scrivo poesie e non so di cosa parlano [riflessioni sul messaggio artistico], di M. Lotter

Qualche giorno fa durante un aperitivo in strada, caldo afoso, vento zero, una mia amica mi presenta un tipo carino: studia qualcosa di ambiguo che mescola l’arte all’economia, non ho capito bene. Però ho la sensazione che troverà lavoro. Beviamo una cosa tutti insieme e a un certo punto la mia amica esplode dicendo “sai, Madda scrive poesie!” e lui “davvero?” e io rispondo, gonfiandomi un po’ di orgoglio “eh sì!”; lui tace, sembra perplesso. Sta caricando la domanda. La domanda è: “che bello! E di cosa parlano?” Sto zitta. Penso: sei un coglione. Però dico: “mah, di tutto…!” e lui: “cioè?  Prova a farmi un esempio…”. Mi trovo in difficoltà. “Mah,” dico, “delle persone, delle relazioni, delle cose….della vita insomma.” Lui mi guarda con una leggera smorfia, come se avesse visto un grillo appoggiato su una trave di camera sua, sta pensando se schiacciarmi o lasciarmi andare per la mia strada. Mi lascia andare, nel senso che la discussione muore lì e cominciamo a parlare di cosa faremo dopo le rispettive lauree (che forse è ancora peggio).

Tornando a casa mi sentivo a disagio. Credo così tanto in quello che faccio da non avere una valida risposta a quella semplice e insulsa domanda? Come mai non sapevo cosa dire? Io non so di cosa parlano le mie poesie. Provo allora a rileggerne alcune. Spesso compaiono persone, facce, proiezioni mie sugli altri, ma anche contemplazione di stati d’animo, mescolanza di luoghi del mondo e luoghi dell’anima. Tutte quelle banalità che ti dicono nei libri di storia della letteratura, insomma. Quelle tentate spiegazioni che vanno a uccidere la bellezza del risultato artistico di qualcuno, motivo per il quale a scuola, con la grande presunzione che da sempre mi contraddistingue, non ho mai letto le considerazioni critiche in quelle griglie a fine testo che sembrano “gabbie del sapere”. Dopo varie riflessioni giungo a qualcosa che mi soddisfa: io non mi avvicino all’espressione artistica per cercare di dare un senso alle cose, il senso non mi interessa. Il senso si tocca, si vive, non si spiega. A me interessa il mezzo, cioè il linguaggio (i linguaggi, nella fattispecie la parola e la musica), mi interessa il canale che cerca di mettere in contatto la realtà con le percezioni che ne ha l’uomo, percezioni che spesso vanno ad alterare la realtà. Quelle degli artisti (dio li abbia in gloria!) vanno ad arricchirla. Ma non potevo rispondere al ragazzo che le mie poesie hanno come tema l’arricchimento del reale, ad ogni presunzione c’è un limite. Cioè, sono la prima scema che capita al bar. E poi mi avrebbe chiesto come mai voglio arricchire le cose. Non so. Mi viene. Ho una necessità di lasciar fluire ciò che è interno e di farlo interagire con qualcosa/qualcuno che è fuori da me. Mentre scrivo i miei versetti ingenui penso sempre all’Altro, penso sempre a essere comprensibile, e quando mi preparo per un concerto penso prima di tutto alla comprensibilità del mio suono, cioè a fare in modo che il suono sia bello e comunicativo, e che non ci siano differenze, separazioni tra me e il suono che produco modellando l’aria nello  strumento. Mezzi, canali, sembra di andare in barca. E’ un po’ così. La metafora della nave non si esaurisce nel mito e è valida anche per l’artista che si muove incerto nel mare delle sue percezioni. Forse questo potevo dire al ragazzo dell’aperitivo, che la poesia è un tentativo consapevole di rimanere a galla, è “la libertà di essere sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio”, laddove la maggior parte della gente sceglie l’alternativa, che è “l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.” (da Se questa è l’acqua, David Foster Wallace, Einaudi 2009)

un ringraziamento speciale a Fabio Michieli per avermi spronata a trasformare i miei sfoghi vagabondi in una breve riflessione scritta per Poetarum. Grazie Fabio.

17 commenti su “scrivo poesie e non so di cosa parlano [riflessioni sul messaggio artistico], di M. Lotter

  1. “tentativo consapevole di rimanere a galla” mi ci trovo.
    Trovo la tua riflessione Interessante, concisa e fluida. Grazie.
    c.

