Luca Minola su Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi, 2011

Luca Minola su Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi (2011, L’arcolaio)

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Leggendo il primo libro di Gabriele Gabbia “La terra franata dei nomi” si rimane spiazzati dalla frammentazione continua della parola, dalle immagini innescate nei corpi, nei luoghi, come sintesi di una vita senza protezioni.
Tutto sembra in continua discesa, smembrato, franato fino dentro ai nomi, che portano la differenza, l’individualità di ognuno. Proprio quest’ultima è manifestata in continua flagellazione.
Il libro è diviso in quattro sezioni, si parte con “Diatribe dal ventre”, dove il punto , il canale sono gli interni, le interiora che si calcolano con fatica nel dolore: “ Dimora negli intestini/la terra franata dei nomi”. Continuando ad elencare: “L’impasto ventrale” e ancora: “ Il capo:/un ventre spaccato” sembra che tutto passi dal corpo, dalle sue ulcere e da una materialità che vede nel grembo, nello stomaco il dato di una salute forzata, non richiesta, malsana.
Per questo l’attacco della seconda sezione “Lacerti, corpi, lembi. Brani di nulla” suona come una non scelta. “Ognuno non sceglie/ i corpi/per sempre perduti/ in un tratto intero”.
Nessuno in verità sceglie i corpi, l’incontro e ciò che avviene: il continuo mutamento e il peso interminabile del vivere, del sentire più profondo: “Talvolta ti atterra il corpo addosso/ ed è il cupo gorgoglio di un verbo/mentre si vaga, per ossessioni, per/ stordimenti- per storni. E tutto non si può ripetere e la voce è unica, passa e ricomincia: “La voce/ si ascolta una volta sola, mentre tutto/ non torna- è molto diverso-ricomincia.”
Nel tempo c’è la modulazione del dolore, che muta i luoghi del ricordo rendendoli forme imposte, scontrose: “Muri scontrosi in Contrada S.Croce avanzano/-adornano diafano un viso-/fra scaglie residue d’un tempo rimasto/e ciò che del tempo tuo ti rimane/ e l’immensa corona di spine/ ogni giorno più a fondo infissa/nel cranio d’avorio e aria/ che t’è toccato in vita”. Quindi una colpa obbligata, imposta. La colpa del vivere, ostaggi del proprio destino e di un volere assurdo e senza senso, dove incombe la propria e l’altrui solitudine. Per questo il reale si pesa nella perdita costante del proprio essere e nella perdita di senso per ogni cosa. “La prima solitudine, nell’auto/-vettura vuota-corpo-/vascello abbandonato. Seduto/-risucchiato nel sedile senza fondo-a fianco/ dell’assenza di tuo padre. Fuori/la perdita della luce delle mani degli anni./La perdita di tutto. Anche-/anche di questo,/ricordo.”
Quindi l’impossibilità del ricordo ma anche una sorta di ribellione nello sguardo, nel saper guardare oltre un limite, oltre una resistenza dei corpi. “Ho sempre guardato, guardato,/dal nulla da cui vedo/i corpi della soglia,/laddove sono rimasto/ a fissarne/ la fissità inquieta/ d’un nulla.”
La parte terza del libro “Spettri” continua a ridefinire il corpo: “Ti è morta nella testa la testa/ dell’amore, giace, esangue/ nel suo stillato stillicidio/- gravido- di calvario. Il tempo/si annuncia deserto./ La porta d’inizio è ciò da cui fuga ogni fine.”
E ancora “Un vedersi/ mai più in là di ciò che si ha/di ciò che si sa- un infinito/ ridotto al corpo dell’osso.” Questa finitezza viene toccata ed esposta più volte all’interno dei testi, è la profonda sensibilità dell’autore che preme e insiste sugli elementi, perché lui stesso profondamente mostrato in questo libro.
L’ultima sezione del libro si intitola proprio “ Io” ma l’io di Gabbia è estremo, impraticabile.
E’ il capitolo più riuscito del libro, Gabbia si abbandona completamente al lettore, regge la presa e allarga i propri orizzonti verso la pluralità, abbraccia ogni cosa e pretende di essere morto e di vivere per i morti e cerca e trova una voce, una presenza. “Io sarò voi-/ i morti, tutti,/noi, voi/ dopo di me, quando/solo, soffierò/ lo sguardo, da ciascuno/ di voi tutti/ su ognuno/ di me.”
L’amore riempie il libro di Gabbia in ogni punto, può essere amore per la madre e amore del corpo, della mente e di ciò che non si configura. “Con occhi sempre nuovi/ hai abitato/una forza indistinta. L’hai subita/donata diffranta, ed era/ il senso del vivere che si apriva/-era te-: quel/ silenzio ridotto alla parola.” Si percepisce solo il silenzio, anzi questo mondo è fatto di silenzi e le voci non sono che falsità, perché sfuggono, perché anche non volendo saranno trascinate nel nulla, non esisteranno più, non potranno essere registrate, catalogate o scritte. Per questo la parola è l’ultima e la sola possibilità, è il sigillo che tiene tutto, è quello che resta, parola scritta. Verbo da ripetere, poesia.
Il libro finisce con una delle poesie più belle, che riassumono in poche righe tutto il contenuto e la forza di lavoro di questo giovane autore. Anche in questo componimento le parole sono frammento e liberazione di sé. I luoghi e i tempi si fermano e alla figura principale viene impressa la possibilità, la realtà di essere tutti, quindi la perdita di sé, nell’altro. “ Il battito della stanza/coagulato, si fermava,/ci assaliva, un tempo/senza tempo, un ascolto/in ascesa. Il rumore/era un cerchio lontano. Tutto/ era fermo, mentre tu, procedevi-/eri tutti.”
I nomi che si possono fare come influenze costanti nella poesia Gabbia sono sicuramente Michele Ranchetti (grandissimo studioso della Storia della Chiesa ma anche poeta non abbastanza riconosciuto), soprattutto il Ranchetti di “ Verbale” vera e propria frammentazione costante della vita attraverso la poesia e l’ultimo Celan quello dopo “ La rosa di nessuno” per intenderci, lo Celan più arduo ed estremo.
E proprio questa continua impossibilità e frammentazione rendono questa silloge una delle più interessanti degli ultimi tempi mettendo in risalto un autore, una voce vera e decisa.

