segue ritorna a lodare la filologia come la scienza in grado di darci gli strumenti per comprendere un testo a partire da quello che è ontologicamente: una manifestazione linguistica. Il critico sa quando prendere una posizione netta a favore di un metodo. In Italia sottolinea, e a ragione, bisogna dire che la filologia ha il diritto di presentarsi come critica letteraria tout court in quanto questa «si trovava in possesso di un’esperienza di analisi testuale che gli altri critici non possedevano»[9] e in più lavoravano già in un’ottica comparatistica. È questo metodo che ha saputo rinnovare la critica letteraria in Italia, su questo si è innestato il nostro strutturalismo e sembra suggerire che dalla filologia dovrebbe ripartire una nuova edificazione della critica senza cedere il passo all’iperspecializzazione – riemerge il rischio paventato nel testo del 1993 – e allla frammentizzazione di un unico sapere.

Il rischio maggiore è di produrre solo una cultura fruibile nell’immediato, come costruire palazzi sul mare per poi accorgersi della loro bruttezza abbandonarli e scoprire solo dopo che il paesaggio è guasto per sempre. La perdita di memoria, la non comprensione di un testo a partire dalla sua lingua, dalla sua storia, del paese in cui si parla è il rischio che stiamo correndo, non è solo il rischio della critica letteraria: è il rischio della cultura tutta. Quella che nel 1993 era la Notizia dalla crisi, la sua diagnosi è ora, vent’anni dopo, la constatazione che stiamo facendo grandi passi verso l’apocalisse della cultura[10].

Critica e critici ci conferma il paesaggio desolato del 1993 (magari con qualche oasi in meno), ci consegna un critico ancora lucido e impegnato a salvare il salvabile, a proporre ancora un metodo valido, – splendidamente valido se si considerano le analisi condotte nella terza parte del volume – ci dice infine di salvare la cultura e la critica non dal pericolo, dalla crisi, inevitabile sembra, ma dalla fine di cui non conosciamo un nuovo inizio, se non ricominciare quanto detto: l’apocalisse.


[1] C. Segre, Critica e Critici, Torino, Einaudi, 2012, p. IX.

[2] Ibid. p. 17.

[3] Ibid. p. 37.

[4] Ibid. p. 114.

[5] Ibid. p. 150.

[6] Ibid. p. 152.

[7] U. Eco, È  il canone o è il mio cuore che batte?, in L’Espresso, n.30, anno LVIII, 26 luglio 2012, p. 154.

[8] Ibid. p. 154.

[9] C. Segre, Critica e Critici, Torino, Einaudi, 2012, p. 163.

[10] Ibid. p. 167.

L’inesauribile forza del passato. Un resoconto storico nel libro di Francesco Bisciglia, Mio padre senza papà

L’inesauribile forza del passato
Un resoconto storico nel libro di Francesco Bisciglia, Mio padre senza papà
di Davide Zizza.