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  2. Non è raro che un autore quando scrive versi sotto reale
    ispirazione, in quel momento ‘magico’ non sa neanche lui
    cosa scrive e perchè. A me che non sono nessuno, capita
    spesso d’inserire una parola o un’intera frase che neanche io
    conosco a fondo il significato. Quando ritengo che l’ispirazione
    sia finita, rileggo e controllo sul vocabolario alcune parole
    che non comprendo bene il significato e/o legano nell’intero
    componimento. Non c’è stata una sola volta che io abbia
    scritto qualcosa che non legava col tema proposto pur
    credendo di sbagliare. Io credo che un poeta o comunque
    coloro che scrivono per diletto, lo fanno di getto, inconsapevolmente.
    Se io prendo un foglio di carta con l’intenzione di scrivere
    qualcosa, quel foglio rimane bianco. Inoltre credo che
    ogni poeta è baciato in questo da madre natura indipendentemente
    dagli studi o dalla cultura che ognuno di noi possiede.
    Sono convinto che poeti grandi o piccoli non s’improvvisano.
    La natura ha inculcato loro qualcosa che li distingue
    dagli altri esseri umani.ud

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  3. mah, credo che un poeta senza un minimo di coscienza culturale (è sufficiente essere un grande lettore, forse) abbia ben poco da aggiungere a quanto è stato detto. Orazio scrive nell’Ars Poetica che poeta è colui che riesce a dare un suono nuovo a una parola nota. Esatto. Però appunto deve essergli nota.
    penso sia necessario sempre inserirsi in un contesto, in qualsiasi disciplina che abbia una tradizione alle spalle; l’arte è certamente una di queste.

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  4. Diverse contraddizioni in questa riflessione che sembrerebbe un inno alla libertà espressiva ma poi cade su questa frase (secondo me):

    “Mentre scrivo i miei versetti ingenui penso sempre all’Altro, penso sempre a essere comprensibile, e quando mi preparo per un concerto penso prima di tutto alla comprensibilità del mio suono, cioè a fare in modo che il suono sia bello e comunicativo, e che non ci siano differenze, separazioni tra me e il suono che produco modellando l’aria nello strumento.”

    Come può non esserci separazione tra un sé e il suono (suono anche inteso come linguaggio) se vi si frappone l’Altro, la voluta comprensibilità prima dell’identificazione/immersione/immedesimazione formale immaginifico_emozionale?
    Cercare la nota perfetta o perfettibile al nostro senso o alla nostra sensibilità uditiva sì, ma questo ha a che vedere con una ricerca formale implicita nella ricerca dell’assoluto più vicino all’ideazione originale che soddisfi poi per raggiungimento, ad esclusione di giudizio (se non il proprio, anche strutturale) comunque. Credo, o vale per me così.

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    • sono contenta che emergano contraddizioni dalla mia riflessione, in effetti non ho per nulla le idee chiare.
      per quanto riguarda riguarda l’Altro, non credo che si frapponga, penso piuttosto che sia una parte del tutto. nello scrivere (così come nel suonare, ma lì è forse più immediata la definizione dei ruoli) si preannuncia un ascolto, che è quello di un pubblico. Ma imparando a considerare – è anche questa una forma d’amore – il pubblico non tanto come altro da sè quanto una porzione di sè, credo che il dialogo si accenda in modo attivo, e non si possa più parlare di qualcuno che si frappone (sembra quasi un disturbo), ma di qualcuno che è lì per dare significato, ed è quindi parte dell’opera. solo in questo scambio di dare / ricevere / (ri)dare si realizza il messaggio artistico, credo. quindi per prima cosa, ribadisco la comprensibilità. in questo mi rifaccio alle riflessioni sulla poesia della grande Anna Maria Carpi, una delle poche oggi che sappia esprimere l’infinito dell’interorità umana con una grande e precisa semplicità.

