Tra le righe n. 10: Volker Braun

Volker Braun

Tra le righe n. 10: Volker Braun, Das Eigentum

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

Das Eigentum

Da bin ich noch: mein Land geht in den Westen.

KRIEG DEN HÜTTEN FRIEDE DEN PALÄSTEN.

Ich selber habe ihm den Tritt versetzt.

Es wirft sich weg und seine magre Zierde.

Dem Winter folgt der Sommer der Begierde.

Und ich kann bleiben wo der Pfeffer wächst.

Und unverständlich wird mein ganzer Text

Was ich niemals besaß wird mir entrissen.

Was ich nicht lebte, werd ich ewig missen.

Die Hoffnung lag im Weg wie eine Falle.

Mein Eigentum, jetzt habt ihrs auf der Kralle.

Wann sag ich wieder mein und meine alle.

La proprietà

Eccomi, ancora qui: va all’Ovest la mia terra.

AI PALAZZI LA PACE ALLE CAPANNE GUERRA.

A rifilarle il calcio ho provveduto io stesso.

Con i suoi magri fregi si lascia buttar via.

E passato l’inverno, avida estate sia!

Andarmene all’inferno è quanto mi è concesso.

E di tutto il mio testo non si capisce il senso.

Quello che mai ho avuto mi viene oggi strappato.

Quel che non ho provato avrò sempre perduto.

Le speranze, un intralcio, furono trabocchetti.

La proprietà, la mia, è tra i vostri profitti.

Quando ridirò mio e intenderò dir: tutti?

(traduzione di Francesco V. Aversa)

La proprietà

 Io sono ancora qui: il mio paese va a Ovest.

GUERRA AI TUGURI PACE AI PALAZZI.

Del resto un calcio gliel’ho dato anch’io.

Si butta via coi suoi modesti vanti.

Dopo l’inverno l’estate della brama.

E allora posso andare in malora dove sono.

E tutto il mio testo diventa oscuro

e quello che non ho mai avuto mi viene tolto.

Di quello che non ho vissuto sentirò sempre la mancanza.

La speranza ingabbiava il cammino.

La mia proprietà ora è nelle vostre grinfie.

Quando tornerò a dire mio e a intendere ognuno?

(traduzione a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi in: Volker Braun, La sponda occidentale, Donzelli 2009)

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Volker Braun, nato a Dresda nel 1939, dopo la maturità e un periodo di occupazione che lo ha visto operario specializzato in una stamperia e tubista, ha studiato filosofia a Lipsia. Nelle sue opere teatrali, nelle sue poesie, nei suoi romanzi e nei racconti ha affrontato le contraddizioni e le speranze nella Repubblica Democratica Tedesca;  pur essendosi iscritto alla SED  nell 1960, ha subito spesso la censura a causa del suo atteggiamento critico.   Dal 1965 al 1987, su invito di Helene Weigel, è stato direttore artistico del Berliner Ensemble. Dopo gli eventi della primavera di Praga, la critica crescente allo Stato socialista gli è costata una sorveglianza sempre più stretta da parte della Stasi. Dal 1972 Braun ha lavorato al Deutsches Theeater di Berlino; nel 1976 ha sottoscritto la petizione contro l’espulsione di Wolf Biermann, che era stato privato della cittadinanza della DDR. Tra il 1989 e il 1990, all’epoca della Wende,  Braun  è stato tra i sostenitori di una “terza via” per la DDR: la poesia Das Eigentum , del 1990, ne  è espressione  e il secondo verso è un intenzionale rovesciamento del motto che Georg Büchner pone all’inizio del suo scritto clandestino di protesta, contro la chiusura e la repressione della Germania anteriore al 1848,  Il messaggero dell’Assia.. Dopo  il 1989 raccoglie il consenso unanime della critica e nel 2000 gli viene assegnato il Premio Büchner. Tra le sue raccolte successive al 1990 vanno menzionate Der Stoff zum Leben (1990), Die Zickzackbrücke (1992), Tumulus (1999), Auf die schönen Possen (2005). La prima antologia di Braun in traduzione italiana, La sponda occidentale (a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi, Donzelli editore)  è stata pubblicata a venti anni dalla caduta del muro di Berlino, nel 2009.