11 comments

  1. Dice bene Luca Minola quando scrive, a proposito di questa “Terra franata”, di “vita senza protezioni” ,di un io “estremo, impraticabile” e di “perdita di sé nell’altro”.
    Una lettura attenta e rigorosa di un libro che segna un esordio di sicuro interesse nell’ambito della nostra poesia contemporanea. Una voce ferita e che ferisce. Intransigente. Da seguire.

    Mauro Germani

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  2. un saluto anche a Mauro Germani e colgo l’occasione per ricordare ai lettori che Germani firma la prefazione alla raccolta di Gabbia.

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  3. Grazie a Gabriele, Fabio e Mauro per i loro commenti…..
    E grazie a Luciano per la disponibilità…
    Un abbraccio a tutti…

    Luca

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  4. e ora che ci siamo salutati e ringraziati tutti, cosa che mi ha fatto davvero molto piacere, mi chiedo perché qui ora non vengano a commentare tutti quelli che in un’altra discussione accusavano Luciano e tutta la redazione di Poetarum Silva di limitarsi a fare liste senza parlare dei testi?

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  5. la trama circolare dei versi, almeno di quelli che vengono proposti in questa recensione, colpisce per la capacità di riuscirsi a fermare un passo prima del vuoto, lasciando sul foglio soltanto quella che appare la costruzione perfetta di un cerchio chiuso.
    “Ho sempre guardato, guardato,/dal nulla da cui vedo/i corpi della soglia,/laddove sono rimasto/ a fissarne/ la fissità inquieta/ d’un nulla.”
    ma anche più sotto, Io sarò voi-/ i morti, tutti,/noi, voi/ dopo di me, quando/solo, soffierò/ lo sguardo, da ciascuno/ di voi tutti/ su ognuno/ di me.” sono soltanto due esempi di quanto mi ha spinto a ritenere riuscita la trama spientemente intessuta con le parole.
    La terra franata dei nomi, difficile risalire alla luce che l’ha prodotta, questa immagine ( che è immagine forte, che lascia un segno in chi legge): ma la chiave di lettura del recensore fornisce spunti validi per rsiucire, riferimenti che possono diventare appigli, punti di guado. Deve trattarsi davvero di un gran bel libro di poesia, da non liquidare in dieci minuti di lettura disattenta. Complimenti. GS

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  6. Mi fa immensamente piacere rilevare la messse di giudizi positivi via via guadagnata da questo validissimo libro di Gabriele. Il punto di vista di Luca Minola appare, così, come un nuovo cameo da aggiungere al corredo generale. Il suo dire si fa chirurgico e porta buona nota su aspetti originali e non troppo insisti da altri. Complimenti vivi e sinceri a Luca, quindi, che tra l’altro, nel riportare il verso dove si nomina il sito di stoccaggio di una tale terra lesa, mi ha stimolato a vedere l’intestino come luogo di trasformazioni chimiche – luogo di scomposizioni, di pietà fisiologiche e di incanalamenti verso il senso di una nutrizione appena avvenuta – fornendomi in tal modo elementi necessari per poter costruire la grande metafora della degradazione della nostra lingua, nonché l’avvertimento di un Io poetico che allude ad una manutenzione oggettiva della coscienza universale.
    Ringrazio I gestori di questo spazio virtuale validissimo; ringrazio quindi Luca, Fabio, Gianni e Luciano.
    Vostro vs Gianfranco,

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  7. Grazie mille a Gianni, a Gianluca e Francesco….
    E ancora a Gabriele per il suo libro e per la disponibilità….
    E a Gianfranco per aver capito in pieno il significato delle mie parole.

    Un abbraccio!

    Luca

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