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  5. Dare un suono nuovo a una parola nota. E’ vero, ma questo
    non credo che solo i professionisti riescono a darlo. Ho letto
    in vita mia centinaia e centinaia di poesie di autori noti e sconosciuti.
    Non esagero se affermo che qualche volta ho letto mediocrità
    di grandi autori, mentre inaspettatamente ho letto, sempre
    qualche volta, componimenti molto interessanti di illustri sconosciuti.
    Lei forse non sarà d’accodo con la mia tesi, ma io ho appurato
    ciò che dico. Grazie. ud

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  6. Mi ha colpito il passaggio “gonfiandomi un po’ di orgoglio”, perchè quando è capitato a me molto spesso ho provato un senso di disagio, più che di orgoglio. Mi ha dato di che pensare, e questo vale il viaggio della lettura. A mio modo di vedere la poesia è un tentativo inconsapevole, che diventa consapevole ( spesso e volentieri di tutt’altro, rispetto al proponimento iniziale) per bocca di altri, ad ogni nuova lettura.

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    • ricordo un bell’intervento di Wislawa Szymborska alla consegna del Nobel, quando diceva che i poeti un po’ si vergognano di essere poeti di fronte agli altri…

      d’accordissimo sul fatto che spesso le letture degli altri attribuiscono “nuovi messaggi al messaggio”. è uno dei piccoli miracoli più affascinanti della letteratura.

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  7. Banalmente mi verrebbe da affermare che, come accade spesso nella vita, l’arroganza di alcune persone ti (e mi) sconcerta: è davvero un mezzo per recare disagio.

    Maddalena è una delle persone più profonde che io conosca, che si pone delle domande esatte a voce alta e su carta, come queste; quando dico esatte intendo ‘cruciali’ (anche) ed è un’amica e una compagna di riflessioni importantissime, sull’arte e sulla vita.
    Questo pezzo parla dei tanti poli della sua frammentarietà, che per esser dipanata necessita di nutrimenti diversi, nutrimenti che non tutti sanno abbracciare assieme.

    Tu lo sai suonare il mondo e sai ‘dirlo’, e migliori la forma di giorno in giorno.

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    • grazie Ale, per il supporto costante e per aver colto il senso di questo breve articolo, che non voleva imporre una visione delle cose ma anzi aprire uno scambio di opinioni, proprio perché non esiste una “soluzione”, ma una interessantissima frammentarietà di risposte.
      rileggendomi sento di aver scritto in maniera forse impulsiva, non sono mai brava ad arginare i miei entusiasmi.

      Madda

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  8. se può servire, anche se ne dubito: ho preso coscienza da poco che ciò che scrivo è il risultato di una condizione inevitabile (niente di “ispirato”, niente di “romantico” in questo) e che non ho davvero nessun fine: tanto meno quello di arricchire o migliorare ciò che mi circonda. non scrivo tuttavia “per me”, altrimenti tutto sarebbe ancora nascosto nel solito cassetto (e anche sull’esistenza di cassetti si potrebbe obiettare che essi sono già uno scrivere non per se stessi). a differenza di d.e. bragagnini non vedo una contraddizione in quel passaggio preciso, ma un nugolo diffuso di sicurezze e incertezze tipiche dell’età giovanile, che è un bene che si manifestino, ma anche un “male”. un male se dovessero continuare nel tempo a riprodurre un’idea del fare poesia – e non riesco a dire dell’essere poeta: proprio non mi riesce – come qualcosa di eccezionale, sotto sotto orgogliosamente salvifico. consiglio – oh, giusto per l’età avanzata, mica per maestria di similpoeta quale sono – di considerare chi riceve ascolta legge la nostra “poesia” assolutamente, invece, come altro-da-sé, non come una “porzione di sé”: ha diritto, l’altro-da-noi alla comprensibilità, alla cura del testo, anche se ci importa o meno di far arrivare un “messaggio”. se lo pensiamo come parte di noi – e qui vedo dell’ingenuità, un ardore per l’appunto giovanile: che disgraziatamente o fortunatamente non ho mai avuto – rischiamo di esprimere l’ombelico, di sorvolare sulla chiarezza, di parlarci addosso (come molta pretesa e pretenziosa poesia fa tuttora). consiglio anche di prendere in esame le famose gabbie interpretative: quante più se ne può ingurgitare: per poi espellerle, magari, ma di non cadere nel duplice errore di credere il giudizio dei critici come ciò che uccide la poesia e perciò tossico, e in quell’altro, che da questo deriva, di aver detto, di stare per dire, di star scrivendo la parola antica con un nuovo senso: solo se si legge legge legge e ascolta ascolta ascolta forse questo potrà accadere. in ogni caso, convinzione di vecchia non-poeta: spero che la mia non-poesia non aggiunga niente di nuovo al già detto, o che, per lo meno, non mi accada di pensare orgogliosamente di star facendo questa cosa immane. mi basterebbe si vedesse che dentro ciò che scrivo c’è l’omaggio e l’inchino ad una tradizione antichissima, di cui mi sento soltanto testimone e scriba.