“La storia siamo noi” recita una nota canzone di De Gregori. Quel ‘noi’ riempie uno spazio che definisce un significato proveniente dal passato, capace di accomunare cammini e destini. La storia raccoglie in un’unica direzione l’incomprensibile fatalità di una comunità di persone. Questa comunità di persone sono i soldati, l’incomprensibile fatalità è la guerra che la storia – non solo italiana – ci ha consegnato nel corso dei tempi. Allora si comprende che i resoconti della storiografia ufficiale relativi alle guerre mancano della parte più importante: il senso della verità. Perché la verità sta nascosta sottoterra: è lì che sta il risultato di quanto è accaduto e ancora accade. È lì, dove i soldati sepolti parlano ancora con la loro voce muta e persistente. Ma c’è un qualcosa che dal passato risale, ed è la forza della memoria, o la ricerca di essa, la spinta al recupero del senso della verità di cui si diceva prima.
È questo l’intento perseguito da Francesco Bisciglia, autore di un approfondito resoconto storico e umano intitolato “Mio padre senza papà” (tip. Ideaprint). Il libro ha un duplice obiettivo, da un lato fornire in modo dettagliato una relazione di una scoperta privata – ovverosia l’aver ritrovato le spoglie del suo nonno paterno Vincenzo Bisciglia, una figura che il padre dell’autore non ebbe modo di conoscere – e dall’altro contestualizzare e riferire tale scoperta in una cornice storica quale fu il Secondo Conflitto Mondiale e per la precisione lo scontro a Tobruk, durante la Guerra d’Africa, in una data (il 14 giugno 1942) in cui Vincenzo perse la vita. Man mano che veniamo a conoscere gli eventi legati sia al ritrovamento delle spoglie (il soldato Bisciglia riposa oggi nel Sacrario Militare Caduti d’Oltremare di Bari) sia alla ricostruzione del momento storico, saltano subito agli occhi due fattori penetranti e sottili: il primo è che le date che scandiscono gli eventi, il numero dei soldati, statistiche e cifre, sono numeri vivi, cioè dietro ogni singola cifra ritroviamo il volto, pur se sconosciuto, di ciascun soldato partito e non più tornato dal conflitto e fra il partire e il non tornare c’è la parentesi del drammatico sacrificio; il secondo è rivedere simbolicamente, nella richiamata alle armi di Bisciglia (avvenuta il 22 maggio 1941), una richiamata alle armi di chi come lui si avvierà verso un destino che mieterà vittime sia in ambito militare sia fra le pareti domestiche dove moglie e figli verranno privati dell’affetto paterno. L’analisi tanto storica quanto personale è stringente e tiene in equilibrio i due mondi – biografico e oggettivo – focalizzando l’attenzione alle frequenti offensive tra le forze italo-tedesche e quelle inglesi. Il taglio cronistico dell’autore non si risparmia di catturare il momento, per es. nel passo relativo all’inizio della seconda battaglia di El Alamein in cui racconta: “Alle ore 22 del 30 agosto, Rommel iniziò un nuovo attacco che però fu immediatamente ritardato dai numerosi campi minati, “i giardini del diavolo” che i vari reparti si trovarono di fronte […]”.
Purtroppo la storia ci ricorda che diversi, fra i morti in questo conflitto, non hanno nome e pertanto non sono e non saranno identificati, come l’incisione sulla parete interna del Sacrario di El Alamein commemorante i 1300 Caduti italiani che recita: “Queste pareti custodiscono milletrecento Caduti ignoti a noi – noti a Dio” oppure nei colombari dello stesso Sacrario il cui nome comune è ‘ignoto’. La parte centrale del libro di Bisciglia è contenuta nel quarto capitolo, centrale in quanto riferisce invero di una parte delicata di quel periodo le cui figure hanno campato nell’immaginario collettivo di allora, fra cui il già citato Rommel, il generale Graziani, Italo Balbo, Gheddafi (che nel 1970 decise di espellere tutti gli italiani vivi e morti dalla Libia), il Presidente della Repubblica Leone, ma perché vengono mostrati dati obiettivi e toccanti, relativi alla morte e alla successiva traslazione della salma del soldato Bisciglia e di tutti gli altri commilitoni al Sacrario Militare Caduti d’Oltremare di Bari. Documenti dell’epoca e appendici arricchiscono questa ricerca nel tempo e negli eventi con coerenza e ordine di sviluppo.
Il libro di Bisciglia conferma, oltre l’interesse della ricostruzione di una figura importante quale fu suo nonno, una tendenza culturale e popolare che comincia a diventare tradizione nel nostro Sud, ossia l’interesse verso argomenti storici e storiografici, da parte di specialisti e non, per delineare con metodo e passione i motivi di un periodo che ha segnato un’epoca.
E in fondo, un’ulteriore finalità è colmare la distanza fra chi oggi non c’è più e chi ha portato avanti la memoria. Forse per tale motivo nel percorso di ritrovamento, ci accorgiamo che pur non avendo mai saputo prima chi fosse Vincenzo Bisciglia, egli diventa una figura a noi vicina, capace nel suo silenzio di rappresentare tutti quei soldati che hanno condiviso un tragitto di andata e ritorno. Un silenzio difficile e sofferto, per cui il nostro autore ha trovato le parole giuste.