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Di questa lirica, che affianco idealmente a Metà della vita di Hölderlin come “mia poesia“, scelgo idealmente due versi: il secondo e l’ultimo.
Il secondo verso, che Braun ha voluto distinguere dagli altri evidenziandone tutti i caratteri in maiuscolo, è un amaro rovesciamento del motto rivoluzionario attribuito a Nicolas Chamfort «Guerre aux châteaux. Paix aux chaumières.», che Georg Büchner pone immediatamente dopo la premessa del pamphlet Der Hessische Landbote / Il messaggero dell’Assia, fatto stampare e circolare clandestinamente nel 1834; così “Friede den Hütten! Krieg den Palästen!” diventa qui “KRIEG DEN HÜTTEN FRIEDE DEN PALÄSTEN”, “GUERRA AI TUGURI PACE AI PALAZZI”. Negli anni della Wende, Volker Braun sosteneva una terza via, terza via  degna di nota, ancorché ignorata dalla storia,  nella nostra epoca di cannibalismo capitalistico.
Il verso conclusivo della poesia è una domanda che faccio mia ed estendo a tutti gli aspetti del nostro convivere (civile?): “Wann meine ich wieder mein und meine alle”:  “Quando ridirò mio e intenderò dir: tutti”.

Anna Maria Curci, 8 aprile 2012


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

 

7 comments

  1. Bellissimo testo, non conoscevo quest’autore.

    “Io sono ancora qui: il mio paese va a Ovest.”

    E noi dove siamo? Dove sta andando il nostro paese?

    …”Andarmene all’inferno è quanto mi è concesso”

    Grazie, Anna Maria.

    Giovanni

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  2. Sì, Giovanni, viene spontaneo trasferire alla nostra realtà, oggi, la domanda, anzi le domande che si pone Volker Braun ne “La proprietà” . Il testo è così denso di richiami alla storia attraverso un uso originale di modi di dire correnti se non addirittura ‘triti’ – un esempio per tutti “Und ich kann bleiben, wo der Pfeffer wächst.”, che letteralmente propone un ossimoro, “E posso restare-andare a quel paese”, sfida affilata per la traduzione, che nel primo caso rende con “Andarmene all’inferno è quanto mi è concesso”, nel secondo con “E allora posso andare in malora come sono.” , che, come scrive Matteo Baudone, la poesia necessita un approfondimento e, aggiungo io, impegna a un “necessario” ritorno all’attenzione, al confronto, alla (inattuale) vigilanza, al coraggio di strapparsi dal proprio ombelico. Pro-voco, e-voco subito un esempio e un invito: leggere il testo di Grass “Ciò che va detto” pubblicato il 4 aprile scorso sulla Süddeutsche Zeitung e balzato immediatamente su molte prime pagine per il suo contenuto inequivocabile di denuncia, protesta, monito, rovesciamento di posizioni consolidate – : “Perché taccio, sottaccio troppo a lungo/ ciò che è evidente ed è stato addestrato/ in giochi di guerra in fondo ai quali, da sopravvissuti,/ note siamo semmai a piè di pagina.” (traduzione mia, ma il testo può essere letto già in due traduzioni, una delle quali è di Claudio Groff) – anche affiancandolo al testo di Volker Braun. Non è operazione peregrina.
    Grazie a entrambi.

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  3. mannaggia, se le metti in fila, le due versioni di quell’ultimo verso, t’accorgi che un solco profondissimo le separa. Ambedue imperfette, Ambedue non risolutive. Ci vuole una terza versione.

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  4. una terza versione che può rappresentare la sfida o, se si vuole, il rovello di una vita. La terza via? Grazie per la lettura molto attenta di originale e traduzioni, compreso quel cerchio che si ostina a non chiudersi – anche perché come si può rendere la quasi totale coincidenza della prima persona del presente di ‘meinen’ , ‘meine’, appunto, “intendo dire” e del possessivo ‘mein’ , “mio”?

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