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    • la ringrazio per questo commento a quanto ho scritto. ho necessità di confrontarmi con altri, per capire, per confermare le mie posizioni o per accorgermi che non ero poi così sicura di esse; la sua riflessione mi porta a rivedere molte cose, con una tranquillità che solitamente non mi appartiene (l’impulsività, quella sì, è mia). mi piace guardare le cose da angolature diverse: comincio a pensare all’Altro come altro-da-sè; sperimenterò anche questo oltre che la tentata immedesimazione con chi mi ascolta. sono convinta che in queste delicatezze del sentire umano, come l’arte, la poesia, non vi siano “risposte” universali o chiavi di lettura valide sempre. è bello il dialogo, il confronto. è questo l’arricchimento di cui parlo.
      insomma, grazie!
      M

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  9. Pingback: siccome a volte scrivere aiuta a far chiarezza dentro di noi… « il lunedì degli scrittori

  10. Perché si sente l’urgenza di scrivere poesie? Secondo me non c’è una risposta definitiva: aspetti personali e più ampiamente culturali si intrecciano in maniera troppo complicata per trovare una motivazione chiara. Dal mio punto di vista, conviene spostare il discorso, semmai, sull’esistenza di due modalità diverse di intelligenza, intesa proprio come percezione: quella letterale e quella figurata. Chi scrive poesie forse ne ha le scatole piene del senso letterale, non si adatta all’univocità del primo significato che trova sul dizionario o sull’enciclopedia delle scienze come spiegazione di ciò che lo circonda. Vuole trovare un senso altro, un senso che parte da sé e si raccorda alle cose e vi si unisce in maniera nuova o, se non nuova, riscoperta. Vuole trovare una “voce”, vuole parlare a voce alta o cantare, perché il senso letterale pare un grande silenzio. È una necessità estetica – intesa come necessità di “sentire” – e quindi espressiva, che è naturale per molti individui, spesso a loro stessa insaputa. E questo lo dico con la mia parte razionale.
    La mia parte irrazionale, impulsiva e insoddisfatta mi dice invece che scrivere poesie è un atto d’amore verso i morti: perché quante volte mi sento schifata dei viventi e delle loro limitazioni, delle loro caverne mentali. Allora leggo e ascolto le voci dei morti e a queste rispondo – o cerco di farlo – con quel poco di voce interiore che mi insisto a coltivare.

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  11. Beh, credo che la domanda del ragazzo (“coglione”? :)) : “che bello! E di cosa parlano?” contenesse talune delle istanze che poi Maddalena Lotter richiama essere della (sua) poesia: la bellezza, e la comprensione, ovvero del com-prendere (insieme) ciò che il suono -parola tenta o va a dire, e questo, anche al di là, della voglia “di arricchire il reale” o della “necessità di lasciare fluire…ecc…” dell’autore. Inoltre l'”arricchimento” del reale, a meno di non volere finire come Mida (che tralaltro aveva avuto proprio da Dionisio il potere di trasformare in oro tutto ciò che toccava) è assolutamente giusto renderlo comprensibile, e la comprensibilità allora mi pare non possa essere disgiunta da un “cercare di dare un senso alle cose”, anche a dispetto de “il senso non mi interessa” e, naturalmente, come indicato, da una ricerca e da un interesse “sul mezzo e sul linguaggio”.
    Da parte mia aggiungo un aspetto che può essere altro da la comprensibilità, ma ugualmente importante, o almeno per me importante e direi vitale, rispetto ad un testo o ad una espressione artistica, e cioè il suo potere di scissione, di rottura, magari proprio rispetto alla comprensione compresa sempre, cioè allo status quo di comprensione imperante. E allora lì il critico può senz’altro servire e anche conoscere la tradizione e anche, naturalmente, lasciarsi andare (l’arte, anche all’autore, serve a questo no? :))
    Un caro saluto

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    • ma certo, sono d’accordo. il mio era un tentativo un po’ colorato e pungente per aprire un dibattito, e non sulla “mia” poesia, di quella al massimo ne parlo al bar, appunto, ma sul messaggio artistico in senso ampio. è evidente che non mi sono fatta capire.
      